Appaiono
al diradarsi della foschia
scorci, frammenti:
bastioni grigioneri di roccia
e neve nuova
subito il bianco intorno
ancora li sottrae Continua a leggere
Appaiono
al diradarsi della foschia
scorci, frammenti:
bastioni grigioneri di roccia
e neve nuova
subito il bianco intorno
ancora li sottrae Continua a leggere

Siamo dei conservatori. Anche se combattiamo sulle barricate per abbattere il sistema, issando lo stendardo della libertà sul pennone della nostra insofferenza, restiamo dei conservatori; perché sebbene viaggiamo in lungo e in largo per annunciare il verbo della novità, manchiamo la rivoluzione più efficace: condividere non le nostre idee, ma la vita che abbiamo ricevuto. Se scegliessimo di metterla in comune, crescerebbe a dismisura.
Ma siamo dei conservatori: combattendo sul fronte del progresso, continuiamo a tenerci troppo stretto ciò che evolve donandosi.
Erika Kronabitter è una scrittrice e artista austriaca e vive a Bregenz, nel Vorarlberg. Membro dell’Associazione Autrici e Autori di Graz, ha curato varie antologie e ottenuto numerosi riconoscimenti per la sua opera. Le poesie che seguono, tratte dal volume Einen Herzschlag nur bist du entfernt (“Sei lontana solo un battito di cuore”), sono tradotte da Sabrina Stabile.
1
garten leer
vor dem haus nicht mehr
im garten nicht mehr
auf der straße nicht mehr
beim b?cker nicht mehr
auf dem marktplatz nicht mehr
beim busplatz nicht mehr
vor dem haus nicht mehr
auf der straße nicht mehr
garten leer
1
giardino vuoto
davanti alla casa non più
in giardino non più
per la strada non più
dal panettiere non più
in piazza del mercato non più
alla fermata dell’autobus non più
davanti alla casa non più
per la strada non più
giardino vuoto
*
2
überall leer
im badezimmer nicht mehr
stundenlang
beim frisieren nicht mehr
stundenlang
beim eincremen nicht mehr
stundenlang
beim pflegen nicht mehr
alle stunden
überall leer

Quando parliamo con Gesù, se ci parliamo, gli chiediamo conforto, aiuto, orientamento. Lo cerchiamo, dunque. Siamo come quei discepoli che, incontrandolo per la prima volta, gli chiedono: maestro, dove abiti?
Lo immaginiamo, mettiamo il Volto santo davanti al posto di lavoro, lo guardiamo negli occhi; a volte piangiamo, o ridiamo, sempre con l’idea che Lui ci accolga e, per così dire, ci riceva.
E se fosse Lui a chiedere asilo, rifugio, o addirittura – adesso la sparo grossa – conforto? Se, non essendoci chi gli apra quando bussa alla porta delle anime; se, ancora oggi, non trovasse posto nell’albergo, e venisse da noi – sì, proprio da noi -, e ci chiedesse di ospitarlo? Non so a voi, a me vengono i brividi. Se capissimo davvero che cos’è la fede, forse crederemmo tutti.
di Antonio Sparzani

Arabeschi
Nei momenti dell’oro
il buon senso quotidiano
non trattiene l’émpito
che preme sullo sterno,
una piena che strazia
prorompe, esonda,
e
alla
fine
distilla
profumati arabeschi,
dal guizzo – rapido – degli occhi
dal tremito – leggero – nella voce
dall’incertezza – d’un istante – del gesto,
un abbandono – vertiginoso – del cuore.
Continua a leggere

Temiamo di fare cose inutili. Ci frustra la sensazione che i nostri sforzi non servano a un bel niente: lavoriamo a una causa e non vediamo I risultati; ci facciamo in quattro per la pace e si scatena la guerra; ci prepariamo al meglio per qualcosa e l’esito è un fiasco. Ma più ancora temiamo d’essere inutili noi stessi: ci siamo o non ci siamo, non cambia proprio nulla.
È qui che salva la fede. Chi crede, sa che Dio valorizza ogni intenzione; mette nei suoi depositi ogni gesto d’amore, anche maldestro e acerbo, al fine di beneficiare qualche anima in pena che noi, magari, nemmeno conosciamo. Questo ci incoraggia, ci motiva, ci consola. Tanto più che il Salmo 56 ci assicura che il Signore tesaurizza persino il nostro pianto: “le mie lacrime nell’otre tuo raccogli”.
Quelli accanto di Silvia Angeli, Italic *Scritture* (2018).
Quante volte nella vita ci siamo trovati in situazioni “scomode”, dalle quali avremmo voluto
solo fuggire, annientarci magari? Quante paure abbiamo cercato di scacciare dalla nostra testa e dal nostro cuore con un gesto della mano? Paura di ammalarci, di non essere all’altezza di una situazione, di sentirci abbandonati.
Questi otto brevi racconti sono un concentrato di vita, di relazioni con gli altri e con noi stessi. Anche se a volte ciò che leggiamo ci appare lontano, è come se Silvia Angeli mettesse davanti al nostro viso uno specchio e ci costringesse a guardare dentro, oltre la superficie, chiedendoci: “E tu, che faresti al mio/suo posto? Cosa provi?”.
In alcuni racconti è un narratore esterno che idealmente ci si siede accanto e ci pone di fronte alla scena; in altri è il protagonista che si rivolge al suo antagonista o al lettore stesso, in cerca forse di empatia o di una persona esterna con cui sfogarsi, e li rende partecipi di un processo intimo, introspettivo. Continua a leggere
Raul Montanari, Sempre più vicino, Milano, Baldini & Castoldi, 2016
_____________________________
di Giuseppe Panella
.
L’ultimo romanzo di Raul Montanari rientra a pieno titolo in quella categoria letteraria (quasi un nuovo genere o sottogenere volutamente non codificato come tale) che è stato battezzato post-noir dalla critica e che si rifà ad autori che sfuggono alle regole del noir classico e tradizionale per approdare a un progetto di scrittura libero dai condizionamenti che il genere inevitabilmente comporta. Vi apparterrebbero autori come la Patricia Highsmith di Sconosciuti in treno o il Friedrich Dürrenmatt del ciclo del commissario Hans Barlach o del “requiem per il romanzo poliziesco” intitolato La promessa. Che cos’è il post-noir? E’ un romanzo che non presenta personaggi particolari, dotati di abilità investigative perspicue se non eccezionali (come nei romanzi di Chandler o di Hammett) oppure interessanti per le loro caratteristiche fisiche e morali ma persone comuni che si trovano in circostanze avventurose o straordinarie spesso senza volerlo o per loro errore e spesso improntitudine. Si tratta di persone “normali” in situazioni non comuni costrette ad affrontarle con i (pochi) mezzi a loro disposizione. Il risultato è una sequenza di eventi misteriosi che trovano uno scioglimento, spesso tragico (ma non sempre), alla fine di un percorso di ricerca scandito da colpi di scena, di trovate bizzarre, di soluzioni inedite.

Una mattina, intorno alle dieci, ero seduto davanti al Volto di Gesù. Gli dicevo: se sono consacrato a Te, vuol dire che da Te devo attendermi la vita, ciò che mi serve, l’amore di cui ho fame.
Ho chiesto con tutte le mie forze, fissandolo negli occhi, deciso a non staccarmi prima d’aver ottenuto la risposta.
In quel momento mi è arrivato un messaggio da qualcuno con cui avevo in sospeso un incontro di lavoro. Non c’era alcun motivo per cui dovesse contattarmi in quel giorno, in quell’ora, nell’istante in cui ho rivolto al Cristo la richiesta più importante della vita, in cui l’ho quasi costretto a presentarsi, a mostrarmi una concreta volontà di comunione. Prendo il telefono, clicco sul link, comincio a piangere, leggendo quello che c’è scritto: “Ti aspetto”.
Da allora, non perdiamo occasione d’incontrarci. Non abbiamo bisogno di parlare: ci fissiamo, come se l’eternità fosse già qui, fosse già ora.

Di cosa è fatto il mondo? Di energia, dicono. Le scoperte della fisica quantistica ci mettono davanti a un universo che non è più un insieme di pieni e di vuoti, ma un groviglio di atomi, molecole, particelle subatomiche che s’intrecciano in un tessuto cosmico sempre uguale e sempre nuovo. Non c’è più la distinzione materiale/immateriale, ma soltanto densità e moti diversi.
Cos’è che dà un senso a tutto questo? Cosa muove l’energia in modo costruttivo, e non, per esempio, nella catastrofe di un’esplosione atomica?
Ricordo che don Mario mi dava spesso, come penitenza per la confessione, un atto di carità. Ecco: un gesto di bontà è capace di dirigere l’immensità degli universi nella direzione pensata da Dio, incanala il moto degli atomi come Lui l’ha avviato, perché tutto si trasformi in un’immagine di vita che non può morire.
di Riccardo Ferrazzi
Per le edizioni Exorma è da poco uscito “Sudeste”, romanzo di Haroldo Conti, narratore e giornalista argentino travolto dalle brutali repressioni della giunta militare insediatasi dopo la morte di Juan Domingo Peron.
“Sudeste” si svolge sul Rio de la Plata in un’epoca politicamente imprecisata, vagamente collocabile nella seconda metà del XX secolo. È la storia di un solitario che, a suo modo, vive come un gaucho o come un avventuriero del far west. Nelle sue emozioni, nel suo modo di vivere la vita, c’è qualcosa che ricorda l’innominato protagonista di “Meridiano di sangue”, il capolavoro di Cormac McCarthy. È lo stato d’animo dell’uomo di fronte alla natura sconosciuta: lo stato d’animo dell’avventuriero. Continua a leggere

È la cosa più logica di questo mondo: Dio vuole parlarci. Ci ha creati, e vorrebbe intrattenersi un po’ con noi. Kenegdo è la parola giusta: uno di fronte all’altro, occhi negli occhi. Non stai occhi negli occhi per rimanere muto. A meno che non cada in estasi, godendo dell’altro, della sua presenza, gioendo del fatto che c’è (indicativo di certezza, non congiuntivo di dubbio).
Dio vuole parlarci, non c’è nulla di strano. Siamo noi a dimenticare che il senso della vita consiste nel dire “come stai?”: me l’ha insegnato don Mario, che lo chiedeva anche al decimo piano dell’ospedale Sant’Eugenio, reparto Grandi Ustioni, avvolto nelle bende come una mummia egizia, dopo che l’avevano bruciato.
“Cercami, parlami”, ci suggerisce Dio, mentre noi, sordi e muti, ci rivolgiamo dalla parte opposta, correndo dietro al nulla.
A V., me stessa e altri
È eguale dunque
la storia di tutti i poeti –
stessa ferita d’origine (e orgoglio),
stessa ferocia implacata, poi,
in ricaduta
lungo gl’infiniti giorni d’una vita
– e questo stesso unico ciclamino bianco
che palpita cieco innocente
nel sole basso
di dicembre
(Immagine: Paul Rafferty, “Cyclamen Study”, Portland Gallery)

Ci lamentiamo di Dio: ha fatto questo o quello, o non l’ha fatto. Non perdiamo occasione per prendercela con la sorte avversa, confrontandoci con gli altri, nutrendo sentimenti d’invidia, aspirando a stare altrove o altrimenti, ma non qui, non ora. Sospettiamo che Dio si dimentichi di noi, che abbia altro a cui pensare; che preferisca gli altri, tutti gli altri, perché solo a noi le cose vanno male, da molto, troppo tempo, forse da sempre. La mormorazione è un ritornello del popolo eletto, nella Bibbia: la manna è leggera, la carne è pesante, molto meglio le cipolle d’Egitto, i porri, i cocomeri, qualunque altra cosa, ma non questa; il passato, il futuro, ma il presente no: nel presente Dio mi ha abbandonato.
O siamo noi, che abbandoniamo Lui? Sarebbe utile partire da qui, a pensarci bene.
Come per gli Stati Uniti nel 2016, anche in Italia prontamente si sta celebrando un piccolo grande capolavoro editoriale: si tratta della prima biografia su Mary Astor (1906-1987), attrice hollywoodiana negli anni ’30 e ’40, nell’immaginario popolare e per lo star system ricordata soprattutto quale protagonista femmina accanto al macho Humphrey Bogart nel Falcone maltese, che segna il debutto alla regia di John Houston e che resta tra i migliori film di tutti i tempi.
Il libro sull’algida diva si incentra soprattutto sul processo tenutosi nel 1936 a Los Angeles contro l’attrice (già celeberrima), per colpa dei diari bollenti a cui si riferisce il titolo: la Astor, fin dal debutto nel mondo della celluloide, consegna a un quaderno i suoi incontri piccanti, ovvero i numerosi amanti, fuori dal set professionale e ovviamente ben lontano dal focolare domestico.
Mary, sul grande schermo, si ritaglia il ruolo della femmina altezzosa, austera, persino angelicata, mentre nella vita quotidiana cambia spesso mariti, tradendoli e restandone tradita: si sposa con uomini squattrinati (o meno importanti di lei), cade in seri problemi di alcolismo cronico, fin quasi a compromettere la carriera, convertita in quella di brillante scrittrice: due romanzi e soprattutto due notevoli autobiografie. Sfruttata anche dei genitori di origine tedesca, la Astor da quel processo – riscoperto per caso da Edward Sorel tra vecchi giornali sotto un pavimento di linoleum – riesce a uscire vincitrice e al contempo a salvare la faccia all’intero (ipocrita) star system e studio system nella cosiddetta Mecca del Cinema.
Tuttavia non è la storia di Mary a impressionare (i due volumi Hollywood Babilonia dicono molto di più e di peggio); ciò che colpisce favorevolmente è il modo in cui viene elaborato questo libro: narrato in prima persona (e alla prima prova autoriale) da un noto designer newyorkese cresciuto nel Bronx (e divenuto poi vignettista celeberrimo e rimasto sempre politicamente impegnato a sinistra), il volume è frutto di un ripensamento durato circa mezzo secolo, che parte dall’amore platonico verso l’attrice e giunge a una revisione critica che a sua volta diventa un po’ storia del cinema e un po’ riflessione su se stesso a ritroso, dalla giovinezza alla vecchiaia.
Alla fine, il testo non sembra opera di uno scrittore all’epoca ottantaseienne, per l’arguzia, la freschezza, l’autoironia, che trapela dalle pagine, illustrate da sue amabili caricature a china colorata: il racconto delle vicende della Astor s’intreccia con quello esistenziale di Sorel medesimo, fino a diventare un unicum che abbraccia cronaca, saggistica, sismologia, memoriale, lasciando il lettore certamente soddisfatto.
Edward Sorel, I diari bollenti di Mary Astor (traduzione di Matteo Codignola), Adelphi Edizioni, Milano, 2017, pagine 169, € 20,00.

Ho peccato, ho molto peccato. Non me ne vanto, anzi, ne sono pentito, amaramente. Eppure, se non avessi peccato, forse sarei uno scemo che giudica la gente, incapace di capirla. Uno di quelli che ti squadrano dall’alto, col sorriso vincente di chi si crede giusto; che parlano di Dio senza averlo incontrato, che si tengono stretti il titolo raggiunto, a costo di chissà quali compromessi, chissà quali silenzi; prigionieri di una gabbia che vieta loro di stringerti le mani, di abbracciarti, di comprendere quello che un giorno scrisse Agostino, mio fratello: felice colpa, che meritò un così grande Redentore.

Adriano Celentano ha compiuto 80 anni. Nel 1975 ne aveva 37 quando gira il suo film più ambizioso, Yuppi du. Venne persino proiettato in concorso alla 28^ edizione del Festival di Cannes. Nel 2008 ne è stata presentata una versione restaurata a Venezia.
La prima volta l’ho visto al cinema. Avevo 10 anni. Mi sembrò un film misterioso più che incomprensibile, a partire dal titolo, sul cui significato, ricordo, gli adulti discorrevano molto. Per anni ho pensato che significasse, in una qualche lingua sconosciuta, “spaventapasseri”, perché questo sembra l’icona resa famosa dalla postura di Celentano sul manifesto del film. Continua a leggere

Il Natale, non di rado, è ridotto a una sbiadita cartolina, può diventare un’abitudine meccanica. Di presepi ne ho visti parecchi: dai più banali ai più sofisticati; dalla statuina all-inclusive alla macchina complessa formata da pezzi semoventi, cascatelle a circuito chiuso, pale da mulino anacronistiche. I personaggi sono perfino attualizzabili: a Napoli, si sa, ci hanno messo Maradona, Belen Rodriguez, Balotelli.
Ma sono quattro i generi di partecipanti che non possono mancare: la Santa Famiglia, gli angeli, i magi e i pastori, oltre alle pecore, l’asino e il bue.
I pastori sono un simbolo non sempre compreso: come guide di greggi rappresentano Gesù, il buon pastore per antonomasia; e anche i suoi preti, che dovrebbero guidare i fedeli ai verdi pascoli del Salmo ventitré.

Ci sono voluti molti anni prima che fosse disponibile in italiano (l’unica traduzione di cui sono a conoscenza* è I fratelli cuordileone, Salani, Milano, 2000, di F. Onesti) ed è un peccato, perché Bröderna Lejonhjärta (in inglese: The Brothers Lionheart) della scrittrice Astrid Lindgren e classico della letteratura nordeuropea, è una di quelle rare storie che riescono a parlare con grande semplicità, e con schiacciante chiarezza, del mistero della morte – e di conseguenza di quello della vita – attraverso temi altrettanto difficili quali quelli del coraggio, dell’amore fraterno, della fiducia e del tradimento, e facendo della scena culminante – una sorta di duplice suicidio – un atto d’amore nei confronti del quale come lettori non possiamo che provare un senso d’illuminante empatia.
E forse è anche questo che si sono dovuti aspettare ben ventisette anni prima che una traduzione in italiano venisse alla luce: ovvero la presenza, in un romanzo per adolescenti (ma in realtà adattissimo anche agli adulti) ,di un tema con cui la letteratura nordeuropea fa i conti da sempre, ma che è spesso tenuto a distanza in quella nostrana.
Chiariamoci: questo non è un romanzo sul suicidio, ma una storia nella quale compare anche un suicidio, trattato però dall’autrice svedese in una maniera che non condanna né assolve, né giustifica né cerca di farlo, ma, più semplicemente, racconta.
La storia è quella di due fratelli, Jonathan e Karl (soprannominato, nella versione italiana, ‘Briciola’), l’uno bello, sano e coraggioso, l’altro malato e all’apparenza pusillanime, che dopo la morte passeranno di avventura in avventura, da un aldilà all’altro, in una sorta di percorso formativo e purificatore che li porterà a contatto col cuore caldo e pulsante della vita.
Da sempre impegnata nella difesa dei diritti dei bambini e degli animali, conoscitrice dell’umana sofferenza e del Continua a leggere