da Nature e venature
La forma della casa
I
In una camera
c’è la fontana
dove perpetuamente
scorre l’acqua.
Sorgente di clausura
abitacolo freddo
lacustre
sede settentrionale. Continua a leggere
da Nature e venature
La forma della casa
I
In una camera
c’è la fontana
dove perpetuamente
scorre l’acqua.
Sorgente di clausura
abitacolo freddo
lacustre
sede settentrionale. Continua a leggere
1
mi accorgevo sempre di più
di parlare di me stesso
come se parlassi di un estraneo
non riuscivo a capire dove si fosse cacciata
l’identità sottoscritta
che sia annegata
in una pozzanghera di gioia?
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International Summer School – “Religione e democrazia”
La Fondazione Italianieuropei organizza la prima edizione dell’International Summer School di
Filosofia e Politica sul tema “Religione e Democrazia”. La Scuola, rivolta a un pubblico qualificato
di studiosi e ricercatori, vedrà la partecipazione di docenti di fama internazionale. La Summer
School si svolgerà a Marina di Camerota (SA), dal 23 al 25 maggio 2008. Continua a leggere
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COCKTAIL K, di Franz Krauspenhaar su Feaci Poesia |
La nuova silloge poetica di Franz Krauspenhaar (FK per i molti che già lo conoscono) si presenta come un mix di testi che, sul piano contenutistico e formale, propongono una tensione volutamente irrisolta tra poesia e prosa.
La tensione si genera dall’attrito di due versanti tematici: da una parte riflessioni critiche nate da varie suggestioni di lettura, dall’altra un’autobiografismo che, se appare schermato da (ottimi) filtri letterari, restituisce infine l’immagine di uno scrittore sincero. Cocktail K è anche una confessione, e l’attitudine clownesca svela più di quanto non mascheri.
di Lawrence Ferlinghetti
I
Siate ingenui, innocenti, non-cinici, come se foste appena atterrati sulla terra (come in realtà siete, come in realtà noi tutti siamo), sbalorditi da quello su cui siete stati scagliati.
UNA NOTIZIA IN ANTEPRIMA ESCLUSIVA DI RAI NEWS 24.
Il poeta, Elio Pecora, nato nel 1936 a Sant’Arsenio, un piccolo paese del cilento, in Campania, è il vincitore della 34esima edizione del premio Mondello, uno dei premi internazionali più prestigiosi. Il premio, istituito nel 1975 in Italia, ha premiato autori italiani di grande rilievo come Mario Luzi, Attilio Bertolucci e Andrea Zanzotto, ma anche autori che poi sono stati insigniti del Premio Nobel per la letteratura come Gunter Grass, José Saramago, Simus Heany, e Doris Lessing. La notizia dell’assegnazione del premio Mondello 2008 a Elio Pecora verrà data domani, 22 aprile, in conferenza stampa all’hotel Park Hyatt di Milano. La premiazione, invece, avverrà a Mondello, in Sicilia, il 24-25 maggio prossimi. Luigia Sorrentino ha intervistato Elio Pecora, in esclusiva per Rainews 24. L’intervista andrà in onda stanotte alle 4.33 su Raitre.
a cura di Antonio Sparzani
[Di questo corpo che m’è dato]
Di questo corpo che m’è dato, che ne farò?
Che ne farò di questo dono unico e intimo?
Ditemi chi debbo ringraziare? A chi
esser grato della tacita gioia di respirare ed esistere?
Sono un giardiniere e anche un fiore,
in questo mondo-prigione non son solo,
sui vetri dell’ eternità
già si è posato il mio caldo respiro.
Suggello di me,
sarà come un ricamo inconosciuto.
Trascorra il sedimento dell’istante –
il caro segno non si cancellerà.
1909
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Il richiamo del pensiero
Musil e Broch fecero entrare sulla scena del romanzo un’intelligenza sovrana e luminosa. Non per trasformare il romanzo in filosofia, ma per mobilitare sulla base del racconto tutti i mezzi, razionali e irrazionali, narrativi e meditativi, in grado di gettare luce sull’essere dell’uomo; di fare del romanzo le suprema sintesi intellettuale. La loro impresa porta dunque a compimento la storia del romanzo, o non è invece l’invito a un lungo viaggio? Continua a leggere

Le ampolle, la faccenda delle ampolle era un casino, c’era sempre il rischio di confondere quella dell’acqua con quella del vino, poi c’era il rischio di lasciarle cadere, difatti ogni tanto sull’altare si rappresentava lo spettacolo della rottura delle ampolle, spesso ad opera di Gigi detto la perla nera, quello che faceva le smorfie, quello che il parroco gli tirava le orecchie tuonando, tu sei la nostra perla, sì, ma nera! e veniva retrocesso al ruolo di angelo, visto che tra chierichetti si assegnavano anche i ruoli, io però mi ricordo solo del ruolo dell’angelo, che poi era già ambito il ruolo dell’angelo, Continua a leggere
Giovedì 24 aprile, ore 18.00
Casa delle Letterature
Piazza dell’Orologio 3 – Roma
Angelo Maria Ripellino
a trent’anni dalla morte Continua a leggere
Non storcano il naso i puristi. In un blog attento alla “linfa” che si muove dietro le cose, queste che seguono, sono note che rivendicano un diritto di cittadinanza, qui dentro almeno.
Sere fa. Probabilmente rimasta accesa per errore, dopo il tg1, mentre traffico per casa, un viso di una bella donna colpisce la mia attenzione. Un primo piano impietoso, di qualche lacrima che le solca il viso. Alzo il volume, del tutto catturato dalla scena. Una giaculatoria. Un pianto sommesso, un excursus, davanti ad una telecamera impietosa, dei guai e dei sogni che in maniera in districabile fanno la vita di noi tutti. “mio figlio…tanti progetti, a me non cambia la vita, però 500,000 euro si, potrebbero….90 ? beh si, anche quelli….” E giu’ lacrime….fino ad un liberatorio “accetto”. Continua a leggere
La letteratura per comunicare. Da questa esigenza nasce la nuova manifestazione letteraria fiorentina LA PENNA DEL MAGNIFICO. Nata da un’idea dello scrittore e traduttore Giovanni Agnoloni, che la organizza in collaborazione con l’associazione “Cittadini del Mondo”, e in particolare con il suo fondatore e presidente, Leonardo Bettucci, l’iniziativa si propone di aprire un vero e proprio dialogo tra gli scrittori italiani, i cittadini, gli studenti stranieri e non. Continua a leggere
dire che questo cielo
svela un piombo
pancia di burro
che cola sulle teste
montagne non parlano
unica voce è di sega elettrica
unica voglia è arrampicarsi
sul ramo e respirare da sopra
“vieni da me” gorgoglia la città
il traffico è un serpente velenoso
Rudolf Helmstetter ( Germania, 1961)
Unvollständige Liste der sieben Künste, mit denen man endlich gut durchs Leben kommt
Erstens die Kunst sich abzuwenden,
(Zwiebeln schälen ohne zu weinen).
Auf einem harten Stuhl bequem zu sitzen,
einmal keinmal und niemals,
wenigstens einmal alle viere gerade sein zu lassen,
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Martedì 22 aprile alle ore 18,00 presso la libreria Archivi del 900 (via Montevideo 9, Milano, tel. 02.89423050; raggiungibile con MM 2 fermata S. Agostino; o con i Tram 14, 29, 30), saranno presentati Misure di vuoto di Lorenzo Gattoni e Tempo reale di Alessandra Paganardi, ambedue pubblicati nella collana di poesia delle Edizioni Joker.
Insieme agli autori interverranno i poeti e i critici Mauro Ferrari, autore di entrambe le prefazioni, Giampiero Neri, Guido Oldani e Gabriela Fantato. Continua a leggere
Non ricordo più da quanto tempo non mi stendevo all’ombra del sorbo, da dieci anni, forse, o molto di più, il salto oscuro, la timpa, l’accenno di prossimo dirupo, di quasi un’altra vita o di nessuna vita passata. Mio nonno Pietro, trovatello entrato alla ruota della Beata Eustochia di Messina e da lì uscito per avviarsi nella figliolanza vasta di Santo Parisi, che lo destinò a guardare le bestie sotto il Vernà, decise che qui a Filione dovesse crescere l’albero della famiglia, della casa dei Sorbara. Così, piantò il sorbo, la “sorbara”, che crebbe rapidamente fin dal suo primo viaggio in Argentina, forte di una insospettata vena d’acqua che da San Cosimo veniva giù fino a Scopelliti, traversando il terreno scosceso, reso ostinatamente piano a forza di muri a secco.
Ci ho dormito sotto stamani, nella prima alba, protetto dalle sue fronde minute ma fitte, e al risveglio ho inteso guardare voracemente lontano, dalla collina di Cucco e Filione, come mio padre a sette anni, come il padre che non sono.
Le due Americhe apparivano a mio padre bambino nei due picchi pizzuti del Capo di Sant’Alessio, che l’alba dello Jonio muta in un gigantesco, eterno sasso d’oro o d’argento (a seconda delle stagioni e delle condizioni del tempo), di cui, vanto degli eruditi locali, avevano scritto geografi di fama, da Tolomeo fino all’anarchico Reclus, come tanti avviluppato nella moda del tour per una Sicilia creduta una viva reliquia greca, sempre fuori dal tempo, dalla storia, dalla reale vicenda degli uomini e dei luoghi.
Donna Carmela Rocco, “sposata Sorbara”, asciutta madre dolorosa, alla solita, insistita domanda del bambino sulle contrade che vedevano vivere il padre lontano, segnava col dito fisso e sbrigativo, nei due spuntoni rocciosi del Capo a mare, “la Merica grande e quella piccola”, nel primo novecento le due più frequenti colonie dell’esilio delle braccia della gente di Casalvecchio. La sterminata pampa argentina, popolata da vaccari lesti di mano e di coltello (dove Pietro aveva rinunciato a tornare dopo un primo terribile soggiorno nei dintorni del Tucuman) e, al confronto, le delimitate città degli Stati Uniti e del Canada, dove taluno, messo ai margini dalla mite congrega dei paesani, aveva trovato facile impiego nella Mano Nera, come manovale della minaccia o come vettore di colli scottanti e indicibili: là mio nonno aveva trovato un lavoro di manovale nelle erigende linee ferrate ad Oswego, sull’Ontario, godendo della compagnia d’altri paesani.
Era là, intendeva persuadere il figlio la donna, in un attimo forse godendo di quella illusione, nel dolore asciutto della distanza, col dito puntato dalla cima di Cucco, da Filione, verso il Capo, che il mare lambiva come in una cartolina illustrata, era là suo padre, “nella Merica piccola”, la vera America, delle città e della ricchezza, e sarebbe certamente tornato appena possibile, non importava se ricco e prospero, ma col vestito buono da galantomo e l’incedere da padrone del proprio, non più da mitateri, da mezzadro, oppure da uomo di fede e di speranza, lui che, giunto dal brefotrofio vicino al Monte di Pietà, non era più l’eterno orfano “con solo la Madonna per madre”, com’era solito ripeterci da infante quasi centenario.
Viveva, mio padre bambino, Luciano Attilio Sorbara, nell’insidioso sogno di un sogno, nel ricorrente incubo di un incubo, dentro un’assenza divenuta un’altra orfanezza senza i segni del lutto, da cui tentava di salvarsi, come avrebbe fatto in futuro da ragazzo cresciuto a dismisura, abile nuotatore nello Stretto, per avventura sorpreso dal crampo improvviso nella rema inavvertita ed inesorabile.
Ma da qui, ragionava a voce alta il bambino, andare dal padre, vederlo, parlarci, passeggiare attaccato alla sua mano, da questo luogo di collina tra Filione e Pizzo Cucco, oltre il vallone e la fiumara, Pestarrivo, Rina, Fiumara d’Agrò, passando menzi menzi, in mezzo alle campagne, scansando veloce ogni viottolo sentiero mulattiera, così raggiungere la “Merica piccola” sarebbe stato un gioco facile facile, una camminata da ragazzo scaltro, dalle gambe lunghe e forti, un’avventura appena fuori di casa.
***
Questo brano fa parte di una narrazione più ampia che dovrebbe intitolarsi “L’acqua della sarmura”.
di Antonio Sparzani

Da poco tempo ho appreso dell’esistenza del pianista e compositore Giovanni Allevi.
Ho sentito qualche sua registrazione (ne trovate anche su youtube, se volete). Nella città dove vivo è venuto a tenere un concerto, io non son potuto andare a sentirlo, ma degli amici gentili sono andati e mi hanno poi regalato il suo libro La musica in testa (Rizzoli, Milano 2008).
L’ho letto d’un fiato.
E ho voglia di parlarne perché Allevi scrive come se stesse al tuo fianco a parlarti, ed è in grado di comunicare un entusiasmo a cui non si resiste. Il libro è misto di racconti autobiografici, che tradiscono la gradevolissima ingenuità del neofita, che ormai non è più ma anche in qualche senso continua ad essere, e di pensieri e divagazioni (capitoli in corsivo). Mi preme copiarvi qui una di queste:
Il non pensare
A volte l’esperienza ci mostra come il vivere intensamente corrisponda a un momentaneo abbandono della nostra facoltà di classificare, controllare, giudicare, cioè di pensare.
Vivere la vita o scriverla, esserne partecipe o pensarla: queste sono alternative esistenziali con cui gli artisti e i filosofi fanno i conti tutti i giorni.
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Da “ GLI INNOCENTI ” 1961(1° edizione)
……………………………………………
Savona era lucente nella fredda mattina invernale. Pochi giorni prima era caduta la neve sulle colline e montagne intorno. La cittadina si sviluppava stretta alle spalle dalla montagna, di dove scende la ferrovia che viene dal
Piemonte, di fronte il mare con le sue insenature, il sacco blu chiuso del porto con la torre di Leon Pancaldo, che fa ricordare in piena vita moderna un mondo antico diventato posticcio in quell’atmosfera di navi di depositi di fabbriche. Le case si allungano sulla costa sino a Spotorno che appare ridente dopo il Capo. Ma dalla parte di Savona la costa è brulla, severa, coi comignoli delle fabbriche; e non c’è demarcazione tra Vado e Savona, ma un susseguirsi ininterrotto di casoni grigi e tristi. Quando verso sera le sirene delle fabbriche lacerano l’aria, le strade e i filobus cominciano a riempirsi di frotte di operai, e anche le biciclette compaiono numerose, e si coglie forse meglio che in ogni altra ora, la qualità della città, durante il giorno le grandi strade sono quasi deserte, solo l’Aurelia mantiene sempre il suo traffico. Continua a leggere