Archivi categoria: Diari

Quaggiù


di Fabrizio Centofanti

Si parte. Non ho mai pensato che spostarsi equivalesse a cambiare, perché non sono i luoghi – né i tempi – a decidere la storia. Però fa sempre effetto: qualcuno si libera di me, qualcun altro mi perde. Chissà quanti viaggi ha fatto il Cristo, portandosi dietro la sua divinità: guariva, predicava, indicava la strada difficile e semplice della felicità che per noi, così spesso, è un’utopia. Dio ne conosce i meccanismi: per questo conviene fermarsi e contemplarlo, per farci consegnare, ogni giorno, i ferri del mestiere. Non riesco più a capire chi non prega. So che si vive benissimo non credendo in Dio. So bene che ci si può accontentare degli ottanta, cento anni che ci spettano quaggiù. Ma il problema è laggiù. Come fare a non sentire quella voce, come credere che al fondo della vita ci siano i brontolii dell’intestino? Laggiù c’è Dio, bisogna dirlo con chiarezza: così chi non crede può fare una scelta più decisa, può dirsi ciao guardandosi allo specchio. E chissà che un giorno, di fronte, non risponda un’altra Voce.

16
2

Laggiù

di Fabrizio Centofanti

Laggiù. Si può intendere in due modi: in basso, nell’abisso, magari all’inferno; oppure nel profondo, in interiore homine, agostiniananente, nel Sé, junghianamente. Il titolo, ovviamente, opta per la seconda ipotesi, ma non è escluso che si debba attraversare una regione infera che – oggi come oggi – occupa quasi tutto il territorio del pianeta. 

In ogni caso, da laggiù si vede meglio: tutto, per favore, ma non la maledetta superficie che  – oggi come oggi  – è un obbligo sociale. Superficiale e sociale sono ormai sinonimi, e l’uomo a una dimensione è da tempo la realtà di tutti i giorni. Come si possa vivere senza alcuno spessore nessuno l’ha capito, ma è quello che accade, e sui fatti non è lecito discutere. 

Laggiù mi sento meglio: vedo il mondo vorticarmi intorno, con la sua quota di follia sovvenzionata dallo Stato e dalla Chiesa, che non risparmia le sue contraddizioni. Scandalizzarsi non risolve. Ci vorrebbe un personaggio al di sopra delle parti, qualcuno per nulla interessato al parere della gente. Che so: un Giovanni Battista, un Romero, o in versione più casalinga un don Tonino Bello, o il Turoldo della Ballata della speranza, che fa venire i brividi ogni volta che parte la voce calda e roca di Corsanico.

Laggiù: basta la parola per tirarti fuori dalla tiepidezza, dal branco con l’etichetta approvata mensilmente, dalla tristezza tipica della gente senza volto, a cui qualcuno deve pur ricordare che il problema – oggi come oggi – non è più il morire, ma il non aver vissuto.

14

Benvenute e benvenuti nel fantastico mondo di Lpels


Quando, nel 2006, nacque il blog “La poesia e lo spirito” non avrei potuto immaginare il suo futuro. Pensavo di farne un contenitore di pensieri, un canale di scorrimento del mio amore per la poesia e la narrativa. Poi è accaduto l’impensabile: un pubblico sempre crescente si è affacciato in queste pagine elettroniche, un concerto di voci che ha fatto, di un blog personale, una delle piazze maggiormente frequentate della rete in campo letterario. Un frutto genuino che non si è mai apparentato con forme pubblicitarie o commerciali. Il segreto? La seconda parola del titolo: lo spirito, ossia l’improgrammabile, il sempre e solo nuovo, tutto ciò che non può essere rinchiuso in griglie predisposte, in schemi che si scoprono invariabilmente superati. La cifra di Lpels potrebbe essere l’ordine impartito da Dio a un Abramo già avanti negli anni: lech lecha, va’ verso te stesso. Ci si ritrova mettendosi in viaggio, rinunciando alle certezze private, alle comodità del già noto, alla scontata riuscita del già fatto. Tutto ciò ha significato libertà: dai determinismi del mondo, dai meccanismi oliati del potere, dai facili giudizi su di sé e sugli altri. Questo blog è stato e vuole essere l’approdo che implica un continuo ripartire. Il fantastico mondo di Lpels, con tutti i redattori antichi e nuovi, è l’impensabile, che a volte sembra ingenuo perché ha smesso i panni dei sapienti mondani, rivelando la nudità del cuore, l’invisibile in cui si nasconde, ancora e sempre, l’essenziale.

22

Natale 2019, di Mauro Germani

 

Che cosa penso del Natale? Che cosa posso scrivere di ciò che una volta era chiamata la festa dei poveri?

Oggi tutto è cambiato. Anch’io non sono più il bambino di un tempo. Quell’attesa e quella dolcezza sono lontane, così come non c’è più un mondo di campagne, di periferie, di vecchie case di ringhiera e di cascine. Un mondo di uomini e donne che avevano una loro dignità, una loro consistenza, una loro identità, le quali si potevano leggere sui loro volti segnati dal lavoro e dalle difficoltà di ogni giorno. Un mondo contadino e popolare che è stato distrutto, un mondo urbano, periferico, rionale, non ancora contaminato da uno sviluppo devastante. Continua a leggere→

Cristo Re


quando ti ho visto con la faccia grigia

amico

mi sono chiesto tutto in una volta

mi sono fatto tutte le domande

ho sognato di morire

da sveglio

di risorgere in un mondo

dove non bruciano la gente

paradiso dove l’odio si stempera

e l’ira e la follia sono ricordi sbiaditi

come vecchi film

né posso dire che mi manchi

perché sei qui più di tante persone

morte prima del tempo

sei diventato voce

suono

vento di novembre

Spirito Santo delle ore più comuni

“Libertà” di Beatrice Fiaschi

Un racconto di Beatrice Fiaschi.

LIBERTÀ

Nel nero della notte, a una a una, si accendono sette piccole luci.
Il mio respiro è il loro interruttore: click e un globo caldo, mulinando nelle tenebre, ricava la sua nicchia di fulgore e illumina la notte sin dentro le sue più segrete viscere oniriche.
Quei piccoli globi potrebbero essere lucciole, almeno basandomi su quel vago ricordo che ne conservo di quando ero bambina e mi era concesso attraversare prati e cieli sterrati solo con lo sguardo, dal lucernario della mansarda, sdraiata sul letto della mia cameretta.
La mia fantasia aveva finito con l’assumere la forma squadrata del finestrone, la direzione obliqua del sottotetto e la voce insopportabile della solitudine. Tuttavia è stata l’unica strada attraverso la quale ho da sempre potuto accedere a quella porzione di cielo sopra di me, un mistero che solo con le parole avrei potuto dirimere: le stelle – all’apparenza vicine al punto da poterci scrivere una storia d’amore – erano in realtà distanti anni luce tra loro. Eppure creavano figure, frasi, disegni. Continua a leggere→

Continua a leggere. 67


La colonna sonora dell’adorazione s’intreccia col gorgoglìo dell’acqua della bombola a ossigeno, con l’ansimare del condizionatore, che sembra sempre sul punto di spirare, come tutti i condizionatori che si rispettino in questa estate torrida, con i passi felpati della badante africana che non vuole disturbare, coi rumori provenienti dal piano superiore, le grida dei bambini, della cognata sul punto di una crisi isterica, coi richiami della piazzetta che ci ha visto giocare da bambini, col canto degli uccelli, il frusciare dei pini, lo scorrere lento della storia, che certamente ha un senso, anche se in pochi lo capiscono. Che ne pensi, lettore, che ne pensi lettrice? Dio, da qualche parte, fa il tifo per noi, ci suggerisce, cercando di parlare più chiaro del nemico, che è sempre lì, a confondere le carte. Mi commuovo pensando a questa lunga battaglia che si svolge in mezzo a noi, dentro di noi, questa guerra all’ultimo sangue tra il bene e il male, mentre qualcuno vede le partite, qualcun altro agonizza sul letto d’ospedale, i bimbi giocano nella piazzetta e io già m’innamoravo della bambina bionda che veniva in bicicletta dall’isola di fronte, gettando lo scompiglio nella banda di noi nullafacenti imberbi e stralunati, com’è giusto a quell’età, quando ancora non sai niente della partita a scacchi tra l’Onnipotente e il suo avversario, e torni a casa sudato, pronto a divorare quello che la mamma mette sulla tavola, e ora che è distesa sul letto e si addormenta davanti alla TV, ti sembra, all’improvviso, che siano passati secoli o millenni, e non vedi quasi l’ora che Dio ti dica vieni, combatti con me, ah, me l’ha già detto, sono anni che combatto, inseguendo i rumori della colonna sonora della trasmissione, della bombola a ossigeno, del condizionatore che non ce la fa più, ma continua a respirare, come mia madre, che ha gli occhi fissi sull’Ostia, come se dovesse giungere da lì l’unico rumore, l’unica voce degna di essere ascoltata, come se la storia scorresse tutta verso quel punto, e tutti, tutti, nello stesso momento, dicessero, anzi, gridassero: vieni, vieni Signore, non ci abbandonare in questa lotta sanguinosa, dicci, grida anche tu, che alla fine, proprio alla fine, vinceremo.

0
2

Continua a leggere. 65


È bastato un solo giorno di pioggia. Dopo una lunga siccità, un caldo innaturale, ci sembrava che non potesse accadere, come un tempo sospeso, un’epoca senz’acqua, un cielo azzurro per forza, da meraviglia a condanna, da squarcio mistico a incubo infernale, quando si dimenticava che cosa fosse una nuvola, per non parlare di un ombrello – immagini? un mondo senza ombrelli, queste trappole fatte per essere perdute e ricomprate, se persino le canzoni – Azzurro, di Conte – diventavano antipatiche, addirittura insopportabili, se persino i vescovi cominciavano a fare la danza della pioggia, o la preghiera, non ricordo, e tornavano alla mente le giornate grigie, i nuvoloni che sembrano ovatta impolverata, così cupi e così desiderati, è bastato un giorno di pioggia per cambiare lo scenario, per sentire il sollievo dei giorni di montagna dove avverti l’odore inconfondibile, hai presente, lettore, hai presente, lettrice, quell’odore perduto, che ti afferra e ti porta in un’altra dimensione, ti ricorda di te, perché il peccato, lo sai, è dimenticare, non tenere presente, non apprezzare più, questo è il problema: non dire più grazie. L’ho annunciato, nel funerale di stamane – tanto nessuno legge – che ringraziare è il paradiso, è l’angolo di cielo che cerchiamo, e così, lentamente, ti rammenti del battito del cuore, dicevano i Padri, la vita di Dio dentro di te, la forza, l’energia, il potere vero che puoi comunicare, di cui ti servi per realizzare la missione, la tua missione folle, incompresa, che qui, fra gli alberi delle confessioni, appare di nuovo decisiva, l’unica possibile, e allora eccolo, si affaccia di nuovo, si propone, esplode, il fantastico, straordinario, ineguagliabile – l’ho detto anche nel funerale di stamane, il vero testamento – il grazie. In paradiso sarà l’unico linguaggio. Basta un giorno di pioggia, per capire.

Continua a leggere. 64


Il tronco è tagliato alla base: era un albero maestoso, uno di quei pini che svettano e vedi da lontano, per esempio dalle scale che partono dalla piazza del santuario antico, e che percorri come un viaggio dell’anima o del cuore, in cui un gradino è un’epoca passata, un cerchio dell’albero, un tronco tagliato via di netto con l’accetta, come il Battista predicava, sant’uomo d’altri tempi, che parlava della scure posta alla radice, siamo lì, qualcosa che va tolto, o trasformato, che dovrebbe ritornare come un tempo, in origine, quando tutto era buono, anzi, addirittura molto buono, perché Dio le cose le fa bene, non vorremo anche dargli la colpa dei pasticci, e così, dicevo, l’albero, che poi, era l’albero della vita o qualcos’altro? che c’entra l’albero del bene e del male? Forse perché l’ebreo non era tanto interessato a quello che chiamiamo eternità, ma a ciò che definiamo morale, a come mi comporto, a cosa scelgo, e l’uomo, la donna, ish e issha, decisero loro cos’è bene e cos’è male, e così venne fuori un tronco storto, ed è quello che vedo, a pochi metri da qui, è il taglio radicale che il sant’uomo del Giordano auspicava o temeva, valli a capire questi santi. Il vento si è alzato in uno spazio di peccati e confessioni, in questo luogo che non avrebbe motivo di esistere se l’uomo e la donna non avessero mangiato il frutto, se il serpente non li avesse convinti a pensarsi come dèi, che poi, io dico, è meglio tenersi sempre bassi, è meglio fidarsi di qualcuno che affidarsi ad ambizioni smisurate, come quelle del demonio, sempre fuori misura, dall’inizio. I pappagalli conversano tra loro, non finiscono mai di raccontare, come se vivere non fosse che un racconto senza fine, interrotto da azioni secondarie, dormire, mangiare, che vuoi che sia rispetto allo snodarsi continuo degli eventi, al ritrovarsi qui con un taglio radicale, con l’idea di ripartire da capo, ora che hai capito che all’albero della vita ci si arriva arrotolando il nastro, tornando a quella prima parola, alla cosa molto buona che abbiamo perso per strada, lettrice, che abbiamo perso per strada, lettore, ma ti pare, come si fa a permettersi errori così scemi, come si fa a non capire? Come si fa a sbagliare vita?

Continua a leggere. 63


Che sia la volta buona? Che davvero, questa volta, cadano le squame, che si cominci a vivere, ora, proprio ora che cambia il tempo, che il sole dei giorni passati cede il posto alle nuvole – bianche, grigie, nere -, che l’acqua spazzi vie le maschere e non resti che la nuda verità? I preparativi sono incerti, non sai mai se basteranno le valigie, se basterà il viaggio per tornare fra persone che di te non sanno nulla, mentre tu sai quasi tutto, di loro. Il silenzio di attimi, che divide un brano dell’organo dall’altro, ti ricorda che c’è un poi rispetto alla realtà, un abisso di silenzio in cui fare le tue scelte, in cui il giudizio finalmente cade, come quel giorno che parlaste e tu sentivi che nulla era più come prima, e che i passi della gente, l’abbiare dei cani, l’oscillare degli alberi era quello di sempre eppure tutto era diverso, come se le cose incontrassero una luce accecante che le trasformava. Pregare, inginocchiarsi, giungere le mani, gesti che si fanno in automatico, rituali che danno sicurezza, forme che la gente può approvare: la gente, la gente, come se la gente fosse qualcosa, come se non fossimo veri solo davanti a quell’abisso di silenzio, tra un brano d’organo e l’altro, come se ogni azione, ogni sguardo, ogni parola, non fossero la copia difforme di qualcosa che suonerebbe vero solo in quel silenzio, tra un brano e l’altro, tra una vita e l’altra, fino al giorno in cui ogni mossa sarà autentica, il volto del Cristo risorto, le mani non più giunte, i ginocchi ritti, lo sguardo fisso su di Lui, in attesa di una Sua sentenza, eppure tace, tace, non dice una parola, solo ti guarda, come se chiedesse a te di raccontarti, di vedere in un attimo tutta la tua vita, di cercarne il senso, di capire se resista un gesto, una parola, la cipollina data al mendicante, il sorriso regalato per nulla, la mano tesa verso l’altro, se ci sia stato anche solo un atomo, una particella subatomica, che si possa chiamare, anche di sbieco, anche forse per sbaglio, che si possa chiamare amore.

Continua a leggere. 62


Non avevo capito che la musica piena, spiegata, era il segno del dono, della grazia ricevuta in questi giorni. Con Dio bisogna stare attenti, a ogni minimo dettaglio. Sono esattamente nello stesso punto in cui don Mario ha scritto le preghiere: era dopo l’ictus che l’aveva devastato: colpito, ma non ucciso, oppresso, ma non schiacciato, e scriveva e sudava, l’ho già detto, lettore, l’ho già detto, lettrice, ma come si fa a non ricordarlo, ora che sono qui, esattamente nello stesso punto, e la musica dell’organo ricorda che tutta quella sofferenza, quell’eccesso di dolore è diventato gloria, note sublimi che lui ascolta come me, insieme con me, fra terra e cielo, perché qui, davanti alla cappella dei francesi, non c’è più differenza fra alto e basso, superficiale e profondo, è un grande abisso di luce, ciò che Kafka temeva, quando l’amico gli chiese perché non aderisci a Gesù, tuo correligionario, e lui rispose perché Cristo è un abisso di luce e bisogna chiudere gli occhi, per non precipitarvi. Ma ora so, davanti alla cappella dei francesi, esattamente nello stesso punto in cui don Mario ha scritto le preghiere, ora so che l’abisso di luce è il nostro luogo, la nostra vera patria, e che qui siamo tutti pellegrini, in cammino verso noi stessi, come Abramo, quel giorno che partì senza sapere dove andava, e ora che la musica suona, spiegata, trionfale, ora che i giorni sono quasi finiti, e che torno da mia madre, nell’eccesso del dolore, ora so che proprio qui è il mio luogo, che questa è la mia patria, e ogni volta che tornerò qui, davanti alla cappella dei francesi, esattamente nello stesso punto in cui don Mario ha scritto le preghiere, mi chiederò come ho fatto a non capire, quel giorno, che questo era il tuo segno, Signore, che questo era il mio segno.

Continua a leggere. 61


Non più note stirate, pesanti accordature, è una musica che fluisce cristallina, come lo spirito – mi dirai, cos’è lo spirito? le note corrono come allegria inattesa, come quando mi dicesti del sogno di don Mario, e io che pregavo così tanto, ecco cos’è lo spirito, nella cappella dell’adorazione è pieno di oranti, di orazioni, di orecchie che ascoltano – cos’è che ascoltano? dirai, lo spirito, le note che ora s’interrompono, manca poco alla messa, persone parlottano qui dietro, arrivano messaggi dalla chat sulla salute fisica di mamma, pericoli, paure, e poi speranze, come quella di Peguy, la sorella più piccola che trascina le grandi, l’ho sempre vista così, anche ora che l’organo non suona, che il piccione non irrompe nella cappella dei francesi, ricordi? ricordi? eppure ancora appari, nei sogni degli amici, in questa estate più calda di tutte, ora che il mondo può finire, ma certo non stasera che vado dal poeta, girato altrove rispetto alla gente nella piazza, zotica, vil, cui nomi strani, e spesso argomento di riso e di trastullo son dottrina e saper, per questo il mondo non potrà finire stasera a Recanati, perché ancora una volta ci incontriamo, dietro la siepe da cui ancora intravedi l’infinito pur non credendo, con quella poesia che piace a Dio, – chi è Dio? mi dirai, nella cappella dei francesi entrano, escono, solo io sono fermo in ginocchio, con l’organo che ha smesso di suonare perché c’è la messa, e io, dietro queste suore, dietro il ragazzo con la maglietta blu, dietro le grate, dietro il tempo e lo spazio degli umani, anch’io intravedo l’infinito, vedo Te che non smetti di guardarmi, di pensarmi, anche ora che la musica è finita, che il poeta mi aspetta, a undici chilometri da qui, con le spalle al popolo ignorante, che si chiede, a volte, chissà dove ho sbagliato, chissà perché non l’abbiamo mai capita, la poesia – cos’è la poesia? mi dirai, è quasi come Dio, il quale non va a capo, però, Lui che mi guarda, proprio lì, oltre la siepe, oltre il poeta che crede, che crede in qualcosa, ma non sa cos’è.

Continua a leggere. 60


Le note dell’organo, perché? Forse vuoi dirci che dobbiamo accordare, in mezzo ai suoni stridenti che inquinano l’udito, che disperdono qualunque sintonia, le note, le note, una per una, una dopo l’altra, allungate, stirate, come a dire è così, non può essere un’altra, o altre, è solo così che suona l’universo, sullo spartito del Creatore, la musica che cerchiamo ogni momento, quella che inseguiva don Mario, proprio qui, quando ha composto le preghiere, e sudava, sudava, e scriveva, scriveva, e le note, una dopo l’altra, seguivano il suggerimento del Creatore, Lui solo sapeva, anche ora, nella cappella sbattuta dal vento di due ventilatori di metallo, al contatto col sudore, ci ammalia, ci convince, Lui solo conosce i miei pensieri, quelli ancora sepolti, quelli che ancora aspettano che il vento li reclami, le preghiere di don Mario che aleggiano, spinte da correnti misteriose, stai parlando, vuoi dirmi qualcosa, in questo tempo fermo, in questo grido che sorge dal profondo, le note, le note, ora le sento, mi guidano verso le preghiere, le stanno ripetendo all’infinito, come se tutto l’universo non fosse che questo stirarsi, allungarsi sullo spartito dell’eterno, come se il fatto di stare avanti a te, Creatore, direttore d’orchestra, unico maestro, che parli al mio cuore silenzioso, immobile, scosso soltanto dai due ventilatori di metallo, come se Tu volessi dirmi, il vento, ricordi, il grano, mi diceva, quando scuote il grano, la nota, la nota, il passaggio, la musica di Dio, qui dentro, per un attimo, o per l’eternità, ora, era ora di venire qui, a sentire la tua musica, Creatore.

Pensieri sparsi (o forse sparzi…), di Antonio Sparzani

Sempre meno capisco di politica; quand’ero ventiseienne sessantottino mi pareva di avere tutte le mie brave certezze della sinistra extra extra (per fortuna mai quella clandestina, che portò all’esperienza delirante delle BR) con tanti compagni, manifestazioni, riunioni, piccole lotte locali, nel mio caso quelle studentesche delle facoltà scientifiche milanesi e via così per qualche anno. 

Allora c’erano nemici chiari e distinti, i fascisti, i democristiani, per qualche aspetto anche i socialisti e i comunisti di stretta osservanza pci. Le cose e le idee sembravano chiare e distinte, le contrapposizioni quasi ovvie, poche, certo troppo poche, le sfumature. Se faccio un bel salto di mezzo secolo abbondante arrivo all’oggi. Continua a leggere→

Continua a leggere. 58

Una zanzara non ha una bella vita. Sempre in cerca di sangue, ha molte probabilità di estinguersi schiacciata, o folgorata da dispositivi elettrici o a ultrasuoni, o avvelenata da qualche zampirone. Sarà calata nella parte, accetterà la sua missione di rendere difficile la vita, si sentirà perfino utile, in prospettive teologiche ineffabili. Se fossi una zanzara, mi sentirei a disagio, anche se il maschio si nutre di nettare, non è così nocivo. Convivere con una partner che succhia il sangue altrui mi metterebbe in imbarazzo, come avere un famigliare della banda Baader-Meinhof. Dirigevo spiritualmente un brigatista pentito, della cellula di Ostia, che mi dava l’impressione di saperne meno di me di quel mondo dove il sangue scorreva copioso e non si faceva caso ai dettagli personali, come la zanzara non si chiede mai che tipo sia il soggetto del prelievo. Quella che mi gira intorno, per esempio, ignora che io scrivo di lei, tra un penitente e l’altro, non s’immagina di passare alla storia  in queste pagine che ne immortalano la presenza fastidiosa, insieme al gatto sdraiato qui vicino, ai botta e risposta degli inseparabili, agli insetti che s’incrociano sullo sfondo della chiesa all’aperto. C’è sempre qualcuno che succhia il sangue a qualcun altro: noi lo succhiamo a Dio, se questo è il mese del preziosissimo Sangue di Gesù, se lo prendiamo di mira come allora, zanzare insaziabili e incoscienti, che non sanno di far parte del grande racconto della vita, che scendono in picchiata a pungere la vittima di turno, ignara, incolpevole, come se il male fosse questa forza cieca che non ti guarda negli occhi, si disinteressa togliendoti la vita, ti distrugge pensando a qualcos’altro. La zanzara è il simbolo del caos; per questo il Cristo insegna a perdonare i nemici: non sanno perché succhiano il sangue, perché opprimono, salassano, massacrano. Perché, invece di nettare, si nutrono di sangue.

Continua a leggere. 57


È tutto apparentemente così calmo, un quadro manierato, ogni cosa al suo posto. C’è un gatto sdraiato proprio sotto l’altare di pietra, boccheggiante per il caldo. Chi mai direbbe che sotto la patina bucolica si svolge una lotta furibonda, un duello tra la vita e la morte, il bene e il male. Basta poco, per accorgersene: la malattia di mia madre, le incursioni del demonio, che si presenta per distruggere al momento opportuno, come sempre. 
È tutto apparentemente così calmo. I corvi passeggiano sul tetto erboso del santuario: un’invenzione sorprendente, per dire che la fede è incastrata nella vita e non possiamo pretendere di stringere il cielo tra le mani. Mi sento come il primo uomo sulla luna: c’è tutta la precarietà di un universo insidiato dal serpente, un arazzo sul punto d’essere sfregiato, un ponte sospeso sopra il nulla. Mi affaccio alla ringhiera e vedo Orione, con la sua cintura di brillanti, Vega, Betelgeuse, Alpha Centauri, e mi chiedo se qualcuno, se qualcosa, in questo immenso scenario, sappia della partita a scacchi della terra, del dolore, dell’attacco mortale del nemico. Il gatto si rotola, proprio sotto l’altare: non lo incuriosiscono le grida stridule dei corvi, che ha a lungo inseguito, in stagioni meno torride. Siamo in tre nel boschetto delle confessioni, che si affaccia sull’abisso del peccato: da qui si vede Andromeda, il Cigno, Cassiopea, s’incrociano Ofiuco, la Lira, il Sagittario; ti sembra di toccare le braccia della Vergine, di prendere l’Orsa minore per la coda, di bere dalla brocca dell’Acquario. È tutto apparentemente così calmo. Basta un passo per sprofondare nella tenebra, per farsi abbracciare dalla luce. Ricominciare la partita. Il gatto non si fa confondere: impara da loro, mi diceva don Mario, e aveva ragione, come sempre.

Continua a leggere. 56


La finestra di don Umberto è l’altro occhio: vede tutto, da quella postazione che è al di là del tempo, dove le beghe umane sono giochi di bambini che nulla hanno compreso della vita. Non sappiamo. Però facciamo finta: come il pellegrino che parla nello smartphone a voce alta, snocciolando l’elenco delle medicine come se dovessero aggiornarsi tutti sulla terapia. Sì, la terapia: i pensieri che producono emozioni, che stanno al di là della finestra, nel tempo senza tempo dell’infanzia, quando un dolore, una paura, un’allegria, sono per sempre. Siamo appesi sul nulla, ma inseguiamo una logica qualunque, associazioni mentali per cui questa signora dovrà dirmi del figlio operato tante volte, o quel giovane chiederà informazioni sul celebrante della messa, la segretaria passerà
  con un rumore di tacchi e di efficienza che testimonia a favore di un qualche ordine dell’universo. La salute mentale è un’utopia? Se mettessimo insieme i frammenti sparsi in questa piazza – sentimenti, pensieri, intenzioni, gli istinti più brutali, le repressioni patologiche, le ambiguità, e tutto l’armamentario della mente -, ne avremmo a sufficienza per un manuale diagnostico statistico,  che non direbbe nulla, tuttavia, sul versante da cui don Umberto inquadra tutto questo dalla finestra di fronte, da cui l’eternità si affaccia con la consueta discrezione, come potesse influire sulle cose, ma avesse al tempo stesso imparato, da Dio, la libertà. Eccolo il punto: siamo liberi? Potrebbe questa signora a due metri dalla porta evitare di chiedere l’ubicazione dell’ufficio, il sacerdote che confessa fare a meno di parlare a voce alta, il signore con la mascherina non fissarmi così, chiedendosi cosa ci faccia un prete al cellulare in quest’angolo di mondo? Fermiamoci un momento: proviamo a fare qualcosa di diverso, una cosa qualsiasi, purché non sia quella che gli automatismi della psiche ci costringono a fare in questo istante. Una tortora si posa sul tetto della chiesa, si guarda intorno, con movimenti a scatto. A un certo punto, decide di volare.

Continua a leggere. 55


Si aggira intorno all’ingresso del santuario come una tigre intorno alla preda: come dev’essere chiedere sempre? È una psicologia particolare? Si vede tutto sotto questo aspetto? Riguardo a loro, è inevitabile che qualcosa si perda, sia rubato, sottratto; perfino il nome ha un destino di rapina, perché non si sa mai come chiamarli: nomadi, zingari, rom? Neanche la pignoleria del politically correct ha potuto battezzarli. Ma è altrettanto inevitabile chiedersi se non siamo coinvolti anche noi in questo eterno nomadismo, nella loro romità, nell’essenza zingaresca del pellegrino sul pianeta terra, sempre in cerca di qualcosa, questuante, invadente, importuno, esposto a rimproveri e minacce, senza fissa dimora, con quell’aria supplichevole, colpevole e furba che è quasi una seconda pelle. La facciata del santuario è scrostata; se potesse, chiederebbe anche lei: verniciami, restaurami, abbi cura di me. Anche il libro che ho davanti chiede d’esser letto, la sedia di essere usata senza urti e spintoni, la signora che esce dalla messa di venire salutata, questi tre che arrivano ora d’essere accolti per la benedizione della macchina; io stesso chiedo d’essere ascoltato da me stesso, di ritornare al centro, dell’anima, del cuore, dove c’è qualcuno, uno solo, che non chiede, che dà, al nomade, alla sedia, alla facciata del santuario, l’unico capace di prendersi cura e restaurare, l’unico a cui rivolgersi per ottenere una fissa dimora, un obolo salvifico, una benedizione che tocchi quella corda, proprio quella, che duole, che preoccupa, quella paura d’essere che ci prende alla gola e chiede, reclama, supplica, fino a essere importuna, invadente, soggetta a rimproveri e minacce, oppressa dal senso di colpa per il fatto di stare, semplicemente, qui. Attingendo al Donatore, il rom che siamo tutti noi, nessuno escluso, può fermarsi, sorridere, e smettere di chiedere almeno una volta, nella vita.

Continua a leggere. 54


Mamma scrive i messaggi sullo smartphone. La vedo da qui, da una galassia lontanissima, quella dei ricordi, dell’infanzia, delle uscite al Belsito, le corse con le biglie, sulla spiaggia, la faccia di Gimondi, che vinceva sempre, almeno mi pare, da qui, dalla nebbia del futuro. O in montagna, nell’albergo dei laureati cattolici, come se i diplomati fossero da meno. Mi ricordo le marce forzate col gesuita sardo, la sosta nei rifugi pieni di grappa, di voci alterate dalla gioia d’avercela fatta, finalmente. Telefona la penultima sorella, che racconta della festa del figlio, degli auguri cantati e del suo imbarazzo di nipote troppo timido. Ho detto a mia madre della mia vacanza, del viaggio che è sempre nel tempo, delle incursioni con don Mario, le preghiere dopo l’ictus, e sudava e scriveva, e scriveva e sudava, davanti alla Cappella dei Francesi, con la mia ansia per la sua salute, le malattie infinite, il dolore a catena , come nelle fabbriche, come se senza dolore non valesse, come se Dio volesse somigliare a noi, il Crocifisso del Calvario, come se tutto ripartisse da lì: se è possibile, allontana da me questo calice, ma no, non è possibile, tutti lo sanno, c’è una galleria da attraversare, come al luna park, con le streghe che ti colpiscono con la scopa di paglia, e quando esci ti sembra che tutto ti spaventi, anche il bancone dello zucchero filato. Ricordi, ricordi? Al cinema eri svenuto all’improvviso, cosa sarà stato? Una delle tante malattie, la reazione a catena, la fabbrica della sofferenza, mentre il cavallo diviso a metà del Barone di Münchhausen beveva, beveva, come mia madre che prende la medicina rossa che non può sopportare perché è amara, amara come il calice del Gat Shemanin, se è possibile, lo sai, non è possibile, da questo tempo dilatato, ora che le ho detto della mia vacanza, ora che il passato diventa già futuro, che la badante le fa bere il farmaco per la cistite, ora che don Mario si riprende, che usciamo dal cinema più risollevati, ora che abbiamo pagato il nostro dazio, ora, lettore, ora lettrice, solo ora, tutto riparte, tutto, come sempre.

Continua a leggere. 53


La Madonna, da qui, non si vede: l’immagine ufficiale sta sopra l’altare; poi c’è la statua in cima al tetto, ugualmente invisibile, da qui. Nell’ufficio delle letture, sant’Ambrogio ci ricorda che l’essenziale è invisibile agli occhi. Prima della volpe di Saint-Exupéry. Il nostro carisma è non vedere, è fidarsi: che la Madonna stia là dentro, stia là sopra. Gli occhi del piccolo principe si spingono al di là, come quelli dei bambini. Il bambino vede così bene perché ha incorporate nel cuore fede, speranza e carità. Chissà che fine fanno, dopo. Restano lì dentro, sull’altare; o là sopra, sul tetto. Ci infiliamo nel tunnel, iniziamo la scalata, per recuperarle. Le signore si avvicinano per la confessione, i pensieri si interrompono. Dio mi deve perdonare, dice, perché gli chiedo: dove sei? Il Padre ci guarda; aveva fatto la stessa domanda all’Adamo, quel giorno: dove sei? Dio e l’uomo si cercano, non vedono l’ora d’incontrarsi. A volte si perdono, almeno a quanto dice la signora: Dio mi deve perdonare perché gli domando: dove sei? Dov’è Dio? Dove lo si lascia entrare, dicono i rabbini. Qui, la porta è aperta: sento la voce del prete che celebra la messa. Neanche lui riesce a vedere la Madonna: ce l’ha alle spalle, sopra l’altare; l’altra è sopra il tetto, invisibile a entrambi, come se davvero l’essenziale non potesse mai vedersi, come se quello che ciascuno cerca, potesse salutarsi solo da lontano.
  Dios está muy lejos, scriveva Garcìa Lorca, Dio è molto lontano. Davanti al plotone d’esecuzione, forse, l’ha sentito così, guardando la campagna all’alba, quando tutto è invisibile, se le lacrime ingombrano gli occhi. C’è qualcosa d’importante, che non può vedersi. Per questo, nella Bibbia, il verbo è un altro: ascolta. Ciò che è invisibile al piccolo principe, alla volpe, alla signora che è venuta a confessarsi, quello che è sempre un po’ più in là, sopra l’altare o sopra il tetto, tutto l’invisibile, lettrice, tutto l’invisibile, lettore, però si può ascoltare. Sì, si può ascoltare.