Cosa è il coraggio? Ciascuno di noi troverà forse risposte diverse.
Personalmente, penso che il coraggio, per essere tale, debba sfociare in un gesto, in un atto. E credo anche che non esista coraggio senza una certa misura di sacrificio.
Il sacrificio supremo è naturalmente quello della propria vita, non come autoimmolazione vittimistica, ma come slancio generoso teso a preservare la vita altrui. Questo impulso a volte sorprende perfino chi lo prova, perché spontaneo, non calcolato. Può essere una risposta istintiva a una situazione estrema e imprevista. Oppure il risultato di un processo di crescita graduale.
Il cristiano è amabile: anche quando rimprovera o corregge; anche quando, come il Battista, usa un linguaggio duro per esortare al bene. Il segreto è questo: il bene. Se la radice è lì, anche lo sguardo più severo tradisce la luce di un sorriso.
Di Andrea Zanzotto ricorrono quest’anno, insieme, il centenario della nascita e il decennale della morte (10 ottobre 1921-18 ottobre 2011). In quello che è noto come “il poeta del paesaggio” sono numerose le liriche legate alle stagioni, e altrettanto centrale è la presenza della luna. Da qui l’idea di accompagnare il 2021 con un “lunario” di versi tratti dalla sua opera, come minimo omaggio e come invito alla lettura o rilettura e alla memoria. Aggiungo però subito che in Zanzotto le lune naturali – dalla primavera all’inverno, nel ciclo destinato a ricominciare – intersecano a vari livelli il tempo umano, e il lunario è dunque anche calendario.
Le priorità sono indispensabili. Mettere qualcuno, qualcosa, al primo posto. Decidere. Dopo che hai deciso, sei un’altra persona, hai tratto fuori il meglio – o il peggio – di te stesso.
Da qualche tempo in libreria circola un gustoso volumetto Ragazzi di strada… i Corvi, scritto da Claudio Benassi, il batterista di un quartetto, appunto i Corvi, che spopola nell’Italia della seconda metà degli anni Sessanta, ponendosi all’avanguardia del rock tricolore e unico – tra i gruppi all’epoca celeberrimi, dai Pooh ai Nomadi, dall’Equipe 84 ai Dik Dik, dai Giganti ai Rokes – a suonare una messa beat in una Parrocchia di Parma, la loro città d’origine. In quest’intervista appunto Claudio Benassi parla del libro, dei Corvi, dell’atmosfera di un periodo irripetibile.
Dio vuole la totalità, non si accontenta. È vero che si attacca a tutto: non spegne il lucignolo fumigante né spezza la canna incrinata, e assicura che un bicchier d’acqua donato non resterà senza ricompensa. Ma desidera il tutto. Non è così, l’amore?
Giacomo Vit è nato nel 1952 a San Vito al Tagliamento in Friuli. Maestro elementare in pensione di Bagnarola, è autore di opere in friulano di narrativa (Strambs, Udine, Ribis, 1994; Ta li’ speris, Pordenone, C’era una volta, 2001) e di poesia (Falis’cis di arzila, Roma, Gabrieli, 1982; Miel strassada, Riccia, Associazione Pro Riccia, 1985; Puartis ta li’ peraulis, Udine, Società Filologica Friulana, 1998; Fassinar, S.Vito al Tagliamento, Ellerani, 1988; Chi ch’i sin…, Pasian di Prato, Campanotto, 1990; La cianiela, Venezia, Marsilio, 2001; La plena, Pordenone, Biblioteca Civica, 2002, Sòpis e patùs, Roma, Cofine, 2006, Sanmartin, Faloppio, Lietocolle, 2008, Ziklon B- I vui da li’ robis, CFR, 2011, Trin freit, Montereale Valcellina, Barca di Babele, 2014.) E’ uscita per Puntoacapo, nel 2018, la personale antologia Vous dal grumal di vint, cheraccoglie quarant’anni di produzione poetica. Ha fondato nel 1993 il gruppo di poesia “Majakovskij”, col quale ha dato alle stampe tre volumi. Con Giuseppe Zoppelli ha curato le antologie della poesia in friulano Fiorita periferia, Campanotto, 2002 e Tiara di cunfìn, Biblioteca civica di Pordenone, 2011. Componente della giuria del Premio “Città di San Vito al Tagliamento” e “Barcis-Malattia della Vallata. Vincitore di diversi premi, fra cui il “Pascoli”, il “Lanciano”, il “Marin”e il “Gozzano”. Ha pubblicato anche alcuni libri per l’infanzia in italiano e friulano.
Mai dimenticare Maria. È Lei la chiave di questo nostro tempo. Donna per antonomasia, ha lo sguardo giusto sulla storia, sul dramma dell’epoca presente, incapace di amare. Lo sguardo della Madre.
Guardare all’invisibile è essenziale per crescere: mai accontentarsi, mai banalizzare. Sentire la vita che attraversa il corpo, lo Spirito che si comunica e trasforma, scoprirsi nuovi in ogni istante: questo è il Progetto.
Il biopic è il genere del momento. La realtà ha vinto sulla fantasia. La creazione artistica non si muove più nello spazio lasciato in bianco quando la vita non basta. Al contrario, è la vita ad essere rimasta l’unica fonte d’ispirazione artistica. Per ora almeno. Del resto, ormai, come la pandemia ha dimostrato, nella realtà tutto è divenuto possibile, anche quello che fino a ieri era stato relegato al mondo della fantasia. La scelta tra questi film sarebbe davvero difficile e imbarazzante. Quelli che lasciano un segno, tuttavia, sono quelli che grazie alla ricostruzione di una storia vera, aprono un nuovo sguardo su vicende che ci interessano come umanità, propongono un punto di vista inedito su questioni che ritenevamo chiuse. E’ il caso di Red Joan (2018) di Trevor Nunn. Judi Dench interpreta la scienziata Joan Stanley. Quando è già in pensione viene accusata di alto tradimento. In servizio come fisica in una struttura di ricerca nucleare durante la seconda guerra mondiale, accetta di passare informazioni segrete all’Unione Sovietica. Lo fa con le migliori intenzioni: assicurare quella parità nucleare che sola avrebbe assicurato una pace mondiale seppure armata. Il concetto di tradimento viene relativizzato e una lettura comoda e conformista di tutto il periodo storico della guerra fredda viene messa in discussione.
Siamo italiani da 160 anni oggi. Lo sappiamo? Ce lo ricordiamo? Che ricorre questo anniversario intendo (17 marzo 1861-2021), ma, più che altro, di essere italiani. Lo siamo davvero o restiamo ancora e per sempre – finché ci sarà, forse, del tempo da vivere, se a breve non ci estingueremo soffocati dal nodo sempre più stretto del “progresso scorsoio” (come lo chiamava Zanzotto, quest’anno cade anche il suo centenario) – lombardi e calabresi, romani e sardi eccetera, ripartiti e divisi, altro che uniti, nelle nostre variopinte e folcloristiche tribù?
Dio vuole la totalità, la salvezza di tutti, per formare, di tutti, un solo corpo. L’amore collega, ricuce, riconcilia. La passione per l’unità è il segno caratteristico di Dio, il testamento di Cristo: distanti anni luce dal nostro egoismo inveterato.
Annotato in margine a un libro di astronomia di Padre Eusebio Kino
Ma allora
se la bellezza del sapere si nasconde
e tenui galleggiamo nell’etere
dalle chimere astronomiche solcato
a che pro cercare in tanti libri l’errata vanità mondana?
Tutto sapremo dello spazio sensorium di Dio e della sua misura
Qualcosa in più sapremo di certe passioni
Forse tutto dei venti
e dei climi
Meno dell’indicibile
tanto sospirato
Cosa conta sapere? Màrgara Russotto ci mette davanti a una domanda in apparenza banale, ma che non cessa di provocarci, se glielo consentiamo. Consciamente o inconsciamente, siamo tutti alla ricerca “dell’indicibile / tanto sospirato”.
Tutto appassisce. Una bella poesia recita: voglio appassire nella verità. Ma Dio non appassisce. Per questo è conveniente sceglierlo, vivere all’ombra della Sua Parola, camminare a fianco del Suo Figlio.
La poesia è un linguaggio simbolico che interpella il lettore nella ricerca continua di un significato mai definitivo. Cosa evocano questi versi di Orelli? Fra le tante interpretazioni, c’è persino quella che identifica l’anguilla con la lingua.
Noi siamo pronti a criticare, Gesù, invece, a soccorrere, a giustificare, a riparare i nostri danni. Potremmo cercare di imitarlo anche solo per curiosità, per comprendere se la vita abbia un altro sapore da questa prospettiva, uno scenario più invitante del solito deserto.
Il primo marzo ha pubblicato il suo primo numero CasaMatta, blog di cultura, società e letteratura che si propone come uno spazio aperto al confronto e alla condivisione con i lettori, con una prospettiva di dibattito in controtendenza rispetto alla dimensione social più corrente e corriva. La redazione è composta da Fabrizio Bregoli, Anna Maria Farabbi, Paolo Gera, Milena Nicolini, Nella Roveri. Attraverso i testi di presentazione del nuovo blog emerge bene, a partire dal nome scelto, il senso dell’operazione e l’aria che vi circola: politica in primo luogo, femminile e femminista, plurale e anarchica o eretica e utopica, con «la follia pura che permette di affacciarsi alla vita di nuovo per ricrearla» (Farabbi).
L’intimità va desiderata, voluta, conquistata. Non si ama per caso, ma perché la vita è orientata a questo fine. L’amore non è il frutto di una distrazione, ma di una focalizzazione quotidiana.
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