Il segreto è pregare, qualunque cosa facciamo, ovunque siamo, dialogare con Dio, accorgersi della presenza. Tutto è diverso, in questo modo, tutto è vero.
Frammenti di Cinema # 68

Qual è il film più brutto nella storia del cinema? Rispondere non è più facile di individuare quello più bello. Secondo alcuni il più brutto film italiano sarebbe Alex l’ariete (2020) con un improponibile Alberto Tomba, campione mondiale di sci nel ruolo di un carabiniere dei GIS. Incredibile è che il regista sia stato uno del calibro di Damiano Damiani. A questo punto, mi sono fatto aiutare da un giovane storico del cinema, esperto di B-Movies. Tra i titoli indicatimi da Alessandro Barile, c’è Avanzers – Italian Superheroes (2023), una commedia fantasy diretta da Cosimo Bosco, con Maurizio Mattioli e Ciro Villano (?). A questo affianca Titanic II (2010) diretto da Shane Van Dyke: non è il seguito, come si potrebbe pensare, ma un mockbuster, una specie di brutta copia destinato al circuito home-video. Esiste, poi, una parodia di Avatar. Ancora una volta sono gli italiani a distinguersi per fantasia, con Lorenzo Dante Zanoni, in arte Alan Smithee, che ha diretto Anatar (2023), con delle anatre come protagonisti.
Luigi Maria Corsanico legge Friedrich Nietzsche
Il Progetto
Il desiderio di scrivere mi aveva sempre accompagnato: c’era una ragione? Ricordo una cena a Riva degli Schiavoni, con don Mario, in cui ebbi la certezza che la mia identità era cogliere quel bello, quel buono, quel vero, e farne un codice da comunicare, come se Venezia racchiudesse in sé il segreto del mondo. Chissà se quelle nostre righe, un giorno, avrebbero testimoniato un cambio d’epoca, il passaggio dalla menzogna diabolica alla luce del vero. Era il motivo per cui ogni giorno strappavamo al silenzio le poche parole che nessuno, altrimenti, avrebbe scritto? L’opera poteva essere questa, e noi i servitori di un progetto che altro non era che il paradiso anticipato, un ritorno alle origini, cielo e terra nuovi. Don Mario ce lo aveva fatto assaporare: ora toccava a noi tenerlo in vita.
La parola ai poeti. Emiliano Cribari
Io non mi occupo mai di poesia. È la poesia che occupa tutto il mio tempo mentre io cerco disperatamente gentilezza.
Più invecchio più annaspo.
Certe giornate finiscono liquide in fondo al sonno, precario, insieme ai residui, scadenti, scaduti in sorrisi ammuffiti, di ciò che ho trovato.
Una guerra è imminente. La guerra c’è già.
È la guerra del profitto, del prodotto. È la guerra dell’avidità. Lancia segnali di fumo, sfinita, la carità.
Pieni di diritti, di denaro, gli uomini marciano poveri di desideri, di povertà.
Gli uomini marciscono senza obiezioni, quasi all’unanimità.
C’è un visibilio di calabroni che annaspano in fondo a trappole fatte di birra e di miele: anelano aria, biascicano parole tipo yoga e meditazione.
Mio nonno pregava e non lo sapeva, camminava bestemmiando per ore alla ricerca di un pezzo di pane da dividere con altre persone.
Trasversalità, di Rosa Pierno. Robert Walser
La scrittura a matita su volatili reperti: “I microgrammi” di Robert Walser
Un succulento libro/catalogo quello ordito in occasione della mostra, tenutasi nel 2015/2016, presso la Casa Croci Mendrisio, a cura di Antonio Rossi, con la collaborazione di Anna Fattori e di Simone Soldini, di parte dei “microgrammi” dello scrittore bernese Robert Walser: circa cinquecento piccoli fogli riempiti da una grafia minutissima al punto da risultare apparentemente illeggibile. È questa davvero un’occasione ghiotta e irripetibile per conoscere alcuni testi, ma soprattutto le modalità dello strabiliante progetto a cui Walser si è dedicato negli ultimi anni della sua vita (1924-1933). Non senza però dimenticare i due studiosi Bernhard Echte e Werner Morlang, i quali per anni hanno lavorato con acribia su questi testi, curando la prima edizione dei Microgrammi in 6 voll. uscita negli anni 1985-2000 con il titolo “Dal territorio alla matita”, e gli studiosi del Robert Walser-Zentrum di Berna, la cui collaborazione si è mostrata preziosa. Continua a leggere
Domenico Pelini legge Nazim Hikmet
Ivano FERRARI, Poesie
Hai dentro
l’incertezza del ritorno
ti dico quello che devi fare
aggrappati a ogni forma silenziosa
guardati intorno come fai nel bagno
trova un’ombra e la sua morsa sulla pelle
se è stata diffusa e accelerata
lo specchio può essere gelido
impegnato in altre armonie. Continua a leggere
In Cielo
Antonio Spagnuolo, Oceano (inedita)

Come l’oceano avvolge sponde
tra le onde dai roventi clamori
esattamente la misura trapassa ricordi
nell’arduo riverbero della mente.
Impone il dubbio al bivio,
fissa parole per gioco di invisibili
sostituzioni, nel rigore di scogli.
Inutile persino il tentativo
semplice ad interpretare passioni
per parabole nel sentiero arcuato.
Il tempo ha un altro spazio
per le palpebre al grido
che piega l’universo in cominciamenti
e sbalza altre macchinazioni
al confronto di luci in bardatura.
Poesie tratte da Odisseas Elitis, È presto ancora… (Donzelli 2000)
a cura di Luca Pizzolitto
Un abisso sembra ergersi fra noi e il mondo, mentre “la vita reca l’obolo della foglia d’ulivo”: leggere Odisseas Elitis significa sperimentare e scandagliare i meandri del vuoto, rimanere altrettanto ancorati alla ricerca del “movimento segreto delle cose. Per Elitis questo inesauribile cercare, manifestare, comprendere, si definisce in poesia, unico spazio di infinita vitalità e divenire, avamposto indiscusso di luce e di speranza.
(…)
“Permettetemi di chiedervi di parlare nel nome della luminosità e della trasparenza. Lo spazio in cui ho vissuto e dove sono stato capace di riempire me stesso è definito da queste due frasi. (…) Non sto parlando della comune e naturale capacità di percepire gli oggetti nei loro dettagli, ma della forza della metafora di trattenere la loro essenza, e di portare loro a uno stato di purezza che il loro significato metafisico appare come una rivelazione”.
Tratto da Francisco Soriano, “Il mistero della luce. Sulla poesia di Odisseas Elitis” (Pangea, 4 novembre 2022) Continua a leggere
Repetita iuvant, forse.
di Fabrizio Centofanti
Aldo è morto. Voi direte: e chissenefrega. Era un barbone. Bisognava sudare sette camicie per farlo lavare e non ci si riusciva quasi mai. Beveva, gridava, litigava. Oltretutto, se n’è andato nella settimana santa, che per noi preti è un massacro senza pari. Ci mancava lui, in questo caos. Puzzava, Aldo; ultimamente, era coperto di pidocchi e pulci, per cui alcuni avevano timore di accostarlo. All’obitorio ho pregato imponendogli la mano: lo Spirito Santo non teme malattie dermatologiche. C’erano altri due cadaveri, avvolti in lenzuoli stropicciati e impregnati di macchie. Se la fine è questa, mi chiedo che senso abbia la nostra corsa senza tregua: se l’affanno infinito, dico, approda a un obitorio sporco e gelido, squallido di pulci e di pidocchi, ma chi ce lo fa fare? Ho sussurrato ad Aldo di non aver paura: don Mario sarebbe venuto a prenderlo, con la veste bianca. Gli ultimi giorni, quando il male lo stava consumando sempre più rapidamente, il sacerdote li ha passati correndo dietro al suo barbone: un affanno finito qui, nell’obitorio gelido. Ma la cura tenace ha trasformato questo inferno in un sepolcro nuovo, un giardino fuori del tempo. Un uomo dalle vesti bianche accoglie i parrocchiani che piangono Aldo, alcolista e puzzolente, e annuncia loro: perché cercate tra i morti colui che è vivo? Non è qui, è risorto. Le pulci e i pidocchi non capiscono: loro hanno altro a cui pensare.
Incontri XXI
Il segreto
di Denise Levertov (GB/USA, 1923-1997)
Due ragazze che scoprono
all’improvviso
il segreto della vita
nel verso di una poesia.
Quella poesia, l’ho scritta io,
che non conosco
il segreto. Mi hanno
detto
(attraverso una terza
persona)
che l’hanno trovato,
ma non cosa fosse
e nemmeno
in quale verso si trovasse. Ora,
più di una settimana dopo,
avranno già dimenticato
il segreto,
il verso, il nome della
poesia. Io le voglio
bene
perché loro hanno trovato
quello che io non posso trovare,
perché mi vogliono bene
per quel verso che ho scritto
e perché l’hanno dimenticato
così che
tante volte ancora, finché
morte
le trovi, possano
scoprirlo
in altri
versi
in altre
circostanze. E perché
vogliono saperlo,
perché
credono che ci sia
un tale segreto, sì,
soprattutto
per questo. Continua a leggere
da “Ritratti”, La storia per Andrea Zanzotto (Interzona)
La finestra
“Da nord a sud andata e ritorno” di Alessandra Catalano
Alessandra Catalano, artista eclettica, ha di recente realizzato un cd di canzoni folk intitolato Da nord a sud andata e ritorno, con il quale la sua biografia diventa pretesto narrativo per raccontarsi in musica.
I brani sono stati scelti tenendo conto del dialetto dei luoghi in cui l’artista stessa ha vissuto, prima fra tutti la Liguria, e dei personaggi del mondo artistico italiano che hanno lasciato un’impronta indelebile sul suo cammino.
E’ possibile visionare l’intero spettacolo a questo link.
Alessandra Catalano nasce a Imperia nel 1969. Studia
danza classica e moderna, e successivamente pianoforte presso l’istituto magistrale Amoretti di Imperia.
Nel 1989 prosegue gli studi coreutici a Roma presso la scuola Mimma Testa, partecipando a spettacoli in diversi teatri della capitale fra cui l’Eliseo e il Quirino. In seguito, approfondisce lo studio del musical.
Nel 2003 fonda a Imperia la scuola “Arte Danza Kaleidos”, nella quale svolge la funzione di docente. Nel luglio 2022 esce il suo primo album di musica folk Da nord a sud andata e ritorno, dove percorre la penisola italiana raccontando i luoghi del cuore e dell’anima.
Il 20 agosto 2022 ha presentato al Festival del Maro (IM) lo spettacolo “Da nord a sud andata e ritorno”, nel quale ha riproposto i brani dell’omonimo disco, sotto forma di spettacolo teatrale, nei panni di una “cantacontastorie” che percorre la sua storia personale intrecciandola con quella della canzone italiana regionale.
Attualmente sta lavorando al suo secondo album musicale come cantautrice.
La parola ai poeti. Giovanna Rosadini
Dal salone viola genovese alle bianche stanze torinesi alla solitudine corale milanese
(discorso di accettazione del Premio Pavese 2023)
Scrivere è un ritorno – innesco che apre voragini
di senso, un andare disarmati incontro
ad ombre infestanti e guerriere. Scrivere
è il gesto che consuma l’attesa, e porta ai confini
di un’eco dimenticata, di una vita forse
prigioniera fra lamiere, e ancora sconosciuta.
Qualche anno fa (ormai una decina, tempus fugit) mi fu chiesto un contributo per un volume collettaneo, La formazione della scrittrice, curato da Giulio Mozzi. Decisi di intitolarlo “Dal salone viola genovese alle bianche stanze torinesi”, riassumendo così quella che fino ad allora era stata la mia esperienza di autrice con un trascorso di redattrice ed editor per Einaudi. Continua a leggere
Letti da Davide Castiglione. Fabio Teti
Su A – M – P – U – T – E – C – T – U – R – A, di Fabio Teti
Appunti su A-M-P-U-T-E-C-T-U-R-A, di Fabio Teti, pubblicato un paio di settimane fa su «Formavera» e che rischia, se non rilanciato, di sparire nel marasma delle pubblicazioni e polemiche online. Continua a leggere
Cominciare a essere
La parola ai poeti. Davide Castiglione

Negli anni mi sarò imbattuto in centinaia di definizioni o similari tentativi di accostare la poesia: in saggi, post, nelle stesse poesie a tema metaletterario. Robert Frost ha paragonato lo scrivere in versi liberi al giocare a tennis senza rete; per William Carlos Williams la poesia è una macchina di parole; Paul Valery, ci informa Valerio Magrelli in un’intervista, la associa addirittura alle feci[i]. E via dicendo. Mi fa sorridere ma non mi sorprende che sia così: di solito le definizioni tanto più proliferano – facendosi spesso metaforiche, idiosincratiche, diventando anzi un sottogenere letterario a sé stante – quanto più il fenomeno in questione appare sfuggente, eppure al tempo stesso centrale alla vita o alla vanità di chi tenta di circoscriverlo. Verrebbe da pensare alla sensazionale foto del buco nero Sagittarius A*, che non è in realtà una foto scattata direttamente ma una ricostruzione a posteriori ottenuta combinando i dati di otto telescopi sparsi nel mondo. Ma si tratterebbe di un’analogia fuorviante, perché a differenza di quelli veri, i nostri telescopi (poeti, saggisti, opinionisti, semplici lettori) non comunicano fra loro in maniera coordinata, e insomma non sembra possibile incrociare in un’immagine organica le migliaia di definizioni o suggestioni esistenti. Sarebbe inoltre un giochino retorico troppo stucchevolmente postmodernista dire che la poesia è precisamente tutto quanto resta al margine di questa rete di definizioni o pseudo-tali. Continua a leggere











