C’è una parola, in particolare, che da qualche giorno mi risuona nella mente.
Una congiunzione che ha valore avversativo, che introduce un contrasto, un’opposizione.
Non un aggettivo – che, incastonato al posto giusto e al momento più opportuno, può dar sapore a un periodo e disegnare una gamma di eloquentissime sfumature [mi piacciono gli aggettivi, devo impormi di non pescare a piene mani dai miei preferiti, quando scrivo] – e nemmeno un avverbio [i suffissi in –mente appesantiscono troppo il periodo, mi diceva uno degli editori per cui ho lavorato e per il quale ho tradotto Black Juice, sorprendente raccolta di racconti di Margo Lanagan].
Una congiunzione. Una misera congiunzione [da qui in avanti m.c.], sinonimo di “tuttavia”, o anche di “nondimeno”.
Eppure. Ebbene sì, mi piace.
Mi piace la doppia bilabiale che è quasi un’esplosione. Mi piace – da amante delle patate – quella specie di allusione finale al purè. Mi piace perché, alle mie orecchie, suona più spontanea di un tuttavia o di un nondimeno che mi ricordano uno degli editori per cui ho lavorato e che non allargava mai troppo la bocca quando parlava, quasi temesse di veder crollare il meraviglioso impianto che il chirurgo plastico gli aveva costruito sulla pelle.
Eppure è più sbarazzina, più désengagée. Continua a leggere→