Il guardiano dei paesi

non riesco più a stare nel mio paese nuovo
e neppure in quello vecchio e grezzo.
io vivo nella frana che sta in mezzo.

lo so ho un’ anima scomposta, a vederla da vicino sembra un paese terremotato. ma non è di me che voglio parlare in queste righe, voglio parlare di un’idea dell’italia, l’italia che cerco ogni giorno è annidata nei paesi più sperduti, l’italia che resiste dove c’è poca gente, dove ci sono alberi, erbacce, cardi, l’italia che vive ancora solo dove è più dimessa, l’italia che non crede alla pagliacciata del progresso, l’italia dei cani randagi, dei vecchi seduti sulle scale, delle case di pietra incollate in lunghe file che si attorcigliano. questa italia vive ancora solo nel sud interno ma non ovunque. ci vuole che non ci sia città, che non ci sia pianura, ci vuole che non ci sia l’industria o l’industria delll’agricoltura, ci vuole che non ci siano uffici e grandi scuole e strade dritte e mari e serre e nani nei giardini. l’italia che amo ha più di ottant’anni e rughe non lisciate, è una tribù di reumi e bastoni, è ugualmente lontana dall’europa calvinista e dall’africa animista, è una terra di magie arrangiate, di cimiteri sempre ampliati, di piazze livide e rancorose. io voglio frugare tutta la vita in questa italia fino a quando scompare, voglio restare tutta la vita dentro i suoi paesi rotti e malandati. sono un guardiano della più solitaria disperazione. io sono vivo nei paesi invernali quando passa un funerale, sono vivo quando nevica e nei giorni più ventosi, nelle case dove i ragni fanno i nidi nelle damigiane, nei bar degli scapoli. sono vivo ad aquilonia, a roscigno, a conza, ad apice.

20.000 euro e ti togli il fastidio

Chissà se a ques’ora hanno già fatto il pieno dei posti disponibili. Sessanta, da selezionare entro il 28 settembre, dicevano sul Sole 24 Ore, in un articolo comparso a fine luglio scorso, nell’inserto dedicato alla “Formazione”.
“E’ venuto il momento di fare una scelta e di scrivere una storia. La tua.” Questo lo slogan del nuovo master biennale della Luiss, ovvero la Writng School della Luiss, o LWS.
Un messaggio accattivante, scrive l’articolista del Sole, Massimiliano Del Barba, come “non può che essere accattivante la prospettiva di diventare scrittori di successo alla Dan Brown”. Continua a leggere→

Shelter from the storm

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da qui

Da tempo immemorabile vorrei scrivere un romanzo: idee a ripetizione, coltivate giorno dopo giorno, cresciute con le vicende della vita. I cassetti, fino a poco fa, traboccavano di inizi, come nel memorabile libro di Calvino, Se una notte d’inverno un viaggiatore. Con il trasloco di stanza li ho gettati tutti, gli incipit si sono tramutati in finis. Se avessi cinque ore al giorno, il romanzo prenderebbe forma, si snoderebbe come un fiume d’oriente, il Tigri o l’Eufrate, con anse ampie che procedono lente verso l’esito finale. Ma cinque ore non le ho. I fiumi diventano affluenti, gli affluenti torrenti, i torrenti rigagnoli. Quello che resta, al termine del processo inesorabile di contrazione, è un oasi appena percettibile allo sguardo, una pozza d’acqua nel deserto o forse, meglio, un improbabile rifugio nella tempesta della vita.

Draghi, Mostri e la Terapia (prima parte)

jazzun racconto di Piero Moroni


« Si j’etais plus pute je te demanderai de l’argent »
La Fille

« La tristesse c’est un espoir perdu qui se cherche un préfixe…Le désespoir »
( Léo Ferré )

« L’amore è un piritiello »
( Anonimo innamorato)

« E’ una storia d’amore di una farfalla.
E’ una storia d’amore come la vita di una farfalla.
E’ una farfalla che non è una farfalla.
Ma è una storia d’amore »
( L’autore in piena crisi d’amore)

 «Il jazz stasera é femmina e quando é femmina é tutt’altra poesia »
(Il bel giovanotto Samir)

DRAGHI, MOSTRI E LA TERAPIA

E’ perchè forse tu non lo sai ma stà malattia è davvero bastarda. Quando uno pensa di conoscerla è lì che diventa bastardissima.
Quando pensi di esserne guarito, allora, lì è il momento che questa si risveglia e ridiventa ancora più bastarda.
La malattia d’amore.
La malattia d’amore, quella che ciai quando vieni lasciato dalla persona che ami. La tua donna.
Quella che davvero ami. Continua a leggere→

Provocazione in forma d’apologo 126

Anni fa scovai in rete il sito di un sensitivo che attirò la mia attenzione.
“Clicca qui e avrai indicazioni importanti per la tua vita.”
Cliccai e ritrovai la mia vita radiografata in quattro righe, con messa in bella evidenza tutta la vanità dei miei sogni e degli sforzi che facevo per realizzarli.
“Guarda un po’ che caso!” mi dissi, e passai oltre.
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Partire

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da qui

Il rumore della sedia messa in moto faceva parte di me. Erano due, la piccola e la grande, che dava subito il suo avviso sonoro, prima di partire. Si sapeva in anticipo che il cigolio sarebbe risuonato nel piano sottostante. Era il mio rumore, il segno che c’eri. Avevo anche il timore che chiamassi, per le tue esigenze fisiche, e interrompessi il mio lavoro. Ora, quel rumore lo sento solo quando carico le sedie, o le sposto per vedere se funzionano. E allora ti rivedo, la vita ha ancora un centro, un obiettivo, la volontà si desta e riparte nella giusta direzione. Ma con un groppo in gola, una lacrima che fatica a uscire. Mi domando se sia tu a lasciare un vuoto sulla sedia, o se il rumore che sento a intervalli ormai così distanti sia il segno che anch’io debba partire.

The FabFour in the Sky with Diamonds

Beatles

a cura di Loris Pattuelli

Ci sono voluti quattro anni. Ora il catalogo dei Beatles è stato rimasterizzato per la prima volta in digitale con un livello di fedeltà alla musica originale mai raggiunto prima. 12 album più Magical Mistey Tour e Past masters vol. 1 e 2. per un totale di 14 album su 16 dischi (280 euro circa). Un altro box per i collezionisti: The Beatles in mono (330 euro circa). Ogni CD costa 20 euro, i doppi 30 euro.
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(R)eplica: “Lost and found”- di Marco Giovenale

di Marco Giovenale

1

non c’è niente di ‘normativo’ o autoritario nel chiedere attenzione per alcuni linguaggi, niente di prescrittivo. niente di insensato nel fare uso di più linee di ricerca. di sperimentazione. (attestate o meno, frequentate o meno).

in certi casi si tratta di linguaggi o direzioni o fronti semplicemente avviati dalle avanguardie. e solidi ormai in lingue e culture. (specie poi nell’immaginario visivo).

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Viedellapovertà 3

Era diventata una tassa sul sogno, ma pochi se n’erano avveduti, avendo la parvenza di un gioco, un semplice gioco che tutti potevano fare senza fatica. Con inspiegabile entusiasmo, ogni giocatore stabiliva l’entità della tassa, pari alla grandezza del sogno. Mai a memoria d’uomo era accaduta una cosa simile. Nelle case, nei bar, negli uffici persone di ogni età discutevano e si accordavano per giocare/tributare, depositando infine nelle rivendite, assieme alla giocata/tributo, le schedine coi numeri; attendevano poi l’estrazione, trepidanti, i milioni di giocatori. Continua a leggere→

Da “La pena uguale” di Alessandro Franci

Da “La pena uguale” di Alessandro Franci

*

Non è l’avvenimento che ha un senso; è il giudizio che se ne dà. La differenza è quasi esclusivamente l’aspetto narrativo; cioè il valore è nel racconto non nell’avvenimento.

*

Non si ottiene quanto vorremmo perché scoraggia il percorso per arrivarci. Il conseguimento degli obiettivi, infatti, non sarebbe irrealizzabile; il difficile è rinunciare ad essere ciò che siamo e convertirsi all’idea di come dovremmo essere.

Rimane il racconto di un viaggio amaro, somigliante alla realizzazione di qualcosa che, nel suo svolgersi, è di per sé una condizione. Con l’immane fatica sostenuta senza essere pervenuti allo scopo si nobilitata una rovina, tanto che diventa soddisfacente il fallimento al punto di descriverlo come la riuscita. Il dolersi della propria avversa sorte si trasforma, poi, in un obiettivo accidentale quanto vago.
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Ripostigli. (Inventario delle cose perdute)

Laggiù, a millequattrocento miglia
da quassù, noi abbiamo una casa
(il solenne plurale di mia madre
abbraccia anche il buonanima,
oltre che i quattro figli). In quella casa
possediamo, noialtri – si badi
e se ne prenda scrupolosa nota –
quarantadue cassapanche
e trentanove armadi,
per non dire di una ventina
di bui, catacombali ripostigli.
Le stanze in cui entra un po’ di luce,
quelle che danno sulla strada,
sono solo un paio. Più una terza,
cieca, che però ha un lucernario.
Il resto è un succedersi intricato
di retrostanze cripte sottoscala. Continua a leggere→

La ragione della poesia

di Anna Maria Curci

Un moto di insofferenza è spesso la molla delle mie letture, mia personale e indubbiamente opinabile reazione a vulgate diffuse ad arte, a ossimori forzati, a “salvation a la mode and a cup of tea”, come cantavano i Jethro Tull in Aqualung, a bieche – queste sì veramente bieche – forzature della parola. L’estate che sta imperversando mi ha regalato una tanto singolare quanto insopportabile coincidenza di tutti questi fattori, ma è stato un episodio apparentemente insignificante a scatenare il furore della mia ricerca. Durante il breve viaggio di ritorno da Heidelberg a Mannheim, l’autista, improvvisata guida turistica, prova a lusingare il gruppetto di turisti italiani con l’ascolto di un motivetto popolare Ich hab’ mein Herz in Heidelberg verloren (Ho perso il mio cuore a Heidelberg). Il gruppetto italiano sghignazza irridente. Mentre penso all’ennesima occasione perduta di “un bel tacer”, mi ripropongo fermamente di leggere, al mio ritorno in Italia, Vai troppo spesso a Heidelberg, di Heinrich Böll. Continua a leggere→

Sodoma e Gomorra

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da qui

“Udite la parola del Signore, voi capi di Sodoma, ascoltate la dottrina del nostro Dio, popolo di Gomorra!”.
Così comincia la prima omelia di Isaia, il grande profeta biblico. Mi vengono i brividi, ogni volta che ci penso. Non mi stupisce che sia morto martire. Quando il Signore chiede: Chi manderò?, lui fa un passo avanti: Eccomi, manda me. Sa bene a cosa va incontro. La vita è fatta di profeti e di gente che prende quello che può, evitando il più possibile i fastidi. Io ho un sogno: che l’umanità si alzi in piedi e un grande boato riempia l’universo: Eccomi, manda me. Da questo grido nascerebbe l’era finale sognata da Isaia, quelllo che qualcuno chiama il mondo nuovo.

Un anno senza canzoni

Un anno senza canzoni (Marsilio, pagg. 110, 15 euro) è il diario milanese di una sedicenne sola. Francesca Duranti, scrttrice da sempre estranea alle mode, s’inventa questo personaggio di ragazzina timida e autonoma, vogliosa del mondo e insieme paurosa di affrontarlo. Se Giulietta ricorda qualcuno, è per forza di cosa la Zazie di Raymond Queneau; ma è italiana e si muove a Milano, per cui non si parlerà se non di una lontana eco. Duranti racconta con la grazia sua consueta un mondo che sembra conoscere molto bene. Ambientato nel 2001, il romanzo finisce nel 2008, e non in allegria. Memorabile la frase in clausola: “Perché dopo, finita l’adolescenza, il peggio è passato”.

Tracce

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da qui

Non perderò niente di quello che mi hai dato. Mi guardo intorno: nessuno può prendere il tuo posto. Ho vicino persone straordinarie, ma c’è una presenza che ricorda la Presenza. Mi confidasti un’immagine, una volta: il coperchio su una pentola e tu che domandavi: posso toglierlo? E’ stato così, nella mia vita. L’andirivieni sulla nostra via, la sigaretta, la birra alla Nuova capricciosa, i colloqui al Palazzo della Civiltà e del Lavoro: frammenti di una verità che ho accolto a poco a poco. La paura dell’essere umano è quella di perdere l’essenza, ciò che fa di lui, o di lei, quella persona. Gli antichi mettevano una pietra nel luogo in cui avveniva l’incontro della vita. Anch’io ho messo una pietra. Dovessi morire mille volte, tornerei là a cercare le tracce del mio io.

Omaggio a Mallarmé

di Antonio Sparzani

Stéphane Mallarmé

Stéphane Mallarmé

À la fenêtre recélant
le santal vieux qui se dédore
de sa viole étincelant
jadis avec flûte ou mandore,

est la Sainte pâle, étalant
le livre vieux qui se déplie
du Magnificat ruisselant
jadis selon vêpre et complie:

a ce vitrage d’ostensoir
que frôle une harpe par l’Ange
formée avec son vol du soir
pour la délicate phalange

du doigt que, sans le vieux santal
ni le vieux livre elle balance
sur le plumage instrumental,
musicienne du silence.

Questa poesia di Mallarmé intitolata Sainte era stata inizialmente scritta come poesia d’occasione nel 1865, Continua a leggere→

Futili motivi

di Felice Muolo

Quando inizio a scrivere un racconto, so solo vagamente come andrà a finire e il più delle volte lo chiudo diversamente da com’erano le mie intenzioni iniziali. La storia che vorrei raccontare adesso ho cercato di scriverla infinite volte ma non sono mai riuscito a incominciarla. Il motivo credo consista nel fatto che conosco esattamente come va a finire. E, dal momento che narra una vicenda realmente accaduta, non potrei terminarla diversamente da come si è conclusa. Per poter riuscire nel mio intento, liberare una volta per tutte il mio cervello dalla sua incombenza, ho pensato di riportarla dalla fine. Continua a leggere→

Se il libro non vende è sbagliato

di Antonio Gnoli

Giulio Lattanzi è da quasi cinque anni a capo della Rcs libri. È un manager puro che tiene la barra dritta sul conto economico, che progetta strategie finanziarie, opera fusioni, alleanze, acquisizioni. Insomma è uno che per il mestiere che fa non piacerebbe all’ editore Giuseppe Laterza che, in un’ intervista apparsa su queste pagine, si è detto molto preoccupato del ruolo di queste figure che rischiano di alterare il mercato librario «Il manager», dice Lattanzi, «è un’ esperienza più complessa, meno caricaturale di come Giuseppe Laterza l’ ha dipinta». Converrà, che fare libri non è la stessa cosa del produrre automobili o panettoni. «Lavoriamo dentro un’ impresa con un forte tasso di innovazione, la cui molla culturale è la creatività. Più della metà del fatturato della nostra casa editrice proviene dai titoli nuovi che pubblichiamo. Non sappiamo in anticipo se venderanno bene. Ma siamo consapevoli che il loro successo è essenziale per l’ andamento della casa editrice. Il profitto non è un obiettivo, è un vincolo che vale tanto per l’ azienda automobilistica, quanto per quella che produce libri». Ma il successo non può essere la sola componente? «Pienamente d’ accordo. Però non si può sputare sull’ industria culturale e servirsene. Il bello dei libri è che quando si vendono concorrono alla formazione di una coscienza e garantiscono una pluralità di opinioni e di punti di vista che il cinema e la televisione non potrebbero soddisfare». Continua a leggere→

“Serial writer” – Elisabetta Liguori

lecter26

La notte è più difficile, lo saprà di certo anche lei.
La notte nel silenzio ci sono volte che non la controllo: la parola monta, monta, monta, e poi tracima. Di notte se dormissi sarebbe meglio, è chiaro, ma il problema è che la bionda della volta scorsa non ha capito nulla di tutta la faccenda. Certo che no, si fidi, per questo ha fatto quella gran cagnara da circo, ché se fosse stata zitta un solo momento ad ascoltare, non saremmo qui, né io, né lei.
In verità capiscono di rado. Continua a leggere→

La fine del mondo

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da qui

Se la motivazione del politico fosse il bene comune, se l’obiettivo dell’artista fosse l’espressione autentica dell’ispirazione, se l’intenzione del credente fosse seguire il Cristo, se ognuno agisse in base alla realizzazione del proprio fine legittimo, come sarebbe il mondo? La vita è pensata così, una verità incontrovertibile: l’albero che cresce, l’usignolo che canta. La speranza nasce all’improvviso, come una rivoluzione armata, o il risveglio di un giovane in coma. Il potere tenta di soffocarla in ogni modo, perché sa che se un albero cresce o un usignolo canta non può stare tranquillo, deve controllare che ogni ora si svolga secondo i suoi progetti, evitare ogni possibile sovvertimento, scongiurare la fine del mondo.