Archivio mensile:Luglio 2007

Tana per la bambina con i capelli a ombrellone

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romanzo di Monica Viola

di Elena F. Ricciardi

Non essere scoperti e riuscire a fare tana in barba a chi ci cerca è il
gioco che ha accompagnato i pomeriggi dell’infanzia di molti di noi. Il
piacere della fuga e del nascondimento, il brivido sulla schiena quando chi
sta sotto e conta passa davanti al nascondiglio e non ti vede, la corsa
folle dal nascondiglio alla tana per essere salvi e gridare finalmente: tana!
E il grido liberatorio dell’ultimo che urla: tana libera
tutti!

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Nenio

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di Elena F. Ricciardi

“Un errore di vecchiaia. inizialmente avevano pensato a un brutto male, ma
poi avevano scoperto che si trattava solo di una gravidanza tardiva e
avevano deciso di tenermi: meglio me che un brutto male no? Certo, ero una
bocca in più da sfamare, ma che fare? Essendo credenti, non potevano mica
buttarmi via.”

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Di come mi comprasti i Canti Orfici su Ebay

 

Chi era Campana te lo dissi proprio io durante uno dei molteplici miei trip
sulla poesia italiana del nostro Novecento: la notte –  un divenire, e frasi e suoni e sogni
e Boboli, il giardino, l’invetriata e la Chimera e tu che ascolti e poi sicuramente pensi
che scrivere significhi davvero sofferenza d’una mente che non si rassegna al buio.
Un pazzo, certamente: una ricetrasmittente con l’onde del cervello forza nove
e sinapsi come cavi di rete collegati per navigare ovunque, diretti al nuovo mondo.
Controlli quest’asta che nessuno assiste con palette: chi offre di più, di sé darà con più fatica.
Hai comprato, per ora, un numero infinito di fumetti Micky Mouse degli anni 30,
ma continuo ad insistere imperterrito che un verso richiede molta più fatica
di mille pennarelli made in china che passano notturni e senza schizzi
intorno alla nuvola pensante, le mille bolle blu d’una vignetta.
Ma ecco che poco dopo t’incupisci e non sai se poi ti piaccia veramente
se capisci esattamente il suo significato: è questo dirsi al buio a spaventarti
queste puttane di bordello pre-Merlin che si trasformano
da luride baldracche un po’ pelose in ancelle di farfalle complanari
questi mari nauseanti da navigare veloce per tornare, ma non qui
non esattamente al posto di partenza, di qualche fotogramma miglioràti
laddove al rallentatore memoriale molto meglio ogni sogno si ravvisa.
Ti dissi crudelmente che il feticcio oggetto non m’interessava più
che il pensiero, possederlo, era l’ impossibile – e comunque l’edizione di Marradi
ce l’aveva Montale che la perse proprio qui a Firenze durante l’alluvione.
Un coglione, certamente. Ridi, pensando a tale spreco, e tu che risparmioso e maniacale
concepisci il materiale come base d’appoggio e di finanza
riempi la stanza di pensieri tondi fatti quasi sghignazzando, da non dire.
Ti lascio fare finchè poi non decidi che tentare in fin dei conti costa niente
e dalla ricerca globale mondiale di server con la connessione ai venditori
il morto orale rispunta come intatto, autografato e fotografato
un corpo d’obitorio dal lago rinvenuto con novant’anni di ritardo
conservato tuttavia da mani molto esperte, faraone da Marradi
stretto fra le bende d’una angusta psichiatria. E tu rilanci.
Quali ganci trattengono alla terra la fibra ottica del mouse
che tu guidi schiacciando uno dopo l’altro tutti i tasti
che pesti invio durante il conto alla rovescia, che io
non so capirne il peso e dargli senso: penso al compulsivo
correggere di bozze da Ravagli, alla tastiera che perpendicolare tieni
rispetto a quello schermo al plasma che tu sei lì ed offri ancora
con un’ansia di possesso di chi  più spende più guadagna.
La montagna. Le immagini del viaggio superato. Hai sparato
un prezzo ragionevole, in fin dei conti non l’hai pagato tanto.
Questo è quanto: mi dici che sarà la mia pensione di quando
squattrinato, avrò il catetere invocando la Bacchelli
e i versi più belli saranno quelli che non t’ho scritto mai
E lo sai, è un compleanno, o qualche altro anniversario.
Così me lo donasti in una scatola marrone coi limoni disegnati
(in barba a Montale, dicesti, lui li ha persi, ma tu vedi di conservarli bene)
avevi il viso di Lopachin del Giardino dei Ciliegi
il sorriso di Prometeo che regala il fuoco al mondo.
Allora non è vero che questa poesia non la capisci
chè la grazia del dono di dare di gran lunga supera il mio dire
e se adesso non trovo un regalo più decente d’un’opera d’inchiostro
stampato laser sopra un foglio d’una risma presa al supermercato
è perchè il maledetto pazzo fosti tu, chè proprio non capisci il gran perchè
ogni tanto vado a capo e cambio il rigo, tu, che le parole migliori
le scrivi accuratamente, di seguito, l’un l’altra, e scendi solamente quando
il margine destro non concede ulteriore spazio all’arabesco.

Pubblico questo testo il giorno del mio 28esimo compleanno (così potete farmi anche gli auguri) per ragioni meramente sentimentali. L’edizione a cui si fa riferimento è quella di Marradi del 1914, trovata dal mio fidanzato spippolando sul sito www.ebay.com tre anni fa e poi regalatami quale auspicio e/o fondo pensione.

LA PERDITA DEL MONDO E DELLE COSE di Ivan illich

Lettera a Helmut Becker, 19 Novembre 1992.

illich

In passato l’uomo abbandonava il mondo al momento della morte. Fino ad allora egli era vissuto nel mondo. Noi due apparteniamo entrambi alla generazione di quelli che sono “venuti al mondo”, e che oggi sono minacciati da una morte senza fondo. Diversamente da ogni altra generazione noi abbiamo vissuto la rottura con il mondo.
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19 luglio 1992: Una strage di stato

Pubblico la lettera aperta di Salvatore Borsellino, fratello di Paolo. Nessun giornale italiano le ha dato, finora, lo spazio che avrebbe meritato. Forse sarà pubblicata all’estero. Grazie ad Antonio Pagliaro http://www.xantology.com

Per anni, dopo l’estate del 1992 sono stato in tante scuole d’Italia a parlare del sogno di Paolo e Giovanni, a parlare di speranza, di volontà di lottare, di quell’alba che vedevo vicina grazie alla rinascita della coscienza civile dopo il loro sacrificio, dopo la lunga notte di stragi senza colpevoli e della interminabile serie di assassini di magistrati, poliziotti e giornalisti indegna di un paese cosiddetto civile.

Poi quell’alba si è rivelata solo un miraggio, la coscienza civile che purtroppo in Italia deve sempre essere svegliata da tragedie come quella di Capaci o di Via D’Amelio, si è di nuovo assopita sotto il peso dell’indifferenza e quella che sembrava essere la volontà di riscatto dello Stato nella lotta alla mafia si è di nuovo spenta, sepolta dalla volontà di normalizzazione e compromesso e contro i giudici, almeno contro quelli onesti e ancora vivi, è iniziata un altro tipo di lotta, non più con il tritolo ma con armi più subdole, come la delegittimazione della stessa funzione del magistrato, e di quelli morti si è cercato da ogni parte di appropriarsene mistificandone il messaggio. Continua a leggere→

Alfabeti, E come Estate

Luce tu

Luce verticale,
luce tu;
alta luce tu,
luce oro;
luce vibrante,
luce tu.

E io la nera, cieca, sorda, muta ombra orizzontale.
(Juan Ramon Jiménez) Continua a leggere→

C’è dispensa e… dispensa

Viaggiamo alla scoperta di parole omofone – parole che hanno la medesima grafia, quindi il medesimo “suono” – ma di significato completamente diverso, di cui il nostro idioma è ricchissimo. Queste parole le adoperiamo nel parlare quotidiano con la massima indifferenza, inconsciamente, senza renderci conto del fatto che uno stesso termine può assumere, appunto, significati diversi. Quante volte ci capita di dire frasi del tipo “apri la dispensa e prendi il pane” oppure “è arrivata la dispensa di storia dell’arte” o, ancora, “siamo in attesa della dispensa ministeriale per quanto concerne quell’affare”. Nel primo caso per dispensa si intende un locale (o un mobile) dove vengono riposte le riserve alimentari che giornalmente dovranno essere consumate. Nel secondo caso, invece, il termine indica un numero determinato di fogli di un’opera che si pubblica periodicamente. Nel terzo caso, infine, per dispensa si intende l’esonero, l’esenzione da un determinato obbligo. Vediamo, quindi, come si è giunti alle varie accezioni. Tutte e tre le “dispense” hanno il medesimo “padre”: il verbo latino “dispensare”, composto del prefisso “dis” (che indica “distribuzione”) e il verbo “pensare”, intensivo di “pendere” (pesare) con il significato traslato di “pagare”, quindi “distribuire”, “concedere”, “dividere”, “somministrare”.

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Un inedito di Luigi Di Ruscio

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la profanazione delle tombe ebraiche
è molto peggio profanare i vivi
è strano a dirsi perfino i palestini
sono ad immagine d’iddio
e sparare su di loro significa
sparare sull’immagine di Dio
il certo che mai le lapidi
verranno profanate ma solo imbrattate
anche se fosse la lapide
dove è ricordato il ritrovamento
del cadavere di Moro
non imbrattate le lapidi
e non profanate ammazzando i vivi

18 luglio 2007

Man of the house

Bob Hicok (USA,1960)

Man of the house 

It was a misunderstanding.
I got into bed, made love
with the woman I found there,
called her honey, mowed the lawn,
had three children, painted
the house twice, fixed the furnace,
overcame an addiction to blue pills,
read Spinoza every night
without once meeting his God,
buried one child, ate my share
of Jell-o and meatloaf,
went away for nine hours a day
and came home hoarding my silence,
built a ferris wheel in my mind,
bolt by bolt, then broke it
just as it spun me to the top.
Turns out I live next door.

Uomo della casa

Fu un equivoco.
Andai a letto, feci l’amore
con la donna che là trovai,
la chiamai tesoro, tagliai l’erba,
ebbi tre figli, imbiancai
la casa due volte, riparai la caldaia,
superai una dipendenza di pillole blu,
lessi Spinosa ogni sera
senza incontrare una volta il suo dio,
seppellii un figlio, mangiai la mia parte
di budino e polpette,
uscii di casa per nove ore al giorno
e ritornai raccogliendo il mio silenzio,
costruii in mente una ruota panoramica,
bullone per bullone, poi la distrussi
appena mi portò in cima.
Proprio così, sono l’uomo della porta accanto. 

( traduzione di Stefanie Golisch)

80anni fa in Romania… com’è ancora presente un certo passato, non trovate?

La Legione Arcangelo Michele – verso la Guardia di Ferro

… di fronte a tale situazione decisi di non stare né con l’uno né con l’altro gruppo, di non rassegnarmi, ma di iniziare l’organizzazione della gioventù sotto la mia responsabilità, secondo il mio sentimento e il mio criterio, e di continuare la lotta, non di capitolare.

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Tralicci, di Francesca E. Magni

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Giganti spaziali ferrificati nell’atto del pescare, nell’attimo prima di gettare le reti, eccoli lì, a futura memoria.
I gonnelloni da soldato orientale, ormai solo a maglie, a formare una piramide vuota, le braccia aperte a tirare le fila, il cappello elmato e imponente, ma anch’esso solo scheletro d’acciaio pieno d’aria. Continua a leggere→

Appuntamento con il notaio

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di Elena F. Ricciardi

Alessio Paša, Appuntamento con il notaio / Paura della notte, racconti in versi, Vibrisselibri.

Testo insolito quanto a forma e procedimento narrativo. Nervoso, inquieto,
inquietante. Un film in cui tutto sembra accadere nel pensiero . Non si riesce a
distinguere il narrare, l’accadere e il vivere dei personaggi che entrano
ed escono fulminei da un fermo immagine fisso degli occhi del lettore che
vede vivere, raccontare, accadere, con distacco quasi psicotico, un
turbinare-immobile di personaggi.

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Asilo di mendicità – Simone Giorgino

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Simone Giorgino
asilo di mendicità
BESA Editrice

***
L’incerto riparo del verso
di Luciano Pagano

La parola è qualcosa che Giorgino percorre con l’assiduità dell’artigiano, ogni sua poesia è un testo che emerge come sedimento di tutte le possibili variazioni di suono e di senso nel quale trovano confluenza diverse correnti, da quella stilnovistica a quella più legata alla sperimentazione della nuovissima poesia italiana, per lasciarsi attraversare dal passato recente dei grandi scrittori europei che non sono mai dimentichi a loro volta né di Villon né dei lirici greci.
Una poesia che senza farsi moraleggiante riesce a comunicare uno scenario completo, un’ipotesi di vita dalla quale evincere una morale ferma, il pensiero poetico di una realtà trascesa che ha il coraggio continuo di mescolarsi al vissuto.
Da un bar, Scir Ascirim, Rime di guerra, attorno a questi nuclei tematici, che sono anche nuclei temporali, si sviluppano i temi della raccolta e trovano posto le poesie composte negli ultimi anni da Simone Giorgino.
Una poesia che si mescola al sangue e alla terra, senza lusinghe, fingimenti, in cui si può individuare il pattern ctonio di una nuova stirpe, dentro una lingua che ha saputo fare tesoro della lezione dei grandi senza restarne schiacciata, ammutolita.
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CANTO DI MORTE DI UN CONTADINELLO DEI BALCANI

Il giogo proveniente dalla sera
che tiene uniti i buoi pellegrinanti
su e giù dal campo bruno, alla maniera
di una chiavarda, di un lucchetto enorme
sopra l’osso del collo: si vedeva
che proiettava delle oscure forme
di serratura sopra l’erba, a fianco
del coltivato, con il legno a schermo
dei raggi lunghi di quel sole stanco
filtrato in mezzo al ferro e alle colonne
vertebrali, coperte in carne e pelo
e corna e vita di quegli animali.
Poveri buoi, tiravano le cinghie
dell’aratro pesante, sulla testa
gli scendeva la sera. Mi moriva
tutto anche a me che li vedevo appena,
mi cadeva del sangue dalle unghie,
avevo quindici anni sulle mine,
le bestie mi sembravano sorelle.

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