Il Padre celeste cerca in noi il Volto di Gesù. Quando lo trova, dimentica le esigenze di giustizia e ci ama senza limiti.
La video-poesia intransigente e visionaria di Cataldo Dino Meo
di Franz Krauspenhaar
Dino Meo è un artista possiamo ben dire indipendente, parente non lontano di quel fenomeno underground che ha coperto, dal Novecento in avanti – fino ai nostri tribolatissimi giorni – le produzioni “ fuori dai circuiti” di molta arte contemporanea, in buona parte letteraria. Dino fa parte di questa nutrita, anzi autonutrita compagine di artisti liberi e indipendenti. Nel suo caso, addirittura, troviamo l’abiura di qualsiasi prospettiva di pubblicazione tradizionale. Il poeta – perché egli è, a tutto tondo, un poeta – non vuole far parte, fin dai lontani esordi datati 1970, di alcuna “pelosa scuderia”, soprattutto di editori a pagamento. Continua a leggere
Il Cielo
Frammenti di Cinema # 98

di Pasquale Vitagliano
La rivista inglese Sight and Sound stila una classifica periodica dei migliori film. Individua il miglior film del secolo con valenza decennale. Nel 2012 primo in classifica è stato La donna che visse due volte (1959) di Alfred Hitchcock. Dal 2022 il film del secolo è Jeanne Dielman, 23, quai du Commerce, 1080 Bruxelles (1975) di Chantal Akerman. In attesa del prossimo consacrato nel 2032, proviamo a fare lo stesso gioco nel piccolo spazio di questa rubrica. Ma cambiamo un po’. Provo ad indicare per ciascuno decennio a partire dal secolo scorso il miglior film. Il criterio non è chiaramente oggettivo e universale, ma personale e provvisorio. Cominciamo con il capolavoro di David Wark Griffith, Intolerance, film muto del 1916. Muti sono anche Metropolis (1927) di Fritz Lang e Tempi Moderni di Charlie Chaplin del 1936. In un decennio il salto è impressionante. Nel 1945 Roma città aperta di Roberto Rossellini segna la nascita del neo-realismo e diventa un cult per il cinema moderno mondiale. I grandi registi americani degli anni ’70 dichiarano tutti di essersi ispirati al film italiano.
Luigi Maria Corsanico legge Charles Baudelaire. 11
Risposta
Giorgio Stella. Una poesia
DOVIZIA – 1 – nell’ anno della scure la gavetta pianse la cima in vetta, in vetta sua – nessuna trincea è una buca. – 2 – nel museo delle cere le betoniere di ceramica sono offerte ai cicli dei tempi civili – dal porto il faro è mosso… Quale luce? Nessuna Signore, troppo buio brucia il tronco della conchiglia. – 3 – il lago di Pan ad est del fiore del mare, vanta una reciproca rosa di porpora rossa come una aragosta sullo scoglio della forma – le cere del museo hanno una betoniera di ceramica e un faro acceso quando è spento il pieno nudo… Perche si avvicina la tempesta? La sabbia è del mulino a vento con la taglia nel petto. – 4 – ti sei mai domandato perché tutti ti hanno abbandonato? La betoniera la ceramica il museo delle cere la conchiglia gravida di faro ecc…. No, sinceramente mi trovavo alla fiera delle ombre in festa. (Una pausa) # – 5 – leggo sulla mia lapide il nome cosacco del crisantemo rotto dalle doppie spade del lordo col netto e mi accorgo che la morte è di ceramica l’anima di betoniera e lo spirito un faro in un bordello dove non pago! Gli amministratori lo sanno? Cosa? Così. (Una pausa) # – 6 – il sasso della conchiglia è una bilancia di frodo all’io che non sono – eppure il Duca del cavallo era nobile di schermo nell’armatura dura di calco. A tutto tondo nessuna gondola spacca il cristallo dove è nato lo specchio nel parto di vetro! Ti vedo preoccupato…. No Signore, la Madonna è il mio amore del cuore non ha bisogno del sangue, Lei Te sei. – 7 – la matrioska è un uovo di Pasqua senza uomo Continua a leggere
Scendere
L’arte dello scrivere, di Gualberto Alvino. 63
Per sempre
E se rileggessimo… di Enrico Grandesso. Stabat Mater, di Tiziano Scarpa
Una delle belle consuetudini che tuttora persiste nel nostro mondo culturale a volte un po’ spaesato è la “traduzione” di opere letterarie in film. Quando lo scrittore e il regista in questione sono artisti veri, il frutto stimola e affina il confronto e la pluralità di percezioni e riflessioni. Così è successo con Primavera, film uscito poco prima di Natale, diretto da Damiano Michieletto con Tecla Insolia, Michele Riondino e Andrea Pennacchi, il cui romanzo di ispirazione è Stabat Mater di Tiziano Scarpa (Einaudi, 2008).
Trattare di Venezia – o di quel che ne rimane oggi – è sempre a rischio di retorica: Michieletto, veneto e regista di opere liriche da oltre vent’anni, sa però calarsi nel modo appropriato in uno squarcio di Settecento che fonde musica e durezza di vita, i percorsi della creatività e i cromatismi nostalgici e malinconici della città lagunare. Il romanzo del venezianissimo Scarpa è ambientato nell’orfanotrofio della Pietà, una delle quattro istituzioni della repubblica veneziana in cui le piccole orfane ricevevano un’educazione musicale; per poi esibirsi, in maschera e con una balaustra che le separava dai fedeli, la domenica a Messa, attirando il pubblico aristocratico cittadino e non.
Riprendendo la prassi settecentesca del racconto epistolare, Scarpa ci immerge nelle confessioni di Cecilia, adolescente violinista che scrive di nascosto alla madre mai conosciuta, rivelandole la tristezza e i bagliori minimi di una vita dolorosa: “Signora Madre, io vi invoco, ma voi non rispondete. Voi siete soltanto nella mia testa, io guardo i miei pensieri che escono dalla punta della penna, li getto fuori dalla mia testa senza mai riuscire a liberarmi di voi. Ogni parola che vi scrivo è soltanto un altro modo per dire il vostro nome, il nome che non conosco”. Fino all’incontro con il nuovo maestro dell’istituto, Don Antonio Vivaldi, che condurrà lei e le sue compagne ad un nuovo modo di sentire e vivere la musica.
Lucerne nella luce, di Lucio Brandodoro
Come un cieco diviene vedente
(e il vedente resta cieco)
(G. Richter, Grau, 1972)
In quel tempo, Gesù passando vide un uomo cieco dalla nascita e i suoi discepoli lo interrogarono: «Rabbì, chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché sia nato cieco?». Rispose Gesù: «Né lui ha peccato né i suoi genitori, ma è perché in lui siano manifestate le opere di Dio. Bisogna che noi compiamo le opere di colui che mi ha mandato finché è giorno; poi viene la notte, quando nessuno può agire. Finché io sono nel mondo, sono la luce del mondo». Continua a leggere
Antonella Anedda
Fuoco
Poesia e mistica, di Massimiliano Bardotti
Ho carezzato stamattina un ciuffo d’erba
bianco di brina.
Mi è stato grato, credo, per quel poco di calore.
Forse è questo ciò che possiamo fare.
Bernardo De Angelis
Aver cura della più piccola, minuscola creatura, averne cura col cuore pieno d’amore, di grazia. Avvertire un desiderio irriducibile, irrinunciabile, di amare la manifestazione della bellezza, in tutte le sue forme. Amare, perché non c’è altro da fare.
Mi accorgo in maniera sempre più evidente che ci sfuggono dei piccoli segreti della vita, che potrebbero ribaltare il nostro stare al mondo, il mondo stesso. Ignoriamo completamente il potere di una parola buona, il potere di un piccolo gesto di gentilezza, della tenerezza, il potere di uno sguardo di compassione verso chi lo sguardo non riceve mai, di nessuno, se non lo sguardo insozzante del disprezzo, o della paura. Continua a leggere
Canto
Piano terra
di Franz Krauspenhaar
È venuto giù un freddo “bestia”, o quasi. La temperatura è scesa sotto i 10 gradi; qui è qualcosa d’insolito.
Non abbiamo il riscaldamento, come in moltissimi condomini della zona che hanno un po’ di anni, – la nostra casa è degli anni Settanta.
Con questo buon clima nella maggior parte dell’anno sarebbe uno spreco mettere i termosifoni, soprattutto per il nostro inverno- è vero, quest’anno con la drammatica ingerenza dei tifoni, – ma di norma abbastanza dolce.
Qui in rua Central abbiamo due stufe elettriche in alluminio, una per la stanza di Ernesto e una per la mia.
Porte chiuse per evitare la dispersione del calore, e in pochi minuti la stanza è già abbastanza calda, in attesa che lo diventi per bene. Sono stufe tedesche, che abbiamo comprato l’anno scorso al Leclerc.
Il buio è già sceso da un po’. Il mio umore stavolta non scende al piano terra come certe sere all’ospedale.
Guardavo nel finestrone della camera a tre letti e mi sorbivo il magone, finché non veniva il momento di andare a letto, una liberazione.












