
Foto Frankie Fouganthin (Own work) [CC BY-SA 4.0 (http://creativecommons.org/licenses/by-sa/4.0)], via Wikimedia Commons

Foto Frankie Fouganthin (Own work) [CC BY-SA 4.0 (http://creativecommons.org/licenses/by-sa/4.0)], via Wikimedia Commons

Daniele Giancane ha sentito l’urgenza di raccontarsi, come egli stesso scrive. Di abbozzare un’autobiografia, giunto “all’alba” dei settant’anni. Da poco ha lasciato l’insegnamento universitario di Letteratura per l’Infanzia dopo un impegno lungo una vita. Ha pubblicato oltre cento volumi, tra saggi, narrativa e poesia, ed è l’animatore del gruppo poetico de La Vallisa, che ha raccolto e rappresentato, se non la migliore poesia della Puglia, certamente quella più coerentemente legata alla promozione culturale della propria terra. Ancora oggi, instancabilmente, ogni lunedì tiene presso la Libreria Roma di Bari incontri e dibattiti culturali, non solo poetici. Questi Appunti per una biografia, non sono dunque un afflato di vanità. Concretizzano invece un vero e proprio concentrato di esperienza e di valore che è di grande sollievo e utilità per chiunque pensi che la cultura debba essere impastata di vita. Ne viene fuori il racconto della scoperta e della formazione “di un’anima vagabonda e inquieta” così vibrante da creare una risonanza con gli altri, con i lettori. Ed ancora, apprezziamo la forma rovente e l’assenza di una chiusura ammonitrice. Con una scelta non usuale, questi appunti autobiografici si concludono con una breve silloge poetica. Perché, come Giancane stesso precisa, “la biografia è poesia”.

San Micél
Drio le bricole
solo un sandolo
va in là,
pian pian …
El fero de prua
verze la pele de l’aqua:
un tagio longo
che non vol più serarse.
It was so simple: you came back to me
And I was happy. Nothing seemed to matter
But that. That you had gone away from me
And lived for days with him—it didn’t matter.
That I had been left to care for our old dog
And house alone—couldn’t have mattered less!
On all this, you and I and our happy dog
Agreed. We slept. The world was worriless. Continua a leggere
Recensione di Giovanni Agnoloni
Giorgio Galli, Le morti felici, Il Canneto Editore, 2018
Una serie di variazioni, modulate come riflessioni filosofico-narrative, sul tema della morte, del suo approssimarsi e del suo senso. Questa l’essenza de Le morti felici di Giorgio Galli, scrittore colto e raffinato, che abbiamo già conosciuto con La parte muta del canto (ed. Joker, 2016).
Che si tratti di un compositore lungamente dimenticato, come il ceco Leoš Janá?ek, che si dice essere morto in un letto d’ospedale mentre era insieme a una donna che amava, o di Igor Stravinsky, deceduto con la consapevolezza di essere vissuto nell’epoca sbagliata, o ancora del grande Franz Kafka, trapassato con l’amarezza di non aver raggiunto la felicità, ma con la serenità di esservisi adoperato al massimo, la morte, in questi brevi ma intensi ritratti, viene dipinta come una presenza perturbante, capace di condizionare negativamente l’agire umano ma, paradossalmente, di sprigionare, nel suo compiersi, il senso di un’intera esistenza. Continua a leggere
di Enrico De Lea

Con l’attenta e partecipe prefazione di Nadia Terranova, la nuova silloge poetica di Maria Rosaria Valentini, “E il sonno non ha buio” (Giulio Perrone editore, ROMA, 2019), rappresenta lo snodo lirico di una già assai nutrita presenza letteraria dell’autrice, che, tra l’Italia (con gli editori Sellerio e Keller) e la Svizzera (Capelli ed.), dove vive, ha al suo attivo una produzione narrativa di sicuro rilievo. Nell’ambito della scrittura in versi, dell’espressione canonicamente poetica, per la natura del genere lirico, sussiste in radice il rischio di una scrittura e di un contenuto che esprima un “io” lirico, in quanto disilluso, pacificato e consolatorio. Da tale rischio è assolutamente esente la poesia della Valentini, che, sin dal titolo (“E il sonno non ha buio”, tratto da uno dei testi conclusivi) esprime un non pacificato e radicale oratorio della luce e delle sue dimore, in luoghi, esseri, voci, memorie, momenti che all’autrice si offrono come occasione per avvicinarsi al tempo, in qualche modo tentare di stanare il suo mistero, come scrive la stessa nella sua nota introduttiva. Un libro, come scrive Nadia Terranova nella chiusa della prefazione, del quale “il sentimento più prepotente che rimane è quello del desiderio” e nel quale “si respira la vita, si respira una bellezza sottile e persistente, pungolata dal dolore che è crescita, mancanza, abbandono, ma non è mai distruttivo “, in cui si esprime come “abbiamo intorno a noi, sempre più di quello che perdiamo”. I testi della raccolta, organizzati in sezioni, ciascuna caratterizzata da un titolo-tema (Case, Stami, Desideri, Attese, Memorie, Timori, Notti, Voci) sono, per il lettore, una spiazzante sorpresa, com’è nella migliore poesia, nei quesiti e negli esiti, sempre provvisori ed inconclusi, che pongono.
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L’oca selvatica solitaria
File e file ritornano, si perdono oltre confine.
Ma tu dove vai, tutta sola?
Nella pioggia di sera chiami le altre, perdute,
sulla diga deserta incerta discendi.
Sull’isola avvolta di nebbia passi in fondo nel buio,
la luna di frontiera fredda t’insegue.
Seppur non incontri la freccia incoccata,
volare da sola al tuo pericolo basta.

Gesù ha bisogno di noi, perché ci ama. È bello pensare a un Dio per il quale non siamo superflui, piuttosto che a qualcuno per cui se siamo o non siamo nulla cambia.
Per un Dio che ha bisogno di me mi spendo, arrivo a compromettermi, a rischiare. Lo ringrazio dal profondo dell’anima per aver permesso un miracolo così.

Quando la voce lo raggiunse, Arhat stava camminando con alcuni amici sulla strada antistante la moschea dell’Iman. Gli ci volle un po’ per fare ordine nelle parole. Aveva lo sguardo allacciato ai minareti, alle cupole, ai portali intarsiati, ai marmi, ai pavimenti e alle palme all’ombra delle quali aveva trascorso la mattinata conversando.
La voce era quella di un suo compagno di corso. Lo raggiunse alle spalle, e una volta vicina, ansimante, impaurita per il dubbio d’essere stata pedinata da orecchie invisibili, gli riferì che erano andati a cercarlo all’Università. Continua a leggere