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quidam adiciunt genus aquilae quam barbatam vocant, tusci vero ossifragam. huius ingenium est et testudines raptas frangere e sublimi iaciendo, quae fors interemit poetam aeschylum, praedictam fatis, ut ferunt, eius diei ruinam secura caeli fide caventem.

Armando Pajalich, Rondini, a un’altra primavera

Rondini, a un’altra primavera

14 marzo 2011

Inatteso stridente pigolìo.
Kerkyra. Tramonto. Eccovi qua.
Poche in volo. Tu, di fronte a me,
nella grondaia tua dell’anno scorso,
solfeggi una nota bassa senza posa.

Hanno rifatto la facciata al tuo palazzo.
Avran buttato il vecchio nido. Stridi!
E ti lanci in trilli di stizza.
Di fango e cose secche in giro ce n’è a iosa:
rametti, foglie e tutto il ben di Dio.
Canta, sorella: primavera arriverà.
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F.C.A. Advertisement

di
Roberto Plevano

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Uno ci mette qualche tempo a rendersi conto, a realizzare, come dicono, cioè a ricondurre ciò che vede e ascolta al dominio delle res, delle cose concrete che perentoriamente sono, e ci si sbatte contro e lasciano un bel po’ po’ di bozzo sulla crapa dello scettico.
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Muore un poeta, in die nativitatis domini nostri

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Fernando Bandini ci ha lasciato. Dovevi andartene proprio il giorno di Natale, eh? Eri l’ultimo dei grandi vecchi di queste contrade: Neri Pozza, Goffredo Parise, Luigi Meneghello, Andrea Zanzotto, Mario Rigoni Stern… Avete ben seminato. Qualcuno, i fiori in mano, si fermerà un poco a parlare con te.
Ciao Fernando.

Poesia scritta a Praga (Dietro i cancelli e altrove, Garzanti 2007)

Mi piacerebbe essere sepolto
a Mala Strana
in uno di questi silenziosi giardini
dove viene a svernare la cincia oltremontana
 
Che mi giacesse accanto
mia moglie innamorata di ponte Carlo
Il ponte è a pochi passi anche se solo
nel giorno del Giudizio potremo attraversarlo
 
Verrebbe a farmi visita
l’ombra di Halas quando muore il giorno
Abitava qui attorno, m’insegnerebbe
Il nome della prima stella
 
Ma Azneciv città che ha i suoi corvi
e i suoi golem pretende le mie ossa
Ci sarà qualcuno che si ricordi
di Bandini? Che sopra la sua fossa
 
rechi i fiori che amo (aquilegie, asfodeli)
e si fermi un poco a parlare con me?
Perché il mio cuore era di re
ma non avevo un regno né fedeli

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Riletture. Francesco Forlani, Parigi, senza passare dal via. Marino Magliani, Amsterdam è una farfalla.

di
Roberto Plevano

Questi di Francesco e Marino sono due libri belli, personali, ottimamente scritti, soprattutto autentici e veritieri, nel senso che qui la finzione letteraria mantiene solide relazioni, e risuona, con realtà che sono parte dell’esperienza di molti lettori, e non è posticcio infingimento.

A prenderli in mano a qualche tempo dalla pubblicazione, nella prospettiva dunque dello scenario, ultimamente un po’ difficile da caratterizzare, della narrativa italiana, questi due testi possono essere letti come variazioni – tra le prime forse – su un tema che – è facile prevedere – sarà visitato in futuro assai spesso: la vita e la condizione dell’intellettuale italiano (anzi, meglio cominciare a definirlo homme de belles lettres, intellectual, Intellektueller, che si esprime perlopiù in lingua italiana) a cui capita di essere formato – spesso assai bene – in Italia e di proseguire naturaliter il corso della sua vita, appunto intellettuale – spesso assai produttiva – fuori dall’Italia, permanentemente.
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Lou Reed (1942-2013)

Avrebbe dovuto morire prima di Hendrix, prima di Brian Jones, e molte volte dopo. La sua carriera è stata di un sopravvissuto a esperienze letali, e ha trovato bellezza nelle più amare pieghe della vita.

They’re taking her children away
Because they said she was not a good mother
They’re taking her children away
Because she was making it with sisters and brothers
And everyone else, all of the others
Like cheap officers who would
Stand there and flirt in front of me

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Parlare di politica? 0.2

Sì, se ne parla ancora. Aggiornando alcune precedenti considerazioni. E cominciando a dire che fra ciò che si agita oggi in Italia nella cronaca politica, uno degli oggetti più interessanti in cerca di posizionamento è l’associazione di Luca Cordero di Montezemolo. Questo per due motivi:

1. Mi pare che sia la cosa più vicina a un tentativo di riaggregazione dei ceti e interessi finanziari e industriali che negli ultimi vent’anni hanno affidato, con poche eccezioni, la propria rappresentanza politica al partito di destra e che stanno ora assistendo preoccupati alla sua decomposizione.
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Il Festival dei Blog Letterari. Thiene (VI), 7/8 Luglio 2012

L’idea dietro al concepimento di un Festival dei Blog Letterari, un’idea che si è andata meglio definendo nei mesi di meticolosa preparazione e informazione su questa iniziativa, guarda all’esigenza di un diretto incontro e scambio di esperienze, che vada al di là del continuo intrecciarsi in rete di discussioni tra testate e bloggers.

Il progetto è di Morgan Palmas, agente letterario, creatore del sito Sul Romanzo, che ha avuto il merito e il coraggio di credere in questa idea, la caparbietà di convolgere referenti istituzionali e associazioni locali, e la capacità di coinvolgere un gruppo di persone molto determinato, che ha assicurato un’organizzazione “svizzera” ai due giorni del Festival.
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Parlare di politica?

di Roberto Plevano

La politica. La politica. Mah. Non so da quanti anni evito, sgattaiolando via come un furetto, qualsiasi discussione di e sulla politica. Più o meno dal periodo in cui non ho più visto nulla, nell’offerta politica del mio paese, almeno remotamente congruente con la mia sensibilità, i miei desideri, le mie idee, le mie aspirazioni, le speranze per me e per i miei figli.

Dovessi pensare a un partito, a un raggruppamento a cui affidare il voto, me ne viene in mente solo uno. Eccolo: il Partito della Costituzione Italiana, Costituzione che da sola è un impegnativo programma di governo a breve, medio, lungo periodo. Non c’è davvero bisogno di aggiungere altro. La Costituzione però è stata, senza tema di smentite, la legge più disattesa della storia dell’Italia repubblicana. E questo partito non si può votare, perché non c’è. Ci dovrebbe essere, ma non c’è. Qualcuno dovrebbe fondarlo.
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kLit: il Festival dei Blog Letterari – 7/8 Luglio 2012, Thiene (VI)

Un sottile paradosso ha forse presieduto al progetto di un’occasione di incontro e discussione di persona sulle letterature in rete, perché in rete le forme della comunicazione letteraria sono mutate, irrevocabilmente, a partire dal fatto ovvio che i luoghi della produzione del testo, ossia le radici delle voci di prosa e poesia, sono stati azzerati in un illimitato e uniforme non-luogo.

Il paradosso, se tale è veramente e non equivocazione, indica uno stallo concettuale e stimola il pensiero verso nuove idee. Come quella di ricondurre nello spazio e tempo di un Festival un insieme di esperienze eterogenee che per loro natura sono state finora in comunicazione soltanto nel non-luogo della rete. Ci sono già stati incontri di collettivi di autori e pubblico che si riconoscono in una precisa “testata” letteraria, mai però simposi delle diverse aggregazioni di interessi e tendenze culturali che si esprimono nei blog letterari.
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Theodoros Angelopoulos (??????? ????????????), regista e poeta, 1935-2012

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Theo Angelopoulos viene oggi ricordato come un regista cinematografico apprezzato e premiato. 1977: Orso d’oro a Berlino per I cacciatori, 1988: Leone d’Argento al Festival del cinema di Venezia per Paesaggio nella nebbia, 1998: Palma d’oro a Cannes per L’eternità e un giorno.

Angelopoulos è stato in realtà uno dei pochissimi autori la cui arte abbia travalicato i limiti stessi del linguaggio cinematografico. Il suo è stato un lavoro epico, lirico, in una parola tragico, che ha fatto rivivere il cuore stesso della civiltà greca, inizio dell’identità di questa turgida parte di mondo che chiamiamo occidentale. Il suo è stato uno sguardo lucido e spietato, mai cinico, carico di pietas per tutti gli esseri umani.

Tutti, davvero tutti i suoi quattordici film consegnano immagini potentissime. Noi spettatori (termine inadeguato) siamo catturati in un ritmo, in una scansione narrativa che riproduce il passaggio delle stagioni naturali e umane, e il tempo del dolore.

La sublime ironia del miliziano fascista che si spoglia di fronte all’attrice, rimane nudo dimenticandosi i calzini, e si vergogna allora del suo piccolo sesso. L’intollerabile intensità del piano sequenza fisso sul telone chiuso di un camion fermo sul ciglio della strada: sappiamo che un fatto orribile si sta consumando dietro il telone, ma da lì emerge una bimba seria che pare aver accettato l’oltraggio come un sanguinoso e inevitabile rito di passaggio, ed è questo il vero dramma. Bosnia, urla e spari nella nebbia, nei Balcani le persone scompaiono quando il paesaggio si offusca. Al posto di frontiera un bambino senza famiglia corre e si rifugia tra le braccia aperte di uno sconosciuto. Lo spettatore non si limita ad assistere, ma viene pro-vocato, deve completare le storie con la sua più personale immaginazione.

Ecco, forse il cinema, se è ottava arte, non può davvero aspirare a niente di meglio.

La volpe e il vasaio


Avvenne che un giorno il vasaio si apprestò a foggiare una nuova forma. Pose sulla ruota una massa di terra grassa, pesante di umidità, screziata del colore del sole e della luna, gli astri più prossimi. Mescolò in quella pasta alcune scaglie del corno dell’ariete, poche manciate di grano, e prese a premere, appiattire, maneggiare, girare, rigirare, livellare, appuntire e arrotondare. La materia così plasmata fu dapprima difficile da modellare e non riteneva le fattezze appena impresse dal vasaio, ma le mani continuarono il lavoro: con lo sputo per ammorbidire le parti secche, con il soffio per rinsecchire le parti troppo umide. La nuova forma venne finalmente a essere secondo le intenzioni del vasaio.
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kLit: il Festival dei blog letterari

Morgan Palmas è l’animatore di sulromanzo, blog letterario che accanto alla discussione online di fatti letterari-editoriali affianca una webzine e un’agenzia letteraria.

Consapevole che occuparsi di letteratura è attività dalle sostanziali implicazioni collettive e sociali, Morgan ha pensato di mettere a confronto alcune voci significative dal mondo dei blog letterari italiani, in un momento di discussione face to face, rimedio all’impalpabilità della vita online.
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Fernando Bandini, La ciupinara

Una poesia in dialetto vicentino, una cantilena che sgomenta e confonde. Siamo assai lontani dalla tradizione poetica di temi lirico-naturalistici o da quelle di ordinate metafore. La talpa è la sonda che penetra nelle terre dei morti e delle cose del mondo di sotto, il suo scavare fruga e scompiglia i campi del lavoro e degli amori dei viventi, lei stessa una bizzarria cieca e folle della natura.

La ciupinara

Xe quando el cincibín dal cao celeste
va in volta par le siése
in serca de pomèle de l’otuno passà,

o ’l beca i buti
de l’albaro drío casa dove i fiori
?a i se insogna de èssare sirese;

quando che liparéte
putèle se desmíssia
e piene de morbín le fa sitare
el basavéjo;
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Orazio ora parla sloveno (ma beve sempre italiano)

Su M. Kravos, Terra da masticare, Empoli, Ibiskos Editrice Risolo, 2009.

di
Roberto Nassi


Terra da masticare è il titolo della recente antologia poetica bilingue del poeta sloveno residente a Trieste Marko Kravos. Un libro in cui le parole si mettono in riga sul filo della ragione e lambiscono, funambole, follie ed eccessi, retorica e false speranze, irrazionalità e vanagloria dell’uomo contemporaneo. Sono parole che si imprimono di cose, alla larga dai balbettii del «cieco fondale dell’io».

La lucidità critica e del dettato, quasi illuministiche, come quelle, oggi, di un Enzensberger, si coniugano col senso della misura e la malinconia soffusa di ascendenza oraziana. E, proprio come nel poeta di Venosa, la medietas si informa in una varietà di modulazioni governate da un sovrano senso del ritmo e da un verso che ora rasenta la colloquialità ora si fa più teso e lirico ora meditativo ora si sbriglia in giambiche sprezzature.

Ma inutile in queste pagine cercare di Orazio la retorica civile o dell’illuminismo la fiducia incrollabile nella forza di redenzione storica e sociale della ragione. Meglio l’umile patata della retorica patria mentre l’ottimismo delle magnifiche sorti e progressive lascia il campo a una disillusione suprema. Continua a leggere→

Il villaggio. A 100 anni dalla nascita di Marshall McLuhan

di
Paolo Vidali



ANNIVERSARIO. A 100 anni dalla nascita, lo studioso della comunicazione si conferma profetico: ha rivelato come i mass media possono plasmare la società.
Marshall McLuhan ha creato definizioni ormai gergali dell’era attuale. Il mezzo è il messaggio: prima la tv e ora internet hanno cambiato il nostro modo di vivere globale.

Un po’ filosofo, ma anche linguista, sociologo, tecnologo, Marshall McLuhan, che oggi compirebbe cent’anni, fu personaggio eclettico, sfuggente agli schemi, creativo fino all’irrisione. McLuhan ha compreso il nostro tempo con una lucidità profetica. Fulminante inventiva teorica, ma anche attenzione a un oggetto prima disdegnato dagli intellettuali: i mass media. Mettere al centro il modo del comunicare, e in particolare quello della comunicazione alle masse, è stata la sua intuizione fondamentale. Ma non l’unica. Sono sue alcune immagini così felici da essere diventate gergali. Una delle più note è il villaggio globale, inteso come un sistema di vita e comunicazione in cui lo spazio si è ristretto, mettendo a portata di mano eventi e soggetti. Abbiamo assimilato a tal punto questa immagine da non accorgerci più della sua contraddizione: non può esistere un villaggio globale. O, se esiste, ciò avviene perché l’esperienza che facciamo degli altri attraverso i mass-media è talmente impoverita da poter diventare globale. Ma cosa rimane, al di là della chiacchiera, della conoscenza reciproca di chi abita lo stesso villaggio?
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Padiglione Italia. 54a Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia

di
Roberto Plevano

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Il tema campeggia ripetuto nelle insegne al neon nelle grandi sale dell’Arsenale, L’Arte non è cosa nostra, motivo conduttore del Padiglione Italia all’Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia. È un doppio senso che non impressiona per sottigliezza.

Quest’anno l’allestimento del Padiglione italiano coincide con le celebrazioni del centocinquantenario dell’unità nazionale. Ghiotta occasione per un bilancio, un check-up, un rendiconto, una qualche riflessione sulle esperienze artistiche italiane del nuovo millennio. Con qualche ambizione e coraggio intellettuale, la curatela del padiglione nazionale potrebbe stimolare una proposta di sintesi, individuare delle linee di indirizzo, suggerire percorsi, avvicinare il futuro… in soldoni, definire un’estetica attuale tra individuo e società, tra pratica dell’arte e realtà. E contribuire così all’interpretazione dell’elusiva identità nazionale.

Bene, nulla di tutto questo si offre tra le sale e il giardino del Padiglione Italia.
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9. Appendice. Fabricii Elementatio Theologica.

Com’era costume al tempo delle prime compilazioni di indagine dottrinaria sugli attori nelle scholae cittadine, il frammento di cronaca sulla vita del borgo di San Pietro e sui cosiddetti Fabriciani è accompagnato da un foglio aggiunto, che pare di redazione anteriore alla trascrizione secentesca del manoscritto. Se ne dà qui la traduzione.

Et hic incipit Fabricii Elementatio Theologica. (con le note del censore)

Fabricius diceva che noi donne e uomini siamo figli di Dio in senso figurato, al modo in cui un autore crea i personaggi del suo romanzo, solo che nemmeno Dio sa perfettamente cosa faranno i suoi figli , così come un autore non sa perfettamente come si svilupperà l’intreccio, se qualche personaggio finirà per fare qualcosa di imprevisto, o la necessità della narrazione condurrà lo stesso autore in terra incognita.
Et hoc, se non è accompagnata da corrette spiegazioni, videtur heretica locutio.
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8. Sequente anno Domini fuit hyemps aspera et orribilis…

E benché molti ormai andassero a cercare Fabricius, quando la sua reputazione si diffuse nella Marca come le rondini in primavera (insieme, bisogna dire, alle maldicenze, che come le male erbe sono impossibili da estirpare), egli non chiedeva i natali a chi gli si avvicinava, né luogo di nascita, né mestiere, né stato. Dopo però alcune cattive esperienze, da lui scherzosamente definite “bidonate” (dal nome che al Nord della Francia danno al vaso che contiene il vino per una compagnia di dieci: e il vino pare sufficiente e non basta mai), pretendeva a chi volesse accompagnarsi a lui di raccontare prima una storia, non importa se di vicenda effettivamente vissuta, o fabbricata lì per lì. Tanto bastava a smascherare coloro che non erano puri di cuore, o nascondevano seconde intenzioni, fini inconfessabili, o volevano appropriarsi delle elemosine per i veri poveri, o soltanto riempirsi la pancia di pane e vino e andarsene via gonfi come galline all’ingrasso. Fabricius capiva il materiale delle storie, da dove esse venivano, e da dove veramente proveniva chi quelle storie portava in giro. Perché le storie possono essere fantasiose e irreali come sogni, ma non per questo essere meno autentiche; mentre anche le storie in apparenza realistiche possono nascere dalla frode e nascondere un raggiro. Soltanto chi sa che la vita è una storia può delle storie vedere le insidie. Ma chi racconta storie autentiche crea narrazioni, insegna agli uomini a pensare a se stessi senza indulgenza o compiacimento, come fanno i bambini. Insegna agli uomini a pensare se stessi. Ecco perché il novelliere, se sincero, è vicino all’arte di Dio, che detta il racconto che nessun uomo da solo sarà mai in grado di scrivere.
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7. Sequente anno Domini fuit hyemps aspera et orribilis…

A questo punto dell’infervorata orazione, due ospiti dello xenodochio si erano fatti vicini al gruppo dei Fabriciani, al cui centro convenientemente Fabricius stava, e si rivelarono fratelli dell’ordine dei Minori, giunti in civitatem Civetiensem il giorno prima senza mostrare apertamente in pubblico il loro stato.

«Sora nostra Morte corporale, da la quale nullu omo vivente po’ skappare! Laudata sia sora nostra Morte corporale, da la quale nullu omo vivente po’ skappare!» proruppero i due all’unisono, urlando e interrompendo il discorso col quale Fabricius inciviliva gli amici. Egli non si era accorto del loro arrivo, e con gli occhi interrogò i poetici spirituali (o spiritali della poetica), dei quali nessuno conosceva i nuovi venuti. Allora egli giunse insieme le punta delle dita della mano destra con un curioso movimento oscillatorio dall’alto in basso e dal basso in alto, e mormorò «Anvedi i fratoni! Ma che stanno a di’ questi? Chi so’? Che vonno?» (gli spirituali tutti dissero con una voce «Boh!»), e si rivolse ai Minori con queste parole: «A fra’! Morte corporale tu sorella!». Presso i Fabriciani infatti la morte era constatata e accettata, nella giusta misura delle cose ineluttabili, ma tenuta per sorella e benvenuta… no, non era proprio il caso. Continua a leggere→