Archivi categoria: Poesia

La parola ai poeti. Angela Caccia

… che io 
neanche vorrei scriverne

Mi basterebbe capire
cosa acciacca certi
giorni il respiro
	l’urgenza di parole che si
	fanno giuste ma solo in
	rigida successione
		inabissate in un limaccioso
		o resti di bufere

Credo che una poesia nasca dall’urto di due precise mancanze: un dentro, di silenzio raccolto e pregno a cui difetta la chiarezza di un senso, e un fuori così rumoroso da ostacolarne l’ascolto. Due mancanze che tendono comunque ad integrarsi e, quando succede, la poesia diventa linguaggio: cuore nel cuore. Respiro nel respiro (Braga Dimitrova). Continua a leggere→

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La parola ai poeti. Viviana Viviani

A chi mi chiede cosa sia la Poesia non ho mai saputo rispondere, per me la Poesia non esiste, la poesia sono le poesie e soprattutto sono le poesie che mi piacciono, mentre le poesie che non mi piacciono, se pur dotate di elementi caratteristici – la rima, la metrica, la disposizione nello spazio – saranno per me un po’ meno poesia, progressivamente fino a non esserlo affatto. Credo quindi che definire qualcosa come poesia sia di base un fatto legato al piacere, definiamo poesia quello che ci piace, anche quando in modo evidente non è poesia in quanto è tutt’altro, ad esempio diciamo questo film è poesia, questa canzone è poesia, questa torta al cioccolato è una vera poesia.

Parlando strettamente della poesia in quanto produzione poetica scritta posso dire che per me è qualcosa che è partito da Rodari, passato per Leopardi e Ungaretti e approdato a Vivian Lamarque, Wislawa Szymborka e una lunga lista di altri contemporanei, in un percorso sempre guidato dal piacere oltre che dallo stupore, dal turbamento e dall’inquietudine, che del piacere sono forme diverse e forse più alte e complesse. Continua a leggere→

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Danila Di Croce: “Ciò che vedo è la luce”


[foto di Lena Polishko]

a cura di Luca Pizzolitto

La poesia, se davvero è tale (e mi scuso della precisazione, ma oggi e assolutamente necessaria), ha sempre a che fare con le parole dell’amore, così inevitabilmente chi la scrive e chi la legge. Quale poesia può fare a meno di una parola che sia totalmente nata da una profonda cura, da una premura speciale? Quale poesia potrà essere fondata su una parola che non sia stata coltivata nel silenzio fertile di una profonda meditazione? Di un contemplare la bellezza in ogni suo aspetto, e di averne fatto un lavoro! Come faccio a spiegare a mia moglie che quando guardo fuori dalla finestra sto lavorando? scrisse Joseph Conrad. La ricerca della bellezza diventa un’ossessione, scovarla anche e soprattutto dove pare proprio non poterci essere, dove tutti dicono: impossibile. (…)
Tutto il libro è permeato da un dialogo segreto. Dico segreto perché, pur potendo apparire anche chiaro talvolta, non e mai del tutto svelato dall’autrice. Tranne forse in una o due occasioni. Ma c’è un tu, a cui i versi sovente si rivolgono, in un dialogo costante e estremamente fertile. Il dono enorme, maestoso che Danila ci fa, è di portarci con lei, di non tagliarci fuori. Questo senza che nulla si perda della sincera e profonda intimità che contraddistingue tutta l’opera. Ma se leggiamo, e soprattutto se lo facciamo ad alta voce, diventiamo la poetessa, o il poeta, che ha scritto queste poesie. Diventiamo noi stessi protagonisti di quel dialogo segreto, mentre il tu resta lo stesso, minuscolo e altissimo, familiare e divino, così lontano così vicino, per citare il titolo di un film bellissimo di Wim Wenders. Come sempre accade nella grande poesia, che diventa sempre di chi la legge (…)

Dalla prefazione di Massimiliano Bardotti

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La parola ai poeti. Dimitri Milleri

 

Cinque slides su una nave che si scopre essere la puntini poesia

Per la doppia pletora di consanguine*  conosciuta come scritture verticali e orizzontali l’alta stagione è la stagione delle scuse. Si direbbe che queste nascano spontaneamente, e moltiplichino nelle creature signiche senza possibilità di arginamento: un viaggio di lavoro, un ritiro yoga, una visitina ai parenti fuori regione (per dire). Deposte le suddette presso * loro car* le scritture possono finalmente sparire, abbandonando giornali, libri di scuola, post su Facebook e Instagram, riviste, inserti, bugiardini.

Al loro posto va un replicante che non batte ciglio, una sagoma cartonata che per noi fa lo stesso. Così possono incontrarsi, lontane da responsabilities di sorta, presso un’enorme nave portacontainer in acque internazionali. E qui l’ellisse conviene, perché chi legge sicuramente indovinerà circa il quanto e il quale di cotanti incontri, saggiamente ricorrendo alle stereotipie del caso per figurarsi: dal tenore dei discorsi alle attività agli oltraggi, e su e giù fino alle sodomie. Continua a leggere→

La parola ai poeti. Tommaso Urselli

La mia esperienza con la parola è legata al teatro, in particolare alla drammaturgia, di cui mi occupo da circa vent’anni. Nel frattempo, in maniera non continuativa, avevo praticato veloci incursioni nell’ambito della poesia.

Solo più recentemente, a partire dal 2020, in un periodo in cui mi dedicavo alla raccolta e cura delle poesie di mio padre, ho in parallelo iniziato a ripercorrere quei miei sporadici tentativi in versi. Ho così avvertito la necessità di individuare i nuclei, i fili non sempre immediati – forse per il carattere di discontinuità con cui avevo frequentato questa pratica di scrittura – che collegavano tra loro i diversi componimenti; ma che evidentemente, sottopelle, esistevano.

È stata una ricerca che, nel suo farsi, ha generato nuove composizioni: è nata così la silloge “Oggi ti sono passato vicino” (Ensemble edizioni). Titolo dettato dal lavoro che andavo facendo sui testi di mio padre e sui miei – scritture che si sfiorano, che veicolano la necessità e la possibilità di incontri padre-figlio su un altro piano, quando su quello fisico e quotidiano non è più concesso –; e che porta inoltre il segno di un periodo che è stato particolarmente difficile per tutti – quello della pandemia –, in cui la distanza tra i corpi ci ha spesso condotto a cercare altre modalità di reciproco avvicinamento. Continua a leggere→

20 righe (per niente) facili

di Pasquale Vitagliano

Qual è la religione della bellezza? Questa domanda ci sollecita la raccolta di poesia di Ilaria Giovinazzo La religione della bellezza (peQuod, 2023). La risposta è fin troppo scontata, la poesia. Ciò nonostante, in questa opera non c’è nulla di scontato. Cos’è la poesia, allora? Un corpo a corpo/ tra te e il verso. Dunque, in questa religione non c’è nulla di vanamente spirituale. L’anima, perché un’anima alla fine c’è, è quello che resta dopo questa lotta. Questa lotta è la nostra lotta. Non c’è peccato nella bellezza. Dunque, è una religione laica, nella quale, come scrive David La Mantia, “l’elemento naturale diventa lo strumento per cogliere l’assoluto”.
Mi accorgo che gran parte dei libri di poesia che sto leggendo in quest’ultimo periodo sono stati scritti da poetesse. La scelta è casuale. La constatazione è oggettiva. Credo ci siano antenne più sensibili su quest’altra faccia della luna. Non credo che esista una poesia femminile. Ma certo esiste una percezione più acuta e una lingua poetica più sincera.

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La parola ai poeti. Giovanni Rapazzini

Credo nella poesia, ma non so spiegare cosa sia, già definire la poesia è un atto di poesia. Non si può parlare di poesia senza fare poesia e questa tautologia è la stessa di tutto il creato. Credo che la poesia sia la manifestazione della musica divina e che tutto ciò che esiste e non esiste è il silenzio da cui origina e a cui fa ritorno. La poesia è silenzio e dialogo coi morti, è creazione delle forme e di ciò che dà forma alla creazione, tutto è poesia, nulla è poesia, nel senso che tutto esiste in grazia della follia dei versi e il nulla da cui siamo e in cui termineremo e che ogni istante dobbiamo amare è sempre poesia. La poesia è poesia e recita mantra per l’onnipotenza dell’invisibile, per amore delle stelle. Noi abbiamo una vita e un potere limitato, ma con la poesia sappiamo farci eterni e far rinascere gli universi dalla distruzione degli universi. La poesia è il divino. Ciò che precede il pensiero e che lo segue.  Continua a leggere→

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La parola ai poeti. Michele Nigro

Nostalgia del futuro

“… Italiani impauriti e inerti come sonnambuli…”

(dal Rapporto Censis 2023)

Che cos’è la “nostalgia del futuro”? Più facile è descrivere la nostalgia per un passato che non tornerà; più fattibile è il provare nostalgia per ciò che è irreversibile ma che abbiamo comunque toccato, conosciuto, vissuto… Che razza di nostalgia si può mai provare, allora, per qualcosa che ancora deve accadere e che forse non accadrà mai? Sarebbe più corretto parlare di desiderio dell’irrealizzato; tirando in ballo, invece, la nostalgia si presume una quasi certezza per quel che andremo a realizzare a breve e a vivere in prima persona, al punto che possiamo permetterci di trattare il non realizzato come qualcosa che non c’è ancora ma che sicuramente ci sarà e di cui cominciare addirittura ad avere nostalgia. Proiettarsi in una vita che ancora non esiste, ci rende nostalgici di ciò che è potenziale, ovvero ci rende nostalgici di noi stessi perché le potenzialità sono contenute in noi, non giungono dall’esterno, non sono instillate miracolosamente da un’entità metafisica… In quel caso sarebbe più corretto parlare, appunto, di desiderio perché il termine desiderio, etimologicamente, descrive la condizione di chi “vive in assenza di stelle” (“de”, particella privativa, e “sidus, sideris” = stella; plurale “sidera”) ed è in attesa di ricevere qualcosa “dall’alto”, di rivedere comparire nuovamente le stelle che sono assenti, la loro luce che dona speranza. Chi ha nostalgia del futuro, invece, ha solo nostalgia di se stesso (di un altro se stesso), di quel se stesso che è già lì, presente, che non deve discendere dal cielo sotto forma di stella, ma che ancora non brilla in qualità di essere umano pienamente realizzato. Si ha nostalgia del futuro perché avendo pregustato le premesse, sappiamo già o possiamo concretamente prevedere come sarà il seguito della storia. Non si tratta di una storia di fantasia ma di un racconto realizzabile, realistico, di cui già conosciamo l’incipit. Praticando la nostalgia del futuro “amiamo” un noi che sta per arrivare, che è dietro l’angolo e quindi ancora non visibile, ma sappiamo che esiste, c’è. Potrebbe trattarsi di un atto di fede, ma la concretezza della possibilità ci allontana dal mistero, dall’ignoto. Continua a leggere→

La parola ai poeti. Danila Di Croce

Provo a fuggire la tentazione di aggrapparmi (nascondendomi?) alle parole di chi m’incanta quando dice della poesia, del suo fuoco e del suo segreto. Dal momento che mi viene offerta questa opportunità, devo parlare arresa, anche e soprattutto alla mia inadeguatezza. Prendo solo come torcia quella che oggi mi si accende tra le mani (ché l’istante è fatto per dimenticare il caso): “Di un appello trattenere soltanto la purezza dell’intenzione” (E. Jabès). Per lavorare di rinuncia, dunque, di sottrazione. Non è cosa di questo mondo la purezza; l’intenzione vacilla. Ma c’è un appello che risuona forte e insistente, precede la consapevolezza o l’ignora, si volge a un’amata solitudine gelosa del suo bene affinché possa svicolare dai confini stretti della soddisfazione. Per quanto mi riguarda, è principalmente un appello a contemplare e ad affinare lo sguardo, prima ancora che la voce. Ci viene data la parola. Di chi è la parola? La parola ai poeti. Non la parola dei poeti. Bello che ci sia il termine e non la specificazione. Perché la poesia chiede in primis attenzione, ospitalità, cura in chi la legge e in chi la scrive; e rifugge dai dettami di un’appartenenza: è un affido da custodire e vegliare. In genere, ci si accorge solo del suo arrivo, mai interamente e definitivamente del suo mandato: non obbedisce a mappe, canoni e disegni preordinati. Però conduce. Lo fa nei modi e nei tempi più disparati: ogni accento cerca un solco su cui impiantarsi, impara il suo continuo ritorno in quell’a capo che rivolta la fatica e la bellezza del dire. E poco importa della faccia che abbiano i poeti, del loro modo di camminare, dei loro amori: che diventi nome ogni sguardo, ogni passo sia teso a coniugare il timbro delle ore. Vada avanti unicamente questa lenta spirale di accensioni e cadute. Indietro ogni altra presunzione, l’inconsistenza di ogni vanto. Continua a leggere→

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Tempo, soltanto tempo, di Fabio Ciriachi

di Domenico Vuoto

Fabio Ciriachi
Tempo, soltanto tempo
(Il Labirinto, 2023)
Pag. 127    € 14,00

 

Già il titolo della raccolta in versi, Tempo, soltanto tempo, è suggestivo. E si presta a una certa varietà di interpretazioni che affidano all’autore dell’opera, lo scrittore e poeta Fabio Ciriachi, e al suo lettore una reciprocità mai scontata, suscettibile di interrogativi, inquietudine, dubbi, affrancamento da convenzioni e convenienze che sono la materia pulsante e il sale della vera poesia, e non solo della poesia. A lettura finita, si ha l’impressione ? che matura in convinzione ?, di trovarsi davanti a un testo importante (definirlo genericamente interessante o bello è come sminuirne il rilievo che acquista nell’ambito dell’odierna poesia italiana che si configura come decisamente asfittico, in un tempo oltretutto povero di stimoli culturali e, nel complesso turbolento e paludoso). Continua a leggere→

Pianure d’obbedienza di Marina Minet

a cura di Luca Pizzolitto

La raccolta “Pianure d’obbedienza” abbraccia la vastità poetica del cammino spirituale dell’autrice in tutte le sue forme. Tessuta alacremente fin dagli albori dell’infanzia, la gestazione si estende fino ad oggi, arricchendosi ulteriormente di studi e vissuti, che la poeta ha coltivato negli anni.
(…)
La sua poetica si muove in una terra metaforica che incanta,  per consegnarci un messaggio evangelico puro, totalmente fedele alla sincerità della parola. Leggendo questi versi si ha la sensazione che l’autrice sia riuscita ad accedere alla dimensione più profonda dell’esistenza. L’integrità di ogni concetto, sempre finalizzato al compimento, scorre sicuro, addentrandosi oltre, dove la poesia raggiunge le più alte vette dell’amore.

(Dalla “Nota a margine” di Maria Pina Ciancio)


Poesie da Pianure d’obbedienza (Macabor, 2023) Continua a leggere→

La parola ai poeti. Marco Mittica

Codesto solo oggi possiamo dirti,
ciò che non siamo, ciò che non vogliamo.
(Eugenio Montale)

Quella che sarebbe potuta essere la migliore delle mie poesie, e che in nessun caso avrei potuto trascrivere, mi è venuta in sogno.
(Lorenzo Calogero)

Finché ho scritto poesie di sfuggita le cose sono andate tranquille.
(Leonardo Sinisgalli)

Negli anni ’90, mio nonno e Vincenzo Sinisgalli (fratello del più noto Leonardo) decidono, dopo anni di peregrinazioni, di tornarsene a Montemurro e lì trascorrere, da pensionati, l’ultima stagione della vita: l’unica cosa che avevano in comune e che li affratellava in una breve (morirono entrambi nel 1999) ma intensa amicizia. Leonardo non ebbe questa fortuna e, anzi, fingeva di non volerla nemmeno, ma in cuor suo ha sperato fino all’ultimo di poter ritrovare una propria dimensione nel paese che era stato costretto a lasciare a soli nove anni: non gli fu concesso e ripiegò sull’alimentare il lato mondano del proprio personaggio, in una Roma che quel personaggio aveva contribuito a creare, forse ancor più che Milano. Ecco: chiamato a dire cosa sia per me la poesia, mi vengono in mente due anziani che si incontrano in piazza e che, invece di andare al bar da Mario o al circolo (due storiche attività di piazza Giacinto Albini a Montemurro, che ormai non ci sono più), prendono la via per Armento e se ne vanno a passeggiare fuori paese. Continua a leggere→

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La parola ai poeti. Cristiano Poletti

Alcune parole

La mano e l’attesa: la mano tocca, sente, indica, stringe. Attendiamo con la mano ogni volta, infatti, di verificare vita e morte. San Tommaso insegna che la mano pretenderebbe addirittura di verificare la resurrezione della carne. Sarei orientato a considerarla, la mano, un’estensione dello sguardo essenzialmente, vero tramite percettivo del mondo: vorrei dire quasi uno strumento di religione, intesa nella sua accezione più terrena possibile, strumento cioè di verifica di quanto a lungo si è guardato con grande, acutissima attenzione, con lo scopo infine di unificarlo per sempre a sé.
Mano, attesa, sguardo: lo sguardo cerca sempre un punto, un punto di fuga, un punto di attenzione, un punto in un luogo. Cerca d’inquadrarlo e per farlo ha bisogno di darsi dei confini, di avere una cornice. Come dire, un quadro. Così come di confini e limitazioni molto chiare vive l’io. L’io è un episodio, un episodio che ha preso nome nell’arco della storia, ed è un luogo preciso, forse una casa; sì, una casa, o meglio un punto della casa, lì dove abbiamo una e una sola finestra per guardare. Riprendo volentieri un passaggio, mirabile, di una lettera che Hölderlin invia a Böhlendorff nel novembre del 1802: «Il temporale, non puramente nella sua massima manifestazione, quanto proprio in questo sguardo, come potenza e come figura (…) formante un modo del destino, il fatto che per noi è qualcosa di sacro, il suo impeto nel venire e andare, l’elemento caratteristico delle selve e il trovarsi insieme in una regione di differenti caratteri della natura, il fatto che ogni luogo sacro e la luce filosofica alla mia finestra è ora la mia gioia; che io possa serbare, come sono arrivato fin qui!». Continua a leggere→

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La parola ai poeti. Gianluca Furnari

In questi mesi il mio lavoro consiste principalmente nel leggere le poesie di un autore latino del tardo Quattrocento, che qui chiamerò semplicemente X.
Il mio rapporto con X è una metafora del rapporto che mi lega alla poesia in genere: ogni giorno un testo nuovo, da esaminare verso per verso, ritrovando fili di pensiero, tracce emotive, memorie culturali sepolte da cinquecento anni.
Per X ho sviluppato un’attenzione più simile alla tenerezza fisica che alla venerazione, e la sua voce è diventata una funzione del mio sguardo. La rivivo mentre guardo gli alberi del parco, i corpi delle persone; la sento intrufolarsi nei miei sogni, nelle mie riflessioni, nelle parole che rivolgo ad amiche e amici. Sento che pian piano X mi sta plasmando.
Credo nella poesia come in un valore quando essa si compromette con la materia grafica, fonica, fisica e biologica: ai miei occhi di lettore/autore del terzo millennio, la poesia è una pratica artigianale che unisce gli esseri viventi in diverse stazioni del continuum, abolendo i confini fra il tardigrado e lo pterosauro. Continua a leggere→

La parola ai poeti. Anna Rita Merico

Xene, Filelfo, Aetherios, il Salmista e gli altri…

“…Il sapore arcano dell’antico, il desiderio di salvaguardia per
quanto affidato alle menti e nascosto
nel cuneiforme di un Eufrate del pensiero… tutto a
oriente lì dove s’impastano gli est di mediterranei
lucori…”

Verso quale tonalità mi dirigo nell’atto dello scrivere poesia? Sento la scrittura poetica come atto capace di coinvolge l’intero essere. Essa è in grado di attivare infinite tonalità e miriadi di intensità sensoriali. La sua potenza è nella capacità che ha di risvegliare saperi, immagini, costrutti di pensiero a partire da un progetto che è un sentire in grado di trasformarsi in parola. Continua a leggere→

Marco Salticchioli Ramana (Dwija)

 I.

Oh voi, belle ragazze
che camminate fiere errate
sui marciapiedi del Settantotto,
                  del Novantatré

	
	oggi nei cieli
	    ghirlande festeggiate
		e accarezzate un cane

                    più leggiadre et umìli.





              II.

Oh voi, belle ragazze
    che camminate altere fiere errate
	
	  sui marciapiedi e sugli asfalti
	del Settantasette, e del Novantaquattro

       oggi anche in tubini e come in castigati mezzi sacchi
               non più conturbanti, semi-nude, esposte

                  oggi nei cieli ghirlande festeggiate
                                      e accarezzate un cane

                     più leggiadre più fresche ed umìli.	

La parola ai poeti. Daniele Ricci

È difficile dare una definizione esatta ed esauriente di “poesia”. “La poesia – disse Mario Luzi – è imprendibile, perché c’è sempre qualcosa che rimane inespresso. Tutto sommato è la vita al suo più alto e intenso grado di partecipazione intima”.
La poesia nasce da un’urgenza profonda. Come scrisse Paul Celan in un testo poetico programmatico, è un “Canto d’emergenza dei pensieri/ nato da un sentimento, // che ha/ dei nomi svegliati dal canto/ non molti…”.
Una poesia è un insieme di parole ordinate secondo un ritmo che è quello dell’anima del poeta. Il poeta è un’“anima musicale”. La poesia è creazione e ricreazione di un’esperienza interiore in parole ordinate musicalmente; è un’esperienza di profondo sentire, è vivere creativamente la realtà quotidiana: un’esperienza “poietica”. Continua a leggere→

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