Davide Sapienza – “Flathead Valley: il viaggio non ha mai fine”

Articolo di Davide Sapienza, pubblicato sul numero di settembre di GQ

(testo introduttivo di Giovanni Agnoloni)

Davide Sapienza, scrittore ed esploratore – oltre che grande esperto di musica –, ci offre qui, in un articolo pubblicato su GQ, una descrizione carica di fascino su una zona pressoché inesplorata del Canada, la Flathead Valley. Non è solo un reportage di viaggio: è un interrogativo sul senso profondo del rapporto tra uomo e natura.

La bellezza di un viaggio può nascere in sogno. Perché costruire un viaggio è come partorire un desiderio. Un’elaborazione della vita mentre la vivi. Parafrasando John Lennon, “un viaggio è ciò che ti succede mentre fai i tuoi piani.” E ciò che ti succede, se hai sempre sete di visione, è che puoi facilmente smentire chi sentenzia che non esiste più niente da scoprire. Ogni uomo nasce libero – di scoprire e di farsi scoprire. Ogni uomo nasce e inizia un viaggio che decide di percorrere nella sua ideale geografia, un sogno spesso fatto da bambino. Le Terre Lontane esistono nella mente esattamente come nella morfologia del Pianeta. Continua a leggere→

Rose

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da qui

D’estate il prete resta solo. Per modo di dire, s’intende. La folla che ti assedia è sempre là, cerchi affannosamente un buco nell’agenda per l’ennesimo appuntamento che ti chiedono. Ma quelli che dovrebbero aiutarti sono in giro per il mondo, in posti ameni. L’idea stessa ti solleva: “stiamo riposando per voi”. Anche questo è solidarietà. Il problema è quando tornano: rigenerati, pieni di energie, pronti a notare ogni mancanza, mentre tu stai esalando l’ultimo respiro. Però non muori mai, sarebbe troppo semplice. E’ il bello del prete. Ho provato a spiegarlo ieri in uno degli innumerevoli matrimoni che celebro nel mese di settembre: citavo la scena di una pattinatrice (la sposa stessa) che lancia una rosa verso il suo ragazzo (lo sposo), seduto tra gli spettatori; lui, chissà perché – è distratto, o pensa che non sia diretta a lui – la lascia passare e finisce chissà dove. Dicevo che Dio è uno che lancia rose a vuoto, disposto ad accettare la nostra indifferenza. Il prete, figlio di tanto Dio, deve fare lo stesso. Riempie il mondo di rose, a volte inutilmente.

Luigi Socci Freddo da Palco Edizioni d’IF

freddo-thumbBisogna sentirlo, bisogna ascoltarlo Luigi Socci. Bisogna, almeno per una volta, ascoltarlo mentre modula i suoi versi in cui senso e suono si incrociano quietamente, gustare le sue pause ad armonizzare sillabe e rime, parole e metro, perdonargli magari l’incespicare su paronomasie o scambi vocalici e consonantici che, al netto di ogni cascame patetico/poetico, portano ad enjambements spiazzanti, a clausole stranianti che lasciano interdetti, sorpresi. Anche un po’ scossi, quasi infastiditi. Continua a leggere→

Draghi, Mostri e la Terapia (seconda e terza parte)

un racconto di Piero Moroni

DUE

Confuso, avevo voglia di camminare un poco, ieri sera dopo il silenzio magico del Clairon e dopo aver salutato le serveure antipatico, decido di incamminarmi scendendo le scale di rue du Calvair.
Strane ombre tra cui una che faceva fumo, mi seguivano.
Ho incontrato Pascal che lui, Pascal, dorme sotto una scalinata e che Enrico gli ha regalato un sacco a pelo nuovo e Pascal mi ha raccontato delle sue avventure che io non ci credo alle avventure di Pascal e poi dopo aver salutato Pascal e dopo avergli dato 10 Euro sono entrato Au Rendez Vous des Amis in Rue Gabrielle. Continua a leggere→

Luigia Sorrentino: “La nascita, solo la nascita”

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di Rita Pacifici

Ho conosciuto Luigia Sorrentino, ancora prima di leggere i suoi versi, lungo le strade della poesia. Quegli spazi reali, piazze vie di città italiane, che diventano in alcuni periodi dell’anno festosi cenacoli letterali. Non si può restituire l’emozione di quegli incontri dove le voci dei poeti, da invisibili compagni di vita si incarnano in presenze concrete e vicine. Oppure dove, all’inverso, un incontro fortuito si trasforma in una nuova esperienza conoscitiva, e ci si muove dal poeta ai suoi testi trovando, come in questo caso con la Sorrentino, consonanze profonde, forse perché tutti “siamo di questa terra, la terra dei gerani e dei cento canarini gialli”, come recita un verso della scrittrice napoletana.

Difficile non sentirsi inscritti in questo orizzonte poetico, così ricco di materia e di colori, così drammaticamente abitato da una stirpe macchiata dal peccato originale della “nascita” e gettata a metà strada tra la luce e l’ombra. Continua a leggere→

Gridare

Ricardo Menéndez Salmón, Gridare, pp.176, € 14, Marcos y Marcos, Traduzione di Claudia Tarolo

Esiste, evidentemente, una tensione emotiva che in certi casi non può fare a meno di andare a braccetto con l’ammirazione, accompagnandone passi e movenze durante l’intera strada che ha deciso di percorrere al suo fianco. È pur vero che la si intravede appena: le sue squame opache non riflettono nemmeno una frazione minima del lucore che anima il manto della compagna, insomma nessuno se ne accorge – tanto meno il malcapitato che la sta calzando come un frack invisibile – perché lei, innominabile e rabbiosa clandestina, se ne sta in disparte, covando in segreto il rancore che le è proprio, insomma che è proprio dell’invidia, perché è di lei, della sua tragica insubordinazione che stiamo parlando, ossia dell’abilità con cui riesce a insinuarsi anche (soprattutto) nello sguardo esterrefatto di chi si è appena trovato al cospetto di una piccola, portentosa meraviglia.
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Guida lei

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da qui

Il prete dev’essere un dio: disponibile, perfetto, onnipresente. Non ci riesco più, da qualche tempo. Guardo la gente e penso al retroscena di attese frustrate, di illusioni tenaci, di dolore, che costituisce la trama segreta della vita. Sono nel cuore della notte e ho occhi di gatto, capaci di vedere l’invisibile. Tutto l’apparato di cui dovrei bardarmi sfuma come l’ombra che mi avvolge; non restano certezze, dogmi, articoli indiscussi, ma solo uno sguardo troppo consapevole, una coscienza troppo lucida. Mi chiedo se sia meglio oggi, o quando avevo perso il filo e la compagna migliore era la ceres. Solo la macchina è la stessa, e come una volta guida lei.

Immigrata

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Novembre del ’63: a Londra da otto mesi.

Mi fermo giù al ponte per osservare i pellicani:

Galleggiano come cigni, inarcando il collo bianco

Su un fascio d’ali appena arruffate,

Seppellendo il becco goffo dentro l’acqua del lago.

Stringo pugni infreddoliti nella giacca presa da Mark and Spencer

E di nascosto, ancora una volta, metto alla prova il mio accento:

St James’s Park; St James’s Park; St James’s Park.

Fleur Adcock

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Un dolore forte mi ossessiona, alla schiena, in basso, e giorno dopo giorno arriva a paralizzarmi una gamba. Cammino piano, sbilenco, non riesco a stare seduto né coricato, faccio fatica a rialzarmi. I dolori creano un diaframma tra noi e il mondo, e nell’al di qua c’imbozzoliamo cupi perdendo vitalità; riacquistandola, dopo un tempo indefinito, quasi sempre. E’ un assaggio di morte, della pena che spesso la precede. Continua a leggere→

Francesca Baviera, “Lo stupefare dei sangui”

Perdona l’acero, scambiato per te
in questa estate senza collane, in questa estate       
                                                 che non ha i suoi piedi nel mare.
Perdona l’uva gialla, contrabbandata con te per pochi baci.
Perdona le mie mani stanche e i miei occhi.
Prenditi i miei capelli, prenditi invece la mia voce e il mio nome,
che questo trascinarsi dei tuoi e dei miei giorni,
che questo sangue inventato e vano,
che questi miei occhi larghi
non riescono a sbattermi meno del vento.
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Good Morning Monferrato – laboratorio-weekend di scrittura poetica condotto da Anna L.B.

Da venerdì  25  settembre sera (arrivo e cena di benvenuto) a domenica 27 settembre saremo ospiti di un’accogliente casa privata, su una collina boscosa tra vigne, noccioleti e tartufi, in località Santa Caterina, Comune di Rocca d’Arazzo, tra Asti ed Alessandria. Con comodi letti e una grande cuoca tutta per noi: non dovremo pensare ad altro che all’amicizia e alla poesia. Continua a leggere→

La pietra nella mano

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Aveva sbagliato, almeno stando a certi documenti. Aveva fatto carriera, senza agganci sospetti, grazie alle sue capacità. Svolgeva il suo dovere fino in fondo, prodigandosi per la causa in cui credeva. Ma ormai l’immagine non era quella giusta, stonava, rompeva l’armonia celeste delle intenzioni pure, delle azioni integerrime. Ora finalmente non c’era più spazio per l’errore, ora la trasparente grazia dell’innocenza ritrovata avrebbe fatto tacere ogni rivolta, ogni residua accusa. Intanto un uomo continuava a scrivere per terra, raccontava la storia di noi puri, gli sguardi fieri e l’immancabile pietra nella mano.

Bear watching

OrsoMarsicano

Non è propriamente un vis à vis con Yoghi – l’orso marsicano è più piccolo di quelli americani, il grizzly e l’orso bruno, e grazie a dio è di gran lunga meno pericoloso – ma insomma, vista la frequenza con cui avvengono gli avvistamenti e l’estasi stampata sul viso di chi scende dopo aver vissuto l’esperienza, si può ben parlare del Parco nazionale d’Abruzzo come della nuova Yellowstone italiana.
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“Breve confutazione del Tempo (in forma di video)”

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Le cose non sono mai come appaiono. Cosa è la nostra concezione/immaginazione del tempo ? Il nostro essere coordinati mentalmente per attimi/secondi/minuti/ore/mesi/anni/secoli/millenni ?

Davvero non potremmo fare a meno del tempo ? Davvero siamo così schiavi del tempo che non riusciamo mai, neanche per un momento, a prescinderne, mai a fare a meno del nostro qui-e-ora, del nostro scorrere, inesausto, verso l’estuario della morte ?

Davvero la vita non ha senso, senza la successione meccanica di quei punti che insieme la formano, come il passaggio nel vetro risicato di una clessidra ?

In un saggio di qualche anno fa, intitolato “Breve confutazione del tempo”, Jorge Luis Borges riprendeva alcune delle tesi più ardite di George Berkeley, sulla totale illusorietà delle nostre percezioni temporali. Continua a leggere→

Con la pietra e con la fionda

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da qui

E’ l’esercito più tecnologico del mondo. Tutti si riforniscono da loro, per assicurarsi le armi migliori. Schierati davanti a noi, fanno paura. Stranamente immobili, ci squadrano come se dovessero godersi lentamente la vittoria. Uno di loro si fa avanti: è un gigante. “Perché scatenare la battaglia?”, dice. “Scegliamo i più forti tra noi, che si sfidino a duello. Chi vincerà, vincerà per il suo popolo”. Tra le nostre file cade il silenzio. Qualcuno troverà il coraggio di affrontare quel colosso? Non so che mi succede, una forza s’impadronisce del mio spirito, mi spinge a fare un passo avanti: “Vado io”. “Che dici, sei un ragazzo!”. Sento voci intorno, che cercano di dissuadermi con ironia o fermezza. “No, vado io, ormai ho deciso”. Il comandante cerca di infilarmi la sua pesante armatura, ma non riesco a muovermi lì dentro. La spada enorme, poi, è impossibile impugnarla. “Faccio senza”, gli dico. Vado incontro al gigante, con la pietra e con la fionda. In un momento, sento che dipende da me il corso della storia.

Narratori. Note di fine estate su caratteristiche, vezzi e vizi di una categoria in via d’estinzione

I sempre interessantissimi dibattiti sullo stato/tendenze della letteratura (della narrativa, in particolare) italiana (come questo e questo su Vibrisse) mi confermano tutte le volte quanto penso da tempo, e cioè che il nostro spazio letterario (in senso esteso: comprendendo scrittori, critici, lettori forti, commentatori di lit-blog) sia popolato da persone dotate di grandi capacità sul terreno della speculazione teorica, ma poi, chissà perché, da pochi buoni narratori (amara costatazione, questa, che peraltro emerge abbastanza chiaramente anche dai dibattiti sopra citati).

Questo perché per essere bravi speculatori basta in fondo lo studio, la passione e l’applicazione riflessiva (oltre a ovvie, naturali doti di intelligenza), mentre per essere un buon scrittore, fra altre cose che ora non mi vengono in mente, occorre di sicuro conoscere a fondo l’animo umano, vivere intensamente una vita di profonde relazioni, avere una Visione del Mondo, molta cultura (ottima conoscenza dei classici oltre che dei contemporanei), molta tecnica, amore per il prossimo, una grande fiducia in se stessi e nello strumento della scrittura, molta fantasia, non avere paura dei fantasmi e dei mostri (quelli che popolano la propria e l’altrui coscienza), sapersi scegliere un Maestro cui far riferimento senza pudore, condividere la propria passione con un gruppo di simili, essere dotati di qualche lieve turba psichica, oltre che a un grande desiderio di raccontare delle storie.
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QUEL CHE RESTA DEL VERSO n.6: “Dissipatio H. P.” Poesia e riflessione filosofica in Mirko Catalano

Mirko Catalano Auctus Subobscurorum. Crescita crepuscolareIl titolo di questa rassegna deriva direttamente da quello di un grande romanzo (Quel che resta del giorno) di uno scrittore giapponese che vive in Inghilterra, Kazuo Ishiguro. Come si legge in questo poderoso testo narrativo, quel che conta è potere e volere tornare ad apprezzare quel che resta di qualcosa che è ormai passato. Se il Novecento italiano, nonostante prove pregevoli e spesso straordinarie, è stato sostanzialmente il secolo della poesia, oggi di quella grande stagione inaugurata dall’ermetismo (e proseguita con il neorealismo e l’impegno sociale e poi con la riscoperta del quotidiano e ancora con la “parola innamorata” via e via nel corso degli anni, tra avanguardie le più varie e altrettanto variegate restaurazioni) non resta più molto. Ma ci sono indubbiamente ancora tanti poeti da leggere e di cui rendere conto (senza trascurare un buon numero di scrittori di poesia “dimenticati” che meritano di essere riportati alla memoria di chi potrebbe ancora trovare diletto e interesse nel leggerli). Rendere conto di qualcuno di essi potrà servire a capire che cosa resta della poesia oggi e che valore si può attribuire al suo tentativo di resistere e perseverare nel tempo (invece che scomparire)… (G.P.)

di Giuseppe Panella

 

Dissipatio H. P. Poesia e riflessione filosofica in Mirko Catalano (Auctus Subobscurorum. Crescita crepuscolare, Firenze, Masso delle Fate, 2007)

Nonostante la più volte conclamata fine della dimensione lirica e dei suoi derivati specifici, Mirko Catalano crede ancora nella forza e nella salvazione possibile che viene dalla e attraverso la poesia. Crede ancora nella sua potenza musiva ed evocatrice che nasce soprattutto dalla sua indiscutibile connessione con la pratica filosofica della conoscenza del reale. In sostanza, crede ancora in una poesia che sappia affondare le proprie radici profonde non tanto nell’abilità versificatoria o nell’evocazione luttuosa del proprio destino quanto nella capacità di analizzare la storia e delinearne gli sviluppi futuri – soprattutto, la sua probabile fine prossima ventura.

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Rosa del deserto

damasco

Gisella Gasparini  (2.6.1957 – 20.8.2009) in memoriam

Gisella viveva in più mondi – e questa è stata, fino alla fine, la sua forza.

Forse a causa della malattia che l’aveva accompagnata per tutta la vita e che aveva limitato il suo raggio d’azione, aveva sviluppato dentro di sé una ricchezza che la faceva vivere in  pienezza, perfino negli ultimi tempi, quando il dolore aveva preso il soppravvento su tutto il resto.

Ma Gisella non si faceva vincere.

Non è morta sconfitta.

Amava la vita, come spesso fanno proprio coloro che non la possiedono in pieno. Voleva vivere ed è vissuta come sapeva fare solo lei: dal di dentro, sostenuta da una forza e da una fede provenienti da fonti misteriose che la collegavano ad una più profonda dimensione dell’esistere. Continua a leggere→

AFO – Avanguardie Futuro Oscuro

Articolo di Giovanni Agnoloni

Un’antologia è un po’ come un CD. Spesso ci trovi un paio di pezzi buoni, e il resto ‘fa volume’. Poi ci sono quei casi fortunati in cui praticamente ogni canzone riesce a trasmetterti delle emozioni, a ‘connetterti’ con qualcosa di più ampio. E magari ce ne sono tre o quattro decisamente speciali.

È il caso di AFO – Avanguardie Futuro Oscuro, raccolta di racconti curata da Sandro Battisti ed edita da EDS (Edizioni Diversa Sintonia) (€ 13,00). Continua a leggere→

Alla fine di tutto

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da qui

Mi chiedono sempre perché il male. Lo chiedono a me, in un certo modo, come se avessi io la soluzione in tasca, da prete, depositario dei segreti ultimi del mondo. E’ un pezzo che ho smesso di rispondere con le formule usuali. Da quando il male mi ha investito nella sua versione più crudele, non ho più parole. Guardo la persona che mi ha fatto la domanda, cerco di capire se la sua è una sete di sapere o la solita sfida alla chiesa e ai suoi rappresentanti. Tento di comprendere se legge il dolore che mi afferra alla gola, o se gli sfugge questo aspetto del tema su cui vuole conversare. Il problema del male, gli dico, ha una soluzione che attraversa la carne devastata. Come si risolverà non puoi saperlo; credi solo a qualcuno che ha dato la vita per mostrarti che il bene, alla fine di tutto, è ciò che resta.