Dio si serve delle nostre angosce e sofferenze, per il Suo progetto, così come si è servito di quelle di Suo Figlio. Gesù è entrato totalmente in questa offerta, fino a chiamare amico colui che lo tradiva. La Bossis è invitata a imitarlo: “come Lui” potrebbe essere il suo motto, e anche il nostro.
La poesia di Paolo Ruffilli prende possesso del lettore con l’arte della seduzione, per ammaliarlo con la minuziosa esposizione della propria proliferazione (la raccolta comprende testi scritti nell’arco di tempo che va dal 1978 al 2019) e con la concretezza dell’osservatore sensibile e rigoroso. Poesia così adulta e composta da apparire inerme, aperta a qualsiasi forma di interpretazione o di interrogazione. Poesia fedele alla visione della musicalità della comunicazione poetica che si dipana attraverso composizioni tutte monostrofa, per lo più brevi, la propensione per l’endecasillabo con alcune deviazioni in ipermetri, l’uso equilibrato delle rime, rimealmezzo, assonanze, analogie.
Mi è arrivato un messaggio che ha turbato la mia quiete: un video che mostra il nuovo sistema di “ricompense e punizioni sociali” usato in Cina. La realtà supera la fantasia, si dice, e in questo caso il proverbio risulta quanto mai veritiero. Difficile descriverlo a parole, ma altrettanto difficile è pubblicarlo, per cui riporto qui sotto il link dell’articolo che lo contiene, consigliandone vivamente la visione, per farsi un’idea di quello che sta succedendo.
I discepoli di Emmaus dicevano a Gesù: resta con noi. Ma anche Lui lo chiede a noi, come confida alla Bossis: è un Dio che supplica di non abbandonarlo, perché sa che senza di Lui siamo perduti.
Il sessantenne autore milanese, dalle lontane origini tedesche, cofondatore de “La Poesia e lo Spirito”, torna al suo primo amore letterario, il noir, con cui esordì vent’anni fa (Avanzi di balera), e a cui seguì una copiosa bibliografia di dieci romanzi e cinque raccolte poetiche: da citare almeno Era mio padre, Le monetine del Raphaël, Brasilia, per la narrativa, e Franzwolf per la lirica, che non sfigurerebbero affatto in un’antologia della letteratura italiana del XXI secolo.
Gesù vuole essere visto nel prossimo e nelle piccole cose di ogni giorno. Vuole che ci relazioniamo con dolcezza, perché la Sua presenza possa essere avvertita. Che non facciamo le cose per forza, ma con gioia. Vuole esserci per trasformare il mondo, intorno a noi.
Gesù si riempie di gioia quando indoviniamo un suo desiderio. Vorrebbe chiedere, ma rispetta la nostra libertà. Lo confida a Gabrielle, quasi scusandosi di chiederlo male. Pensare a Lui così: interamente Uomo, interamente Dio.
Testo introduttivo e intervista diGiovanni Agnoloni
Tommaso e l’algebra del destino (Società Editrice Milanese, 2020), il nuovo romanzo di Enrico Macioci, è una storia densa di dramma, imperniata sulla vicenda di un bambino di cinque anni che, in seguito a un imprevisto incidente di suo padre, rimane chiuso in macchina per lunghissime ore senza la possibilità di liberarsi, mentre intorno a lui il mondo continua a scorrere – o meglio, a non scorrere, nella paralisi di un’asfissiante giornata estiva – e le vite di sua madre, della gente che gli passa vicino e di chi sta assistendo suo padre in ospedale vanno avanti, ignare di ciò che gli sta accadendo. È un percorso orrifico di confronto con gli incubi peggiori del piccolo – e di ognuno di noi –, che arrivano perfino a materializzarsi e a parlare con lui.
Come gioire bene del dono ricevuto da Dio? Condividendo la Sua gioia. Gesù non sarebbe così felice se non ne partecipasse: lo dice alla Bossis. Le raccomanda di cogliere tutto ciò che li avvicina: così, di passo in passo, progredirà nella semplicità dell’amore, e sarà sempre più Sua.
Cammino piano, qua sotto al terzo piano dorme un condomino morto. È tornato morto stasera dall’ospedale, gli hanno salito le scale, gli hanno aperto la porta anche senza suonare, ha usato per l’ultima volta il verbo entrare. Ha dormito con noialtri condomini essendo notte sembrava a noi uguale ha dormito otto ore ma poi ancora e ancora e ancora oltre la tromba mattutina dei soldati, oltre il sole alto nel cielo, ora che noi ci muoviamo non è più a noi uguale. È un condomino morto. Scenderà senza piedi le scale. Era gentile, stava alla finestra aveva un canarino, aveva i suoi millesimi condominiali, guarda gli stanno spuntando le ali.
da Poeti italiani del secondo Novecento, volume secondo, Milano, Mondadori, 1996, p. 941.
Gesù dice a Gabrielle di prestargli le sue membra, la sua testa, perché Lui è inchiodato alla croce e non può servirsi delle Sue. Se si accoglie il Suo invito, può ancora essere presente, potrà di nuovo agire.
Se siamo tristi, possiamo ricordare che il Cristo ha percorso le nostre vie, come dice alla Bossis. Non c’è niente di non condiviso, eccetto quel male che è il peccato. E quando facciamo un sacrificio, pensiamo non alla fatica, ma alla gioia che gli diamo. La comunione è la fonte dei miracoli.
La ristampa di questo libro – prima edizione 1995 – merita qualcosa di più dei complimenti in quarta di copertina di famosi giornalisti quali Beniamino Plaicido e Antonio D’Orrico e soprattutto di Italo Calvino (tra i massimi narratori novecenteschi); di più di una deliziosa aletta con puntuale analisi critica e di un’altra aletta biografica, dove si apprende che il novantenne comasco è forse la massima autorità erudita nella storia del tennis italiano nonché provetto romanziere e saggista tra il 1972 e il 2010.
La vita è troppo corta per amarvi, dice il Cristo alla Bossis, ho bisogno dell’eternità. I pensieri di un Dio. È bello contemplarli come un’alba, o un tramonto. Lasciarsi raggiungere dalla Bellezza e salvarsi dal caduco, dall’effimero, dal nulla.
Gesù può riempire la vita, solo Lui ne ha il potere. Sta a noi farlo rinascere in atti di bontà, fecondati dal Suo amore. A Gabrielle raccomanda di ripetere: credo al Tuo amore per me, al Tuo immenso amore, so che mi hai amato di un amore eterno.
Il cinema comico è il più canonico dei generi. Che bisogno aveva Cervantes di far gravitare attorno a due personaggi anziché a uno solo il romanzo, scrive Vittorio Bodini, “giocando per tal modo su due distinti piani dell’anima? A questa domanda non c’è una risposta, precisa, come non ce n’è per chi si chiedesse per quale ragione il Bernini, qualche decina d’anni più tardi dal Don Chisciotte abbia preferito alla pianta centrale quella policentrica del barocco. Dunque il primo canone della comicità è il numero. C’è Charlie Chaplin e Totò, unici e irripetibili; poi, ci sono le coppie, da Stanlio e Ollio a Franco e Ciccio; oppure il trio, dai Fratelli Marx ad Aldo, Giovanni e Giacomo. Ma non sono mancate combinazioni stralunate come i francesi Cinque matti (Les Charlottes, nella versione originale).
Ciò che salva è la fiducia. Un atto di fiducia radicale può salvare anche in punto di morte: è l’insegnamento del cosiddetto buon ladrone. Magari non sarà un grande amore, ma è tutto quello che l’anima può dare; per questo Gesù ne è toccato sul vivo, e fa sua la volontà della creatura, come confida alla Bossis.
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