
Ci rammarichiamo per le distrazioni nella preghiera, ma Gesù ci chiede solo l’intenzione di pregare bene: al resto pensa Lui.
Archivio mensile:Ottobre 2023
Frammenti di Cinema # 69

Accanto al cinema trash c’è il cinema folle. Il capolavoro del genere è Hellzapoppin’ (1941), diretto da H. C. Potter. La sua stravaganza è esplicita, persino dichiarata dalla coppia di protagonisti Ole Olsen e Chic Johnson, i quali ammettono che il pubblico farà fatica a definire film quello che stanno vedendo. L’ambientazione è teatrale, infatti, si ispirava una omonima rivista di successo in quegli anni a Broadway. Folle ma con un tono tutt’altro che comico, anzi gotico e cupo, è Freaks diretto da Tod Browning nel 1932, dedicato ai fenomeni da barraccone e ai freak-shows. È curioso che entrambi furono riscoperti dal magnifico Fuori Orario televisivo di Enrico Ghezzi. Bizzarro e surreale già nel titolo è Animal Crackers – biscotti a forma di animale (?) di Victor Heerman con i fratelli Marx, geni del nonsense. Ma qui rientriamo nel canone più tradizionale, anche se la comicità linguistica e demenziale è irraggiungibile. Continua a leggere
Incontri XXV
The song
di Stefanie Golisch (Germania, 1961)
C’è un cane davanti alla porta d’ingresso,
ma nessuno ricorda il suo nome, questa è
casa tua, un’altra non c’è, e nemmeno un
altro cane, ti ripeti quello che dicono tutti:
non ci si può fidare di nessuno, ma il cane
si fida di te
Da: Sacro minore
di Franco Arminio (Italia, 1960)
Sacro se ti metti in ginocchio
anche se non credi a niente.
Il quadro è di Janet Sobel
Figli dell’Eterno
La parola ai poeti. Simone Migliazza
Senza che la loro presenza assicuri una perfetta riuscita, mi sembra che tre siano gli elementi necessari a fare poesia: esistenza, verità e lingua.
Esistenza come campo d’indagine, verità come prospettiva e lingua, che è la poesia stessa, la sua essenza profonda.
Quanto sappiamo della realtà lo sappiamo per esperienza diretta: nessuna conoscenza si dà fuori da ciò che ci ha intimamente toccato. Questo, per un poeta significa non poter scrivere che attraverso ciò che vive o ha vissuto avendo modo, solo attraverso l’effettivamente esperito, di poter entrare in contatto con una dimensione sovrapersonale, sebbene parziale. Ogni volta che si decidesse di bypassare il vissuto per entrare in relazione con un preteso universale (l’Esistenza, quella con la “e” maiuscola) l’operazione sfocerebbe necessariamente nel kitsch, nell’inautentico: scrivere una poesia sull’amore, sulla vita o “su” qualsiasi altra cosa, questo sarebbe assai inautentico. Allo stesso modo, ritenere ciò che si sente, si vive o ci accade l’oggetto della poesia equivarrebbe a relegare quest’ultima a cronaca del privato o diario intimo, fatto, quest’ultimo, da cui non sfugge buona parte del sottobosco poetico attuale. Continua a leggere
Domenico Pelini legge Dino Campana 7
Una domanda
Meditazioni catalane su tempi e modi del divenire
di Riccardo Ferrazzi
Chissà perché non mancano mai i politicanti interessati a fomentare discordie in nome delle “piccole patrie”, anche se poi, quando conquistano un po’ di potere, tutti i cambiamenti si riducono a faccende puramente nominali, come i cartelli stradali nella lingua del posto.
Tanto tempo fa, tornando in Spagna dopo una lunga assenza, rimasi disorientato dai nuovi cartelli indicatori. In autostrada ogni tanto vedevo apparire un cartello che indicava la distanza da una sconosciuta Lleyda. Che fosse il nome catalano di Lerida? Saperlo sarebbe stato utile. Per quel che ricordavo, Lerida doveva essere più o meno da quelle parti, ma non ce n’era traccia: Lleyda rimase Lleyda anche quando passai davanti allo svincolo di uscita. Avevo forse imboccato un’autostrada nuova, che andava in tutt’altra direzione? Solo quando cominciarono ad apparire i cartelli che indicavano la distanza da Saragozza (che, non essendo catalana, continuava a chiamarsi Zaragoza) mi tranquillizzai: ero sulla strada giusta. Continua a leggere
Sohrab Sepehri, “Un’oasi nell’attimo”
da Sohrab Sepehri, “Un’oasi nell’attimo” (Jouvence 2022, traduzione a cura di Faezeh Mardani e Francesco Occhetto)
(…) Così che il lettore scopre in lui la potenza circolare del sapere poetico e mitico che affratella i popoli piuttosto che separarli come fanno l’economia, la politica, e spesso anche le religioni quando diventano istituzioni e dogmi. Sepehri sa fondere il livello mistico e spirituale della sua esperienza con quello quotidiano: ed eccolo che si siede “sul bordo della vasca in cortile:/ pesciolini, luce, io, fiore, acqua”. Sembra che parli di un riflesso, forse parla proprio di questo, ma di un riflesso che ai suoi occhi è grappolo puro di vita. (…)
(dalla postfazione di Giuseppe Conte) Continua a leggere
Lucerne nella luce, di Lucio Brandodoro
[Is. 25,6-10a; Mt. 22,1-14]
“Ci hai fatti per te e il nostro cuore è inquieto, finché non trovi in te il suo riposo”
Così, s. Agostino.
Che altro è l’invito alla festa di nozze, se non questa inquietudine da cui siamo abitati?
Ad ognuno è rivolto l’invito. Ognuno lo percepisce e lo intuisce. Non c’è data, non c’è ora, ma l’invito alla festa è talmente presente che anima, in un modo o nell’altro, tutto lo svolgersi di una vita.
La consapevolezza di questo invito, poi, accende il desiderio. Qui è il discrimine di un’esistenza: acconsentire a questo desiderio o farlo tacere. Accettare l’invito o respingerlo, o far finta di nulla. Continua a leggere
La parola ai poeti. Biagio Accardo
Credo nella poesia, nella sua forza mite, nella sua capacità di ridestare in noi il senso di un’origine, un senso che le logiche spersonalizzanti del mondo sembrano voler eclissare dal nostro orizzonte. Credo nella sua forza di vigilanza, quasi di profezia, nel suo sguardo che tutto riflette, senza che nulla riesca veramente a definirla o ingabbiarla in pretese concettuali; credo nella poesia perché credere in essa significa coltivare la prospettiva della speranza e della continua rinascita interiore.
Senza la poesia avrei ceduto al mondo, avrei accettato che gli eventi scrivessero il resoconto, in vero deludente, del mio esistere; grazie alla poesia invece mi è stato possibile vivere un continuo cominciamento, considerando il tempo, le persone, gli accadimenti come un dono sempre inedito e salvifico.
Credo nella poesia e nella sua opera ricostruttiva, e dunque credo nella sua parola come unica realtà in grado di ricucire dimensione esterna e interna dell’uomo; le do fiducia perché è grazie a lei che ognuno conserva la memoria fondamentale del proprio essere, che è quella di essere e rimanere “umani”. Continua a leggere
Antonio Ghirelli intervista Luigi Pintor su satira e informazione (1977) [Interzona]
[Cari lettori di LPLS, vi informiamo con dispiacere che dovremo interrompere temporaneamente la nostra rubrica. Al momento, non possiamo stabilire con certezza quando riprenderà, ma stiamo lavorando per tornare presto con contenuti nuovi. Vi ringraziamo per la vostra pazienza e fedeltà. (f.s.)]
In cerca
La parola ai poeti. Rita Greco
Il mio primo incontro con la poesia è avvenuto a otto anni. Scrissi una filastrocca che parlava di asce e di infelicità. Oggi, da adulta, il contenuto di quei versi mi colpisce perché mi sembra indicare che molto presto ho avvertito la scossa interna dell’inquietudine e che molto presto ho scoperto nella scrittura un rimedio efficace per placarla.
Nel periodo dell’adolescenza mi sono imbattuta, quasi per caso, in alcune voci maestre della poesia: Octavio Paz, Anna Achmatova, Konstantinos Kavafis. Fu una vera e propria folgorazione. Ero incantata da questo linguaggio alato, musicale, così diverso dal quotidiano, porta schiusa alle visioni, che non comprendevo pienamente, ma che sentivo di voler esplorare. Da allora, la poesia è diventata una presenza costante nella mia vita e l’ha alleggerita, migliorata. Come molti adolescenti, mi sentivo in prigione: la poesia mi permetteva di evadere da quella prigione, mi autorizzava a esercitare il mio sacrosanto diritto alla libertà. Continua a leggere
Il bene
La parola ai poeti. Valentino Ronchi
Negli anni tante cose che ho detto e pensato han subito piccole e grandi modifiche, precisazioni. Alcune verità, presunte tali, sono state sbugiardate. D’altronde, fossi rimasto sempre lo stesso di anni fa, non sarei un granché. Così, nella fattispecie della poesia, ora l’ho rincorsa, ora allontanata, ora blandita, ora snobbata. Come un ragazzo innamorato, che nega, e si smentisce, si contraddice, esce con un’altra, si dichiara con tanto di serenata. Se mi pento di questa altalena? No, era apprendistato. E poi, a bene vedere, anche lei ha fatto così con me. Al punto che c’è da auspicare che nei prossimi anni la convivenza sia più armoniosa, dopo tante lotte. Due punti fermi, però, ci sono stati: il piacere, enorme, di scriverla, di misurarmici, nel momento in cui ne avevo intenzione e voglia. Un piacere fuor di misura, trovare le parole giuste, l’immagine più vera del vero, come si dice. E poi, seconda cosa, il desiderio – costante, ma espresso in termini via via leggermente differenti – di scrivere facendo capire quanto scrivo, in modo che qualcuno ci si possa divertire o altro. Continua a leggere
Talenti sprecati
La lettura del Vangelo richiede di non indulgere a scorciatoie che rischiano di togliere mordente alla parola di Gesù. Prendiamo in esame, per esempio, la parabola dei talenti (Mt 25, 14-30).
Come mai il Padrone (Dio) dà più a uno e meno a un altro (talenti, capacità)? Continua a leggere
La parola ai poeti. Matteo Galluzzo
Scrivo queste righe in una giornata di fine settembre, mentre l’estate scivola via dalle cose e dal mio corpo e la luce incupisce a poco a poco. Giorni in cui non fa più caldo e non è ancora freddo. Una dimensione liminale, di confine. Uno stare sulla soglia.
Non si può attraversare la soglia semplicemente lasciandosi scivolare da un punto all’altro, ci ricorda Perec, serve una parola magica. Mi chiedo quale possa essere questa parola; questa formula che apre un passaggio o un varco verso non si sa dove.
Ma è la parola per prima a dover attraversare una pluralità di soglie. La soglia come confine, anzitutto, linea oltre cui c’è la condizione dello straniero, dello spatriato. Abitare la propria lingua come una lingua straniera. Per non avere più una lingua madre. Lasciare che le parole, anche le più consuete, brillino sotto una luce diversa. Straniare il linguaggio. Continua a leggere
Luigi Maria Corsanico legge i lirici greci II
Un’altra storia

Piacere a Gesù: cose d’altri tempi? C’è un devozionismo che non giova alla vita di fede. Piacere a Gesù equivale a piacere alla parte più profonda di se stessi, alla propria vera identità. Vivere in linea con le motivazioni autentiche, scritte da sempre, per giungere alla meta. Insomma, tutta un’altra storia.














