
Mi hanno chiesto di scrivere qualcosa sulla mia poesia ed io ci provo, lo prendo come esercizio di messa a luce di un mondo che mi appartiene ma non troppo.
Sì perchè la poesia non è mai solo di chi la scrive.
Iniziando l’articolo mi è venuta voglia di chiedere protezione a penne che amo come quella di Nella Nobili, l’operaia che della sua povertà ha fatto tenerezza di sostantivi e morbide immagini luminose; avrei desiderio di scomodare anche la timidezza, l’ironia e il tormento di Leopardi dilaganti nella sua lingua che immagina e illude; vorrei spostarmi tra le aporie di Remo Pagnanelli con tutti i suoi inni e le fughe impossibili; sentirei il bisogno di sbilanciarmi ed essere contaminata dalle sperimentazioni di linguaggio di Patrizia Vicinelli.
La lista potrebbe continuare ancora e ancora.
Procedere per citazioni di altri, però, non aiuta davvero a formulare una propria verità ed è tempo di affermarci come individui, autorizzandoci ad essere ciò che siamo. E allora, ecco, con la poesia il mio ‘io’ abbraccia il ‘noi’: questo poiesis che ci chiede la fame e non ci sfama, perchè è con il languore che ci allunghiamo sui giorni. Continua a leggere
Archivio mensile:Ottobre 2023
In memoriam Charlotte Salomon (1917-1943)
per Charlotte Salomon (1917-1943)
the smallest color of the smallest day
Delmore Schwartz
Chi sono? Chi ero e chi sarei diventata?
La mia fiaba finisce qui. Attendo vita e
morte che forse sono la stessa cosa e
forse no. Questo è stato il mio tempo,
l’unico, il migliore di tutti. Vi lascio la
mia storia, ora attendo le vostre
Ottant’anni fa, il 10.10. 1943, la pittrice Charlotte Salomon, incinta di
alcuni mesi, fu uccisa ad Auschwitz. Aveva 26 anni.
Imitazioni
La parola ai poeti. Sergio Pasquandrea
Partiamo da tre considerazioni.
Primo: non scrivo da mesi, forse anni. O meglio, non è vero: è vero invece che da mesi, forse anni, non scrivo qualcosa che mi soddisfi del tutto, che io consideri pubblicabile. Se devo essere preciso, tutto ciò che ho pubblicato sinora è stato scritto in un arco di tempo abbastanza limitato, più o meno fra il 2010 e il 2018: sette o otto anni di produzione intensa e bruciante. Prima, ciò che scrivevo era troppo ingenuo, immaturo, derivativo; poi, è subentrato questo blocco, questo filtro di cui non ho ancora compreso del tutto la ragione. Sta di fatto che, mentre prima mi veniva da mettere in versi più o meno qualunque cosa vivessi, ora riesco a farlo solo in rare occasioni; la maggior parte delle volte, dopo aver scritto, butto via tutto. Continua a leggere
Domenico Pelini legge Qohélet
Una finestra sulla vita
La parola ai poeti. Fabrizio Bajec
di Fabrizio Bajec
Invitato gentilmente a testimoniare per la rubrica “La parola ai poeti”, ho ritenuto più attuale e conforme a un certo modo di essere non parlare della mia produzione passata e presente, ma piuttosto interrogare la poesia di un altro, attraverso lo spettro di una via spirituale, lo zen, sperando di non uscire troppo dallo spirito del blog. Mi avvolgo per questo dell’esperienza maturata in una quindicina d’anni di pratica buddista.
“Durante tutta la tua vita
non puoi essere sicuro
di vivere abbastanza a lungo
per prendere un altro respiro”.
Houang-po
È incollata da qualche anno alla parete destra del mio gabinetto, la poesia-meditazione che mi piacerebbe commentare brevemente, come se si trattasse di un Sutra[1] da recitare per una cerimonia serale, prima di andare a coricarsi. Continua a leggere
Lucerne nella luce, di Lucio Brandodoro
[Mt 21,33-43]
Forse è nella natura umana la ricerca di acquisizioni tacitanti la coscienza. Tendiamo naturalmente a stabilire delle ordinate sistematizzazioni in cui incasellare l’esistente e i significati che dell’esistente indicano il senso.
Altrettanto naturalmente, tutto ciò che non rientra ( cioè, che non facciamo rientrare) nelle nostre sistematizzazioni viene tenuto fuori, viene scartato, perché inutile, ingombrante o, peggio, pericoloso per la tenuta dell’intero sistema. Continua a leggere
“Cuore” raccontato da Paolo Poli e Umberto Eco (da Babau, 1970) & Walt Disney secondo Umberto Eco e Gianni Rodari (1965) [Interzona]
La parola ai poeti. Luisa Pianzola
Scrivo poesia dai 18 anni (prima disegnavo, ho disegnato e dipinto per un bel po’). La pubblico più o meno dal 1990. Ovvio che, a 63 anni, non creda più nella poesia. Quando vedo, sui supplementi dei quotidiani, le pagine dedicate ai poeti – quelli vivi, i morti sono quasi sempre più interessanti e dignitosi, se non altro perché non si autopromuovono sui blog come linee di integratori –, solitamente passo oltre. Sulla rete, un filo di interesse in più (anche se leggere un testo poetico online è come avere un rapporto sessuale con il cronometro). Come dicevano i fratelli Coen? Non è un paese per vecchi. Ecco, non mi sembra, questo (questa cosa che se non decidi di isolarti senza connessioni sul monte Ararat ti profila e martella di informazioni per il 99 per cento inutili), un mondo per poeti. Un mondo fatto per riflettere su cose poco gratificanti come la poesia.
Comunque, ovviamente, continuo a scrivere. O, quantomeno, a tenere la poesia nella mia testa. Anche se di rado si traduce in parole scritte. I pensieri poetici vengono di notte, in quella specie di vita-coscienza parallela. Non so quando e come, dovrà uscirne un nuovo libro.
Inediti Continua a leggere
Blaise Pascal, Pensieri, 86.
20 righe (per niente) facili di Pasquale Vitagliano

Si è affermata negli anni, ed è ormai riconoscibile, una linea poetica che fa risuonare una nuova e consapevole identità femminile attraverso la parola erotica. La raccolta Subbuglio (i Quaderni del Bardo) di Alessandra Peluso, recuperati dal 2020 proprio per questo, è esemplare di questa espressività. Donna/ beata solitudine/ dell’inquietudine// nessun uomo mai/ migliorarla saprà/ solo di escrementi la copre// mentre lei femminea/ scopre la linea della Verità/pavoneggiandosi saffica. Davvero, niente di confrontabile con poetiche che, pur trovando apprezzamenti, rischiano di portare, alla maniera di Marziale (appunto, non c’è stato già lui?), l’erotismo al livello della parafilia.
La parola ai poeti. Luca Campana
Voglio provare a suggerire attraverso una storia cosa significa per me questa parola, “poesia”. Nella storia c’è un bosco, e dentro il bosco un corpo forte e veloce che ne insegue un altro, più debole e lento, in fuga disperata e senza direzione. In breve il corpo debole e lento sente che l’altro gli è vicino, anzi gli è sopra, lo ha raggiunto, lo afferra. Ecco allora che in lui, nelle sue viscere, dal fondo di quel suo sentirsi soggiogato, affiora una voce, un’ultima parola, un grido scagliato contro l’ineluttabile soccombere; è allora che il corpo cambia forma, mette radici nella terra, le costole e i polmoni si aprono, il petto lascia spazio a un tronco che si staglia verticale, le braccia a rami, foglie, fiori. In questo nuovo perimetro di terra e aria, di radici e foglie e libertà rivendicata, c’è qualcosa che ha a che fare con l’essenza della poesia, qualcosa che ritrovo in ogni poeta in cui mi imbatto attraversando il mio bosco: soprattutto ha a che fare con ciò che chiamo ispirazione, la possibilità di trasformare il corpo della lingua, di saldarlo alla terra e all’aria che gli stanno intorno, di liberarlo. Tutto questo è paradossale e insieme magico, in fondo è un mistero, ma è una storia che in maniera implicita si ripete nelle pagine di tutti i poeti, radici libertarie, fatte di fiato. Nel mio caso specifico la profondità in cui trovo radicamento è connessa agli affetti, ai libri che amo, agli studenti che incontro, al paesaggio dei monti Sibillini, al nodo inestricabile di luoghi e lingua che è l’infanzia. Ma quella forza insondabile che ispira obbedisce a leggi tutte sue, e spesso ti attraversa in situazioni che mai avresti detto fertili, in cui però finisci per riconoscerti, proprio grazie alla parola, quando senti che lì, in quella sequenza di sillabe, c’è qualcosa che tiene, un terreno “ospitale”. Continua a leggere
Paolo Rossini legge Pablo Neruda. 18
Poetry Therapy, di Dome Bulfaro
Cosa fa il poetaterapeuta?
A un anno di pandemia e dopo un anno di rivista gli interrogativi si sono moltiplicati e amplificati anziché diradarsi. E anche le domande “Chi è il poetateraputa?” dello scorso numero di ottobre e “Cosa fa il poetateraputa?” che apre questo numero, prendono un significato e un sapore radicalmente diversi.
Cosa stai facendo della tua vita?
Deve essere qualcuno ad illuminarti la strada o devi essere tu la tua lanterna?
Sentiamo in noi stessi e nella società l’urgenza del cambiamento?
Queste tre domande di Krishnamurti sono quelle che in questo anno di pandemia continuano come un’eco a risuonarmi, imperative, nei condotti e nei cunicoli del corpo. Sono tre fra le domande più stringenti di questo filosofo apolide di etnia indiana, da porsi affinché ognuno di noi non abbia più paura e non fugga da se stesso. Il pensiero di Krishnamurti, infatti, ha indicato nel qui e ora, in qualsiasi tempo e luogo, un radicale cambiamento individuale e sociale che, già dagli anni sessanta del secolo scorso, ha preso a professare come non più procrastinabile e inderogabile anche solo per dirsi individui, ovvero persone non frammentate, condizione invece nella quale noi tutti esseri umani versiamo, oggi credo ancor più di allora. Continua a leggere
La parola ai poeti. Gabriele Marturano
“Guarda, io ammetto le mie colpe: preso il diploma, non ho mai più aperto un libro di poesie.”
Partiamo dall’assunto che ci sono colpe peggiori e che nessuno ci impone di leggere poesia. O meglio, qualcuno sì, finché andiamo alla scuola dell’obbligo, appunto.
Certamente la scuola dovrebbe essere quel luogo nel quale si crea negli studenti un nucleo di consapevolezza critica che permetta di avvicinarsi alla poesia senza farsi sconfortare dal disorientamento. Questo perché il disorientamento è connaturato ai testi che hanno uno spessore, che in quanto tale necessita di farsi ripercorrere, approfondire, carotare. Per cui bisognerebbe insegnare che non è un problema non capire all’istante tutto di quello che si legge, anche perché nella vita raramente capiterà di comprendere all’istante tutto quello che ci sta accadendo. Inoltre è bene precisare che “disorientare” non vuol dire “confondere gratuitamente” ma significa “far perdere per un istante i punti di riferimento assodati al fine di metterli in discussione, saggiarne la validità”. Continua a leggere
L’enigma
Valentina Calista, due testi per san Francesco
Nella cella scura
la pietra è verbo,
parole di vero e vento
(San Francesco, San Bernardino
da Siena) e sacre orme
nella terra nell’aria.
È tutta una benedizione
d’incanti e pietre,
luogo di creature
solcate da silenzio e luce.
Luogo di canti smodati e vento
lecci secolari e chiome.
Benedette le vostre mani
Insieme, salvezza degli ultimi,
ad indicare le stelle
a chi le costellazioni
non sapeva guardarle.
Tutta questa pietra
scavata da preghiere
che sanno d’abissi e luci,
quotidiano intercedere
in ombra, cecità occulta
prima io, secondi voi, tutti.
C’è vita che parla eternata
in secolari gesti d’umiltà.
Piegatevi al volere dei santi.
Piegatevi al sonno dei pazzi.
*
Laudato si’, mi’ Signore
cum tucte le tue creature,
per ogni soffio di vento
che non tace e crea agitazione,
per tucte le fiamme del cielo
della cui luce conosco il nome,
per ogni gesto fatto presenza
e taciturna responsabilità d’amore,
per la salvezza còlta nel fiore
per la saggezza dell’albero
per la notte che crea preghiera
per la vita che si compie a sera.
Laudate et benedicete mi’ Signore’ et ringratiate
che la vita col suo sguardo tempesta può causare.
Luigi Maria Corsanico legge i lirici greci
Giornata mondiale degli animali
Il cane Maruska
Non una fiaba
di Stefanie Golisch
C’era una volta – e c’è ancora – un piccolo paese di montagna. In mezzo al paese vive il cane Maruska. Il paese è bello e la gente è alla mano. Che cane felice, si direbbe, ma non è così. Il cane Maruska vive legato a una catena lunga un metro. In mezzo al paese, sotto gli occhi di tutti. Poverina, dice qualcuno, fa pena il cane Maruska che vive di acqua e pane sotto il cielo aperto che per lei è un quadretto d’infinito. Per gli altri, la maggior parte, è soltanto un cane, e la vita di un cane è così perché è sempre stata così e perciò è giusto che sia così. Ma prima o poi arriva chi non è d’accordo che il cane Maruska sia soltanto un cane, e lo dice ad alta voce, e perché nessuno vuole sentire, lo dice ancora più forte, ma ancora nessuno vuole apprendere la grande novità che il cane Maruska non è soltanto un cane, ma uno di noi. E perché tutto deve rimanere così com’è sempre stato, questa voce deve smettere. I cani sono i cani e gli uomini sono gli uomini, dice la brava gente, cattivo, invece, è chi sostiene il contrario. Il cane Maruska non sa nulla di tutto ciò. È contenta quando qualcuno le porta da mangiare, è felice di una carezza e, a modo suo, ama l’uomo che la fa vivere così perché lui è il suo padrone. La storia del cane Maruska non ha nulla da insegnare, non si presta a diventare una fiaba, la sua storia è la vita stessa che non conosce lieti fini, ma lascia sempre tutte le domande aperte poiché nessuno di noi possa mai dormire tranquillo.












