Archivi categoria: La poesia e lo spirito

La sirena del vuoto

di Donato Salzarulo

I

Tutto sembrava tela di ragno,

disegno benigno della sorte.

Immaginavo il volo della rondine,

la traversata, il garrire del cielo,

il nido costruito sotto tetto.

Il sognare e immaginare mi nascondeva

l’altro mondo, il sentiero dell’ombra

crocifissa. Chi molto sbaglia, molto

paga. Ora mi resta il tuo sorriso

fatto piaga.

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Metamorfosi del giallo

di Alessandro Ansuini

Non era il surrealismo i colori si celavano vicendevolmente e attorno ad ogni persona gravitavano una serie di pianetini dalle diverse attrazioni fra i quali fluttuare, detestare e arrampicarsi. Attuavano diverse politiche le mani dai piedi e dalle dita stesse mentre nel mezzo della tempesta, se prendevi una macchina e guidavi nella neve i fiocchi esplodevano come fuochi d’artificio continui sul parabrezza della fronte. Arrivando dalla campagna alla città le sequenze si facevano geometriche e cominciavano a inanellare teorie di trattini, di piccole sfere, l’occhio pulito poteva lasciarsi scorrere sulla corteccia milioni di scritte in cromatismo senza possederne la traduzione, ma d’altronde quest’uomo nuovo, e dico nuovo perché è adesso, non ha nessun atteggiamento di rivalsa se non verso di sé, non possiede niente e non ambisce a coltivare nessun linguaggio, lasciando il pensiero manifestarsi senza sillabe, in liquidi. Continua a leggere

La sintesi di una vita

di Vito Mancuso

Nei primi mesi del 1916 Ludwig Wittgenstein, volontario nell’ esercito austriaco, si trovava in Galizia sul fronte orientale col reggimento impegnato a sostenere il più grande attacco nemico, la cosiddetta Offensiva Brusilov. In mezzoa perdite altissime la sua azione dovette essere di un certo rilievo visto che il 1° giugno venne promosso caporale e il 4 decorato al valor militare. Pochi giorni dopo, l’ 11 giugno, colui che diventerà uno dei più grandi logici e filosofi del Novecento, annota sul suo quaderno: «Il senso della vita, cioè il senso del mondo, possiamo chiamarlo Dio. Pregare è pensare al senso della vita». Io penso che per ogni essere umano la vecchiaia sia paragonabile a una trincea della Prima guerra mondiale. Sono finite le cerimonie, le marce, le sfilate, gli inni, le retoriche che fanno da preambolo non solo alla vita militare delle retrovie, ma anche alla vita quotidiana nella gran parte dei suoi momenti. Giunge il momento del redde rationem, il leopardiano «apparir del vero». Chi arriva alla vecchiaia non ha più nessuno davanti, è in prima linea sul fronte dell’ essere o del nulla. E penso sia naturale in questa stagione dell’ esistenza guardare al senso complessivo della vita, della propria e di tutti gli amici che si sono visti cadere, con un’ intensità esistenziale paragonabile a quella di un soldato in trincea. Continua a leggere

Cerchiamo la cernia, amica mia!

di Mauro Pesce

Sigamos o cherne, minha Amiga

Desçamos ao fundo do desejo

(Alexandre 0‘Neill)

Se un giorno verso l’una

lungo la strada

la mia pistola silenziosa

tump tum tump

ti colpisse la tempia

o nello studio, al chiuso

ti perforassi il petto

guardando nei tuoi occhi finalmente

oltre la supplica

la verità di te stesso:

la tua stupidità. Continua a leggere

Quanto vale quel simbolo

di Vito Mancuso

Dietro la sentenza della Corte europea dei diritti dell’ uomo di Strasburgo vi è la preoccupazione in sé legittima di tutelare la libertà, in particolare la libertà religiosa dei bambini che potrebbe venir minacciata dalla presenza di un crocifisso nelle aule scolastiche. In realtà vi sono precisi motivi che rivelano l’ infondatezza di tale preoccupazione, e mostrano al contrario che dal crocifisso scaturisce uno sprone all’ esercizio della libertà in modo giusto e coraggioso. Il primo di questi motivi si può esprimere con le parole con cui domenica scorsa Eugenio Scalfari concludeva il suo articolo, quando, rivolgendosi al cardinal Martini e dopo aver ribadito il suo ateismo, scriveva: “Sia lei che io sentiamo nel cuore il messaggio che incita all’ amore del prossimo.A lei lo invita il suo Dioe il Cristo che si è incarnato; a me lo manda Gesù, nato a Nazaret o non importa dove, uomo tra gli uomini, nel quale l’ amore prevalse sul potere”. Da queste parole schiettamente laiche appare che il simbolo del crocifisso è un invito all’ amore universale, in particolare a quell’ amore che non teme di scontrarsi con l’ arroganza e la forza del potere. Ma se è lecito scrivere come fa Scalfari che in Gesù l’ amore prevalse sul potere, è altrettanto lecito vedere nella sua croce l’ esatto opposto, cioè la prevalenza del potere sull’ amore. Continua a leggere

Cittadini intellettuali

georges bernanos

di Franz Krauspenhaar

La somma importanza. Nel nome di Dio. Come Dio (dio) comanda. Basta con le donne frick. Finiamola coi soliti soloni da bar wock. Menevole. Nu! Menelegatti frega. Ec. Sic Transir John Ford Anima Mundi Tabasco Tamaro.]

Questo discorso mi venne fatto ieri da un intellettuale romano. Un intellettuale romano di solito si mangia le parole, guarda perennemente in basso, ha gli occhiali, insomma sembra (o è) uno sfigato. Il milanese invece è uno che guarda altrove, verso dimensioni altre, ansioso e ansiogeno, mortifero e foucaultiano. Di solito i suoi saggi o romanzi o articoli parlano del fureggiare del Krunsbumsenjait, una pratica masturbatoria sadomaso islandese.
Il napoletano è sempre impegnato, curiosamente. Nella lotta contro la camorra, contro il carovita, contro la monnezza; è decisamente “noir”, molto più del milanese, per dire. Il romano beato lui ama essere internazionale. Il milanese è molto più europeo. Il napoletano è angioino. Il fiorentino ha le ossa ghiacciate; la città più terribile d’Italia lo ha devastato. Bello ed Arno si fronteggiano. Il caldo e il freddo sparano bulloni di antidepressivi inutili. Come in Ungheria, a Firenze l’unica via d’uscita è un dignitoso suicidio, lanciandosi dalle Giubbe Rosse verso il noto. L’intellettuale palermitano è magnagrecico. Tutto è bello e siculo, non necessariamente in quest’ordine. Anche Ciprì e Maresco rappresentavano il bello, per l’intellettuale palermitano: sempre abbronzato, brillante, ricchissimo anche quando è praticamente in mutande. L’intellettuale bolognese, per finire, sogna e frinisce lo gnocco fritto. Frinisce sì, e poi lo finisce. E’ molto sapido, godereccio, flirtone, culatello e balanzone. La vita per lui è sempre bella, anche quando finisce ed è troppo tardi per continuare a godersela.

Rendere simili le chiese a Gesù e non Gesù alle chiese

di Mauro Pesce

C’è oggi una teologia cattolica italiana che finisce per

ostacolare l’accesso diretto di tutti alla figura storica

di Gesù.

E’ la teologia che dice che dovremmo

leggere i vangeli interpretandoli alla luce di una

certa teologia cattolica di oggi.

Ma è esattamente il contrario di quello che

dovremmo fare:

modificare la teologia in base a

quello che Gesù ha fatto e detto;

non: modificare

l’immagine di Gesù per renderla simile alla teologia di oggi.

La donna ossimoro. Modernità di Jolanda Insana

di Viviana Scarinci

Se si dovesse pensare a un unico cardine su cui far ruotare quella frenesia plurima che è l’inventiva linguistica di Jolanda Insana, credo che l’ossimoro possa essere annoverato come costante di una sorta di moto perpetuo che ne caratterizza l’intima sfrenatezza. L’ossimoro è una figura retorica che consiste nell’accostamento di due termini in forte antitesi tra loro. A differenza della figura retorica dell’antitesi, i due termini sono spesso incompatibili. Si tratta di una combinazione scelta deliberatamente o comunque significativa, tale da creare un originale contrasto, ottenendo spesso sorprendenti effetti stilistici (wikipedia). È Jolanda stessa a svelarne apertamente la meccanica, definendo la sua scrittura “libertà, spudoratezze e coprolalie, in funzione di mascheramento protettivo, per troppo pudore del sentimento, per troppa tenerezza” (1). Troppo pudore sembra essere l’assunto da cui partono tutte le sue violazioni.Immagine in linea 1 Allo stesso controverso modo, l’invettiva sviando l’attenzione dalla pena, conferma la gravità dell’offesa, qualificandola nel dna di una parola del tutto nuova affinché ciò renda la misura esatta di una dolenza inaudita; tanto da essere bestemmiata per dissimularne l’insopportabilità. Lo slancio poetico di Jolanda Insana è così di frequente attraversato da una tentazione irresistibile: l’abuso dell’ossimoro. Jolanda Insana è “impigliata nell’intemperanza dello spasmo ossimorico” (2) quando amplifica la dizione con la violenza sfrenata della sottigliezza linguistica, partendo da un’ipersensibilità materiale del corpo che in luogo di ogni nervo, popola sfumature semantiche irriducibili e perciò estremamente precise. La poetessa viola perché tenerezza è stata violata. E l’ossimoro spicca dal suo stesso corpo, che è da dis-abitare, poiché tale convivenza è impossibile senza che il corpo rovente non arda la tenerezza di cui è portatore. Quindi che il corpo arda pure, ma da non morire prima di averne bestemmiato per filo e per segno, ogni singola ustione “chi sì forte ammaliò con i latrati della fame/ nell’ora della distrazione/ rovescia acque ardenti/ sulla mummia che non sono” (3). Chi ammaliò se non il corpo? Capace di latrati di fame. Ancora una volta il corpo dalla cui malia c’è da sottrarsi, per sopravvivere al travolgimento del continuo gioco del partecipare tra corpi: “equilibrista rischio la pelle sugli intrallazzi/ teatranti dell’anfitrionica grandezza del mio doppio/ e ricaccio nel suo buio la metà”(4). Jolanda parla esplicitante di un suo doppio infingardo. Il corpo, l’altro termine inammissibile dell’ossimoro che messo insieme alla poesia pare renda un’incompatibilità vivissima e fruttuosa. E che assona profondamente con una costante ossimorica della femminilità: quella del femminile materiale, in qualità di corpo femminile e quella del femminile etereo. Ancora oltre pare che l’ossimoro sdoppiatore riguardi anche la donna in quanto madre e figlia “ non lo amo ma non è una ragione per distruggerlo/ questo mio corpo incoerente mai sazio né beato/ e dunque lo allevo e lo tutelo come madre/ e lo rattoppo e strappo alle grinfie della figlia”(5). Unico è il corpo pulsante nella dicotomia femminile; nella poesia di Jolanda Insana ciò appare ossimoricamente evidente quando il corpo intrallazza alle spalle della poetessa, come se fosse solo quello e non colei che parla, ad avere dimestichezze mondane, a volere ricacciare nel suo buio la poetessa non con parole, che del corpo non sono la prerogativa evidente, ma con atti, suscitandole l’esigenza che la parola stessa diventi un atto di almeno pari prevaricazione. Una vera e propria colluttazione tra corpo e poesia in cui non c’è nulla di oscuro o di sottinteso. Insana muove “tra vizi e sfizi in pieno sole” (6) e alla parola, che nel suo dna confini l’illusione di una formula inalienabile replica “io che posseggo qualche parola non posso aprirla \e farla urlare perché mi incateni” (7) e perché questo non avvenga, ancora una volta vinta dall’ossimoro, lo fa, facendo uscire materialmente una parola che sgangheri il suo attributo ovvio lungo labirinti intestini. E lo fa come fosse uno scongiuro. Un fattucchierismo che delle oscure vie della magia nera ha ben poco se non la dissacrazione necessaria a una categoria mai classificata per dirsi donna. A quest’essere privo di categoria deve corrispondere tutta una rinomina delle immediate adiacenze e attraverso le adiacenze, un nuovo battesimo delle cose e del rapporto con le cose, in virtù di una sorta di ontologia corporale che in quanto atavica sa farsi riconosce solo dal lettore disposto allo smarrimento. Perché nella lettura dell’opera di Jolanda Insana bisognerà smarrire oltre che il proprio genere anche il proprio nome, bisognerà utilizzare il pro-nome che ci accomuni, per dirla con parole di Raimon Panikkar (8), che non significa necessariamente mettere il nostro io al posto di quello della poetessa, non si tratta di sostituirsi, ma di trovarsi comunemente in una poesia che si collochi prima di un genere o di un nome, seppure evidentemente dettata da un corpo femminile. Perché è chiaro che mai si tratta in questa scrittura di una postura prona in cui la poetessa viene agita da un’ortodossia che imponga l’illustrazione seppur originale di un genere. L’utilizzo della lingua avviene con una presunzione di alterità fattiva sul concetto di rispettabilità di ogni strumento “nullo confortamento nutrìca\ desianza \ (non ti nutricare di confortanza\ è finta pïetanza” (9). Se l’evoluzione vera, che è anche l’unica rivoluzione possibile, procede per estremismi, forse l’estremismo non edulcorato di questa poesia può dettare la regola di una lingua solo accidentalmente femminile; una lingua involontaria come la caduta di un corpo, in un genere anziché in un altro, fa accidentalmente la donna o l’uomo. Il questo caso la poetessa.

1. Jolanda Insana, Tutte le poesie, 1977-2006, Garzanti, Milano 2007, p. 577
2. Ivi, p. 575
3. Ivi, p. 221
4. Ivi, p. 308- 309
5. Ivi, p. 223
6. Ivi, p. 575
7. Ivi, p. 207
8. Raimon Panikkar, Lo spirito della parola, Bollati Boringhieri 2007, p. 96
9. Jolanda Insana, Tutte le poesie, 1977-2006, Garzanti, Milano 2007, p. 82

La battaglia dei Pupi

di Pasquale Vitagliano

Il duce è seduto alla scrivania del suo studio. Ormai è vecchio. Attende la visita di quel giorno con lo sguardo perso di chi ha appena terminato uno sforzo fisico. La sua figura ha conservato negli anni una strana solidità, si è solo avvizzita. Sembra un pupazzo di sughero. La calvizie e la nera cavità degli occhi accrescono questa impressione. Lui è adagiato dietro la grande scrivania in noce, ormai quasi sgombra di carte, appare come disteso dentro un imponente letto regale, nei giorni dell’estrema malattia. Eppure, anche lui ha vinto. Non solo la Germania.

E’ il 1972, in estate lui e il capo del nazismo festeggeranno a Monaco le Olimpiadi della Vittoria, il momento più alto di celebrazione del nuovo ordine che essi hanno creato. Le Olimpiadi dell’Eurasia sanciranno la Pace definitiva sul Continente, con la partecipazione dei vecchi nemici sconfitti, Inghilterra e Stati Uniti. Mussolini è stanco, ha compiuto 84 anni ed attende il suo ospite, fissando nel vuoto il miraggio di un’ultima illusione umana. “Come sta maestro?”, Mussolini saluta l’ospite con rispetto, tenta di sollevarsi dalla poltrona, dietro la scrivania, ma non ci riesce. Continua a leggere

FRANZWOLF (Un’autobiografia in versi) – Edizioni Torino Poesia di Franz Krauspenhaar

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Sabato 10 ottobre, la Casa della Poesia di Vercelli partecipa alla IV edizione del Festival Torino Poesia, che quest’anno gode del patrocinio del MiBAC (Ministero per i Beni Artistici e Culturali), con un evento a cura della poetessa Francesca Tini Brunozzi, fondatrice della Casa della Poesia e collaboratrice di Torino Poesia.
Si tratta dell’incontro dal titolo “iPop ultima generazione – Il podcasting radio-televisivo pop nella poesia italiana contemporanea”, una conversazione tra il sociologo, originario di Vercelli, Ugo Ceria e lo scrittore milanese Franz Krauspenhaar sull’immaginario pop – ossia ‘popular’- nella poesia italiana contemporanea, con particolare riguardo alla tradizione orale di testi canzone e di spot e jingle pubbilicitari.
Gli autori (entrambi in uscita con una raccolta di liriche per le Edizioni Torino Poesia) interverranno con esempi e letture dalle loro stesse liriche e si rapporteranno al tema del pop come fenomeno letterario, entrando nel vivo della propria esperienza professionale rispettivamente di pubblicitario (Ceria) e di critico-blogger (Krauspenhaar).
La conversazione, a cui prenderanno parte anche il giornalista Guido Michelone nello specifico della musica e dei mass-media, lo studioso Enrico Terrone nello specifico del cinema, e il poeta Tiziano Fratus (direttore artistico di Torino Poesia) sarà estesa anche al pubblico.
Per l’occasione, verranno presentati per la prima volta al pubblico le raccolte di poesia “Il cartografo” di Ugo Ceria (Edizioni Torino Poesia, 2009) e “Franzwolf” di Franz Krauspenhaar (Edizioni Torino Poesia, 2009).
L’appuntamento, a ingresso libero, è per sabato 10 ottobre alle ore 17 nella nuova sede della Casa della Poesia presso Santa Chiara, in corso Libertà 300 a Vercelli. Continua a leggere

Tra blog letterari e Tolkien

di Giovanni Agnoloni

Sono felice di comunicarvi che, sul mio blog, potete trovare un frammento filmato di un mio intervento al College of Charleston, negli Stati Uniti, dove qualche mese fa ho parlato di La Poesia e lo Spirito e Nazione Indiana, svolgendo una riflessione sui blog letterari italiani e sulla strada per diventare scrittori in Italia, oggi.

Sullo stesso blog, potrete trovare altre clip sulle mie conferenze tolkieniane tenute in terra americana (presso la Penn State University e la Mount St. Mary’s University), nelle quali ho effettuato numerosi confronti tra passi del Professore di Oxford e brani di autori classici, anche italiani (Dante su tutti). E’ disponibile anche il testo italiano di riferimento. Continua a leggere

Absolute [YOUNG] Poetry & Udinetraduce 2009- il programma completo

Absolute [YOUNG] Poetry 2009
Cantieri Internazionali di Poesia
&
Udinetraduce
Monfalcone-Udine
5-10 Ottobre 2009

Direzione artistica: Lello Voce

Udinetraduce
dedicata al quadricentenario della pubblicazione dei sonetti di Shakespeare
Udine, 5-7 ottobre

Domenica 4 ottobre [Aspettando Udinetraduce]
Libreria Feltrinelli, ore 17
Presentazione della traduzione di Secondo Natura di W.G. Sebald (Adelphi) con la traduttrice Ada Vigliani
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Il parere di uno sconosciuto di nome Gesù

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di Erri De Luca

Che ci faceva seduto per terra a tracciare lettere ebraiche sulla polvere di Gerusalemme? Si trovava sul percorso che dal tribunale andava verso il luogo dell’esecuzione. Per le lapidazioni si usava una fossa larga in cui stava la persona condannata. Dal bordo superiore la folla in cerchio scagliava pietre in basso. Un corteo passava portando una donna condannata per adulterio. Uno sconosciuto, un galileo, sta accovacciato in terra, scrive sulla polvere. Il corteo si ferma presso di lui, per chiedergli un parere. Strana legge quella che a sentenza di morte emessa e in via di esecuzione, chiede a un passante un ultimo parere. Un’ultima parola poteva avere grado di giudizio, ribadire, sospendere, annullare una sentenza. Da noi si litiga per la poca certezza della pena: lì e allora la più grave sentenza di un’aula di tribunale si poteva annullare per strada. Quella legge prevedeva la condanna a morte ma sperava fino all’ultimo di non doverla applicare. Continua a leggere

Affidatevi al pensiero del cuore

di Benedetta Craveri

Non accade spesso che una raccolta di saggi consacrati alla letteratura entusiasmi lettori e critici e si imponga subito come un best-seller. Ma davvero non è sorprendente che ciò sia potuto accadere a Un coeur intelligent del filosofoe giornalista francese Alain Finkielkraut (Sock/Flammarion, pagg. 289, euro 20; in Italia uscirà da Adelphi), perché basta scorrere le prime pagine del libro per capire la sua non comune forza di attrazione. Finkielkraut ci propone la sua lettura di nove grandi storie: Lo scherzo di M. Kundera, Tutto scorre di V. Grossman, Storia di un tedesco di S. Haffner, Il primo uomo di A. Camus, La macchia umana di Ph. Roth, Lord Jim di J. Conrad, le Memorie del sottosuolo di F. Dostoevskij, Washington Square di H. James, Il pranzo di Babette di K. Blixen. Continua a leggere

La giustizia del XXI secolo. Una nuova uguaglianza dopo la crisi

di Eric J. Hobsbawm

Pubblichiamo parte della relazione che Eric J. Hobsbawm terrà oggi (9/10/09 ndr) nella prima giornata del World Political Forum a Bosco Marengo (Alessandria). Al Forum di quest’ anno, sul tema “L’ Est, quale futuro dopo il comunismo”, partecipano tra gli altri Mikhail Gorbaciov e Yuri Afanasiev. Il “secolo breve”, il XX, è stato un periodo contrassegnato da un conflitto religioso tra ideologie laiche. Per ragioni più storiche che logicheè stato dominato dalla contrapposizione di due modelli economici – e soltanto due modelli vicendevolmente esclusivi – il “Socialismo”, identificabile con economie a pianificazione centrale di tipo sovietico, e il “Capitalismo”, che copriva tutto il resto. Tale contrapposizione, apparentemente fondamentale, tra un sistema che ambiva a togliere di mezzo le imprese private interessate agli utili (il mercato, per esempio) e uno che intendeva affrancare il mercato da ogni restrizione ufficiale o di altro tipo, non è mai stata realistica. Tutte le economie moderne devono abbinare pubblico e privato in vario modo e in vario grado, e di fatto così fanno. Entrambi i tentativi di vivere all’ altezza di questa logica del tutto binaria di queste definizioni di “capitalismo” e “socialismo” sono falliti. Continua a leggere

Sigmund Freud [e i poeti]

“I poeti sono alleati preziosi, e la loro testimonianza deve esser presa in attenta considerazione, giacché essi sanno in genere una quantità di cose fra cielo e terra che il nostro sapere accademico neppure sospetta. Particolarmente nelle scienze dello spirito essi hanno di gran lunga sorpassato noi comuni mortali, giacché attingono a fonti che non sono ancora state aperte alla scienza.”

[in: Gradiva. Il delirio e i sogni nella Gradiva di Wilhelm Jensen, 1906, traduzione di Cesare L. Musatti, Bollati Boringhieri, ristampa 1997]