
Quando diciamo “Dio mio” non dobbiamo dimenticare che anche Lui è per noi. Questo dice il Cristo alla Bossis. L’amore è reciproco, l’eternità è questo scambio infinito di affetto.
Testo introduttivo e intervista di Marino Magliani
Vincenzo Celano, La scomparsa di Anice Zolla (Avagliano, 2019)
Solitamente i narratori che si occupano di territorio, della cura del territorio, intendo, e delle sue forme di vita, animali legati a una ruralità, domestici come gli asini e i cani, ma anche animali selvatici, lupi, fiere, producono narrazioni che in qualche modo si piazzano ben salde contro la caccia. Sotto quest’aspetto, pare che Vincenzo Celano, lucano, di Castelluccio Inferiore, autore di romanzi e racconti da tempo ben accolti dalla critica, rappresenti un’eccezione. La caccia rientra nelle sue prose, la giustifica se è ben regolata e se si muove all’interno di un recinto per nulla anarchico, con i suoi codici. In Celano troveremo ad esempio l’amore per i setter, i migliori cani da piuma (chissà se predilige un irlandese o un gordon) e per quella grande selvaggina che è la beccaccia, insomma in Celano troviamo natura e caccia, una tradizione di cura e conservazione del territorio, un rispetto, come dire, per la natura, da buon cacciatore. Forse tante volte l’armonia sta nel riuscire a prendere il buono di ogni mondo? Celano fa qualcosa di simile anche in campo letterario: egli racconta il territorio attraverso una prosa visionaria, e anche sotto quest’aspetto, rappresenta in qualche modo un’eccezione: la sua prosa visionaria riesce a mappare le sue vallate aspre e ai margini (ai margini persino del Sud) meglio di quanto non facciano romanzi studiati a tavolino per contenere un microcosmo o una regione. Continua a leggere

Ti conosco come una persona dedita alla cultura a trecentosessanta gradi. E ho come la sensazione che la tua non sia solo una passione, ma una vera e propria “vocazione”. Quale significato attribuisci a questa tua attività letteraria? E cosa potresti dire, come scrittore, sul senso della letteratura in generale?
Esistono tante vocazioni, a questo mondo. Quando uno sceglie la letteratura come vita, tale scelta è già in sé una reazione contro il caos e la barbarie, un’attestazione di disponibilità alla militanza quotidiana per la salvaguardia dei valori spirituali.

Gesù dice a Gabrielle di consolarlo, perché la Sua passione è sempre, e sempre ha bisogno della nostra vicinanza. Le raccomanda le virtù teologali, cui tiene tanto: la fede e la speranza sono i primi gradini dell’amore, che va sempre alimentato, con piccoli sacrifici che lo tengano vivo. Solo l’amore conta. Dice di chiedergli di agire in lei: Lui lo farà.

di Iole Chessa Olivares
Una fiducia labile
provvisoria
appesa al cuore
come stella cadente
pur tuttavia, stella.
C’è sempre una fessura
nell’infelicità del dubbio
una sorella vigile
per sapienza di sangue
regina nell’attesa
di un’istantanea epifania.
Qui tra le pieghe
un vertice vagante
sovrasta
l’orizzonte dell’IO
illumina ciò che avanza
da pianto a pianto
e…nessuno può mancare
e…nulla veramente muore:
NOI TUTTI
nel prodigio di un attimo
sempre PRESENTI
eco prolungata
nell’infinito andare della luce
nell’eterno esistere.

La scadenza di Nerone
Non si turbò Nerone, nell’udire
il vaticinio delfico:
“Dei settantatré anni abbia paura”.
Aveva tempo ancora di godere.
Ha trent’anni. Assai lunga
è la scadenza che concede il dio,
per angosciarsi dei rischi futuri.
Ora ritornerà a Roma, un poco stanco,
divinamente stanco di quel viaggio,
che fu tutto giornate di piacere,
nei giardini, ai teatri, nei ginnasi…
Sere delle città d’Acaia… Oh gusto,
gusto dei corpi nudi, innanzitutto…
Così Nerone. Nella Spagna, Galba
segretamente aduna le sue truppe
e le tempra, il vegliardo d’anni settantatré.
Costantino Kavafis, La memoria e la passione, Milano, Corriere della Sera, 2011, p. 147.

Il Cristo dice alla Bossis di chiedere anche le cose impossibili, perché Lui può tutto. L’amore approfitta di questa potenza senza limiti, che si mette a disposizione dei nostri desideri più profondi. Gesù ha sofferto, per questo, tutte le pene, perché in ogni dolore potessimo consolarci, uniti a Dio, partecipi della sua natura, intimi con l’Infinito.
di Giovanna Menegùs

1892. A Melichovo, venivano da lui [?echov] i contadini a farsi curare, e il cortile era sempre affollato di malati in attesa. Venivano anche da lontani villaggi. Lui non si faceva pagare, perché erano tutti poveri.
Scoppiò nelle vicinanze un’epidemia di colera. Egli fu chiamato dal Consiglio della Regione, e ricevette l’incarico di organizzare le difese necessarie.
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di Barbara Pesaresi
Era la nostra Poderosa, una scoppiettante motoretta verdolina dall’anima ribelle che in salita toccava scendere e spingere.
Per mia madre era una festa salirci sopra e allontanarsi per qualche ora da un contesto familiare un po’ opprimente; caricava me sul sellino posteriore e via a gran velocità, si fa per dire, in campagna dai nonni. All’epoca, sottostavo svogliatamente a quelle fughe perché mi distoglievano dal mio passatempo preferito: avventurarmi in bicicletta in scorribande solitarie per le strade del quartiere.

Il Cristo ricorda alla Bossis l’importanza della sofferenza. Le dice che, presa in sé, la natura umana non può amarla, ma la soprannatura se ne impadronisce come uno strumento al servizio del progetto di Dio, e un modo per ottenere grazie che corrispondano alla Sua volontà. Aggiunge che occorre attingere al gran deposito delle Sue sofferenze, a seconda del momento che si vive: quelle dell’infanzia, dell’adolescenza, della vita pubblica. Non bisogna perderne nessuna, perché sono tutte preziose per la nostra vita.
di Kika Bohr

“Kosuth dice ciao a Ensor” (foto di Mauro Meschino)
Da piccola sempre col berretto di lana. Negli anni del liceo sempre a testa nuda, capelli al vento. All’università indossavo ampi cappelli di feltro da uomo, ereditati dai nonni o comprati alla fiera di Senigallia. In camera mia ho una cappelliera – dono di un’anziana vicina di casa – in cui custodisco ancora gelosamente quella decina di cappelli cui sono legati vari ricordi. Non avrei mai pensato di fare qualcosa con i cappelli che consideravo un significativo capo di vestiario – perché copre la testa – ma comunque capo di vestiario e basta.
Tutto è cambiato nel giro di pochi giorni. Continua a leggere