Archivi categoria: Poesia

La parola ai poeti. Giuseppe Martella


Senso, direzione, ostinazione, ricerca

Posso iniziare dicendo che no, la poesia non imita, non è velo di alcuna verità ultima, non è sentinella di archetipi lontani e freddi. Almeno in questo Platone è riuscito a fallire come pochi. La poesia non è nemmeno un vantaggio per chi la pratica, può tessere le lodi di dèi ed eroi, ma chi la scrive è tutt’al più visitato da una idea o un ideale, che possono essere puntualmente individuali o apertamente storici.

Quando Apollo, straniero e tra gli ultimi, raggiunge gli Olimpici viene invitato a cantare le disgrazie degli uomini, i loro dolori, i fallimenti e le sofferenze; al riguardo Esiodo non lascia spazio a nessun dubbio. Il canto programmatico, che sia d’amore o sirventese, non incontra maggiore fortuna: Jaufré Rudel è destinato a morire d’un amore vissuto in lontananza e di lontananza. Melisenda lo accoglie tra le sue braccia solo per vederlo morire. E Orlando? Perso d’amore nel bosco, insegue Angelica e non è capace di vedere che lei è solo per Medoro. Scavalcando secoli, e prendendo quasi per caso qualcosa di Pasolini, come gli esordi delle Ceneri di Gramsci, ecco che della terzina di Dante non rimangono che monconi a sostenere campi lunghi di noia e malinconia. E si ha la sensazione che manchi qualcosa. Continua a leggere→

La parola ai poeti. Ugo Mauthe

Sul filo dell’equilibrio

Che la poesia abbia licenza di non farsi capire in nome di una sua misteriosità-intoccabilità mi sembra un alibi bello e buono, che sdogana qualsiasi affastellamento di parole, sonorità e stupefazione. Dopo questa affermazione un po’ tranchant, lo ammetto, che ho scelto per attrarre la tua attenzione, seguimi, ti prego, nel mio ragionamento.

Nel mio piccolo, sia di lettore che di autore di righe che vanno a capo prima del margine, preferisco pensare che la poesia, una volta scritta e condivisa, debba sempre cercare di “arrivare” al suo lettore: è questa una mia deformazione professionale, da ex pubblicitario: per me il ricevente è sempre da privilegiare rispetto al mittente, quanto meno perché quest’ultimo non ha alcuna rilevanza se il ricevente non gliela concede con la propria attenzione.

Nell’ “arrivare” è implicito un accogliere da parte del lettore, che stabilisce una relazione paritaria con il testo, relazione che fa sì che ogni poesia abbia tanti autori quanti sono i suoi lettori perché a ognuno “arriva” in un modo diverso. 

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La parola ai poeti. Giovanni Peli


Non ho un rapporto pacificato con la poesia, non sono nemmeno più sicuro di sapere cosa sia. So che da anni continuo a scriverla ma non ho più voglia di pubblicarla, che quando finisco una poesia non capisco perché l’ho scritta. Posso parlarne in termini tecnici, dire che è un’arte fatta di parole, metro, ritmo, accenti, rimandi musicali di vario tipo, musica che fa il senso, che aggiunge senso, che lo completa. In realtà però sento che la poesia è qualcosa d’altro. Mano a mano che passano gli anni la domanda “che cos’è la poesia?” diventa sempre più incomprensibile e la risposta diventa sempre più oscura.

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La parola ai poeti. Lara Pagani

Ho cominciato a scrivere in versi con assiduità e a condividere i miei testi relativamente tardi, ossia qualche anno fa.
Ancora oggi il rapporto che sento più congeniale con la poesia è quello da lettrice: mi circondo di libri, ne leggo più di uno alla volta, finisco per sembrare pure un po’ maniacale.
Cerco, nella lettura, non tanto un appagamento quanto un senso di vertigine, di spaesamento; talora basta un verso ad attraversarmi per non lasciarmi più o semplicemente a capovolgermi la giornata.
La mia scrittura è il tentativo di modulare un grido; a volte lo chiudo in una gabbia metrica, altre non mi è possibile farlo. Sento spesso l’esigenza, forse ingenua, di occupare lo spazio bianco con un mio criterio. Raramente sono contenta di ciò che scrivo; raramente, però, ritocco i miei testi.
In questi anni di condivisione ho incontrato, virtualmente e non, tante persone. Grazie ad alcune di loro ho studiato, appreso, approfondito aspetti tecnici del “fare” poesia; da altre ancora ho ricevuto  amicizia, stima ricambiata e duraturo scambio. È questo aspetto, forse, che più mi ha reso felice. Mai, mai avrei pensato che un giorno qualcuno quel mio “grido” lo intercettasse — per abbracciarlo.

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La parola ai poeti. Claudio Mezzina

Io non mi sento un poeta. E subito il pensiero fugge a Gaber, a quell’ “Io non mi sento italiano”, o alla “Desolazione del povero poeta sentimentale” del Corazzini o, ancora, all’ironia, alla potenza dell’antifrasi de “La signorina Felicita ovvero la felicità” di Gozzano. Ed ecco già svelati tre dei miei maestri. Ma Corazzini è quello che più, in questo frangente, mi rappresenta quando dice: «Io non sono che un piccolo fanciullo che piange». E, credetemi (a chi mi conosce non ho da spiegar nulla), non è posa né, riprendendo un’incantevole asserzione di Pavese, indugio «in malinconie inessenziali». Ma sto divagando, torniamo alla domanda. Posto tutto questo, come posso io dire la poesia? Come posso io accerchiare, contornare, sagomare quello che solo i grandi, in sparute ma meravigliose occasioni, sono riusciti a fare? Non posso. Quindi, proverò a metter per iscritto ciò che io credo significhi fare poesia attraverso le loro parole. Continua a leggere→

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La parola ai poeti. Luigi Finucci

Un rifugio necessario

“Forse non abbiamo bisogno di parole per sopravvivere, forse ne abbiamo bisogno per vivere.” 
Jon Kalman Stefansson

C’è un mondo intero, montagne altissime e mari gelidi noncuranti delle piccole cose quotidiane che interessano le nostre vite. C’è la morte sempre in agguato, una finitezza incessante che bussa alla porta delle nostre misere esistenze, eppure c’è la poesia, o meglio la parola. In molti devono vivere a lungo prima di trovare un luogo che possa essere chiamato “casa” o “rifugio”. Un luogo dove sentirsi al sicuro.

La poesia mi dà la stessa sensazione delle zone dell’infanzia, dove ogni oggetto sembra essere sacro. Ogni volta che mi interfaccio con Essa, mi ritrovo in questo limbo dove riesco ad attingere ai dolori più profondi, agli amori più grandi e alle paure di cui non riesco a parlare. Allora sento di entrare nel territorio della poesia. Continua a leggere→

La parola ai poeti. Pietro Russo


La durata d
ell’amore, il fare casa della poesia

Nel processo di costruzione di una identità (di un singolo individuo, di un popolo, di una nazione) e quindi della conseguente alterità (Dio, il mondo, tu, loro), il “fare” della poesia ci mostra una strada costellata di legittimi dubbi e paure ma anche attraversata da un mormorio indistinto che conviene seguire. La verbalizzazione – il testo che leggiamo e/o ascoltiamo chiamato ‘poesia’ – è il passo successivo, e la sua resa è intrinsecamente collegata alla capacità di ascolto.

Dando alla luce il mio primo libro, A questa vertigine, nel 2016, credevo che poesia fosse la giustezza di un attimo inscritto nella storia ma, al contempo, più grande di essa («c’è un silenzio più grande dei nostri anni», scrivevo). A quell’altezza, non avevo ancora fatto i conti con la “durata”, cioè con quella capacità di darsi un ritmo vitale di cui scrive magistralmente Peter Handke: Continua a leggere→

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20 righe (per niente) facili

di Pasquale Vitagliano

La poesia di Angela Caccia è esatta. Possiede un’armonia geometrica. Affonda nella tradizione senza pedanteria. Intravede una scrittura inedita senza posture sperimentali. Avesse un rumore la solitudine/ sarebbe silenzio/ e quello di una stanza d’albergo non dà eco/ eppure/ avanzano tamburi al suono di neve. Attraversando la sua opera L’alveare assopito (FaraEditore, 2022, premiata al Faraexcelsior), mi vengono in mente le passeggiate in uno dei nostri centri storici che testimoniano la civiltà alla quale apparteniamo.

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La parola ai poeti. Francesco Dalessandro

[foto di Dino Ignani]

Appunti (seri e provocatori) sulla Poesia

Del Paradiso non so dirvi nulla. Non ci sono mai stato.
Voyages and Travels of Sir John Mandeville

In una parola, la mia opera è digressiva, e progressiva
a un tempo.
Sterne, Tristram Shandy, vol. I, cap. XXII

L’egoismo del poeta è una dannazione che conosce solo salvezze apparenti.
Enzo Siciliano, su Lord Jim

Appropriandomi di quel che Truffaut scrisse di Hitchcock, dirò che i segreti di fabbricazione non andrebbero mai divulgati e che all’autore, come personaggio hitchcockiano, la spiegazione ripugna. D’altra parte, ricordo che Dante, considerando la poesia una pratica responsabile, intimava al poeta, all’occasione, di saper “aprire per prosa”; cioè, di saper dare ragione di quel che aveva scritto. Continua a leggere→

La parola ai poeti. Alfredo Rienzi


Qualche pensiero su poiesis, funerali e le quattro vite della parola poetica.

Scrivo poesie da oltre quarant’anni. A metà circa di quest’arco temporale, diciamo nel mezzogiorno del mio arco di vita poetica, l’avvento della rete, di Internet, delle riviste online e, più tardi, verso l’ora dei vespri, dei social e il proliferare di blog ha creato l’illusione che il processo poietico fosse anch’esso cambiato nel tempo. Al risuonare caotico di un ipotetico posto ergo sum la vita della parola poetica pare doversi confrontare con nuovi aliti, venti e bufere. 

Ma sarà (stato) davvero così nel mio incontro con la parola? Provo a raccogliere idee e osservazioni che mi accompagnano da alcuni anni. Continua a leggere→

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La parola ai poeti. Stefania Bortoli

[foto di Claudio di Campli]

Tre sentieri per desiderare

Nella mia esperienza vita – desiderio – scrittura sono inscindibili e il desiderio è come un filo invisibile che attraversa il passato e il presente, tracciando i passi “verso il futuro più breve”. Il titolo Desiderare, con il verbo all’infinito, e l’esergo al libro, sottolinea questo percorso di interminabile ricerca: “Si scrive col proprio desiderio, e io non smetto mai di desiderare”. (Roland Barthes).

Dalla pubblicazione dell’ultima raccolta di poesie, intitolata Con la promessa di dire, (Book editore, 2016) sono trascorsi alcuni anni abitati da conflitti geopolitici, smarrimenti e personali svolte esistenziali. Desiderare è stato scritto durante il periodo di isolamento determinato dal Covid: la necessità di scrivere è diventata urgenza di dire, da custodire con attenzione e cura. 

Il libro, che ho dedicato a mia madre, è articolato in cinque sezioni: Il giardino dell’attesa, Canto del silenzio, Confini d’acque e isole, L’amore accade, La vita tenace che sono tra loro collegate dal filo rosso del desiderio, e dall’inquietudine, nei differenti spazi e tempi della mia vita.  Continua a leggere→

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La parola ai poeti. Ilaria Giovinazzo

“L’ombra prepara lo sguardo alla luce”
Giordano Bruno

In questo periodo buio per il mondo, nella mia vita stanno accadono meravigliose sincronicità. Stamattina ho trovato questa frase di Giordano Bruno tra i post che scorrevo prima di entrare a scuola e voglio usarla come tessera da cui partire per parlare di poesia, ed anche della mia poesia. 

Credo che in queste poche parole sia contenuto il senso profondo dell’arte come della vita stessa: senza l’ombra non potremmo mai comprendere il senso e la bellezza della luce. D’altra parte, quello che proprio l’arte riesce a fare è trasmutare in bellezza, in luce, le ombre dell’inconscio, le ferite, le offese della vita. Ombra e luce, come nella pittura di Caravaggio, quando la bellezza nasce dal riverbero della luce che fugge dall’ombra. O come la luce sprigionata dalle crepe dorate delle ceramiche kintsugi, perché, come dice Leonard Cohen “C’è una crepa in ogni cosa. Ed è da lì che entra la luce.” Continua a leggere→

Intervista a Daìta Martinez

di Luca Pizzolitto

La tua scrittura poetica è, dal mio punto di vista, una scrittura particolare, di ricerca, di intersezione tra vari mondi e percorsi (poetici). È stata, fin dall’inizio, questa – la dimensione del tuo scrivere -, o ci sono state fasi diverse che hai attraversato?

Non un punto di intersezione ma un sussurro di parola, luogo e origine di suono, il respiro nel cuore del silenzio. E nel silenzio l’estensione del mio scrivere, gesto che trova spazio in quel prima dello sguardo, ombra e immagine di una ricerca simmetrica all’interezza di una ferita schiusa nel cammino.

“Nell’ora dell’aurora” è una raccolta in cui un’esperienza tua personale di dolore molto forte trova spazio (e redenzione?) nella scrittura. Qual è (o quali sono) i riverberi che lo scrivere poetico ha/hanno su di te?

Nell’ora dell’aurora è l’ora esatta di un infinito farsi luce nel nome del padre. Un padre, il mio papà, nella dimensione altra eppure vita presente che mi racconta figlia nello spazio privilegiato di una promessa sua a me, promessa che ha forma di una carezza che provo a trattenere dove è preghiera il mio chiedere a lui perdono per ogni mio istante distratto alla sua voce. Il riflesso della parola sulla linea delle ciglia è una piccola goccia di rugiada, mia sintassi d’attesa, sintomo di una sempre attesa. 

Progetti per il futuro: stai già lavorando a qualcosa oppure attraverserai una fase di “meritato riposo”?

Impossibile, o almeno lo è per me, il “meritato riposo”, perché è sempre la scrittura a determinare il suo momento, così accade di non scrivere per giorni o mesi, poi l’improvviso sopra a ogni mia ritrosia. Il futuro è già un presente progettuale. È un alito di vento tutto dentro a una narrazione in movimento. 

Tre poetesse/poeti (e relative opere) che sono stati “punti cardine” all’interno del tuo percorso poetico.

Difficilissimo rispondere.
Tre incontri ricorsivi, oggi: Paola Malavasi, A questo servono le lacrime, Interlinea, 2006
Piera Oppezzo, Una lucida disperazione, Interlinea, 2016
Alejandra Pizarnik, Poesia completa, LietoColle, 2018

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La parola ai poeti. Enrico Marià

Un luminoso massacro

«Mai stato un giorno senza paura, / senza la luminosa paura / di essere dimenticati» (Remo Pagnanelli).

Questo mio tentativo di osare la poesia è un cercare, in qualche modo, di chiamarmi a testimone del nostro breve esserci. E nel farlo usare un mezzo crudele. Un mezzo che ho scelto e non mi ha scelto. Lasciandomi, nell’incertezza, la certezza di non avere nulla da dire. Mi rimane, quindi, il cadere di e senza radici; uno scagliarmi, prima di tutto, contro me stesso in un non dove. Mi resta, altresì, lo scavare fino al silenzio l’abisso; il sottrarmi; il togliermi; l’eliminarmi pezzo dopo pezzo, nella vita e nella non vita, sognando la trascendenza nel mio non sapere se esista un compromesso tra espiazione e riconciliazione.
Io ho avuto l’immensa fortuna di essere pubblicato. Ogni giorno, più volte, ringrazio, per questa opportunità.
E sino a che avrò istanti lo farò.
«Dopo tanti bombardamenti a tappeto / rimase intatto soltanto un muro della grande chiesa / con l’alta finestra; intatta anche / la bella vetrata della finestra / con colori viola, arancioni, azzurri, rossi / e raffigurazioni di fiori, uccelli e santi. / Perciò confido ancora nella poesia». Così scrive Ghiannis Ritsos in Molto tardi nella notte.
Leggere una meraviglia simile, ogni volta, mi zittisce nel portarmi a credere al mistero che ci conduce oltre le parole. “Perciò confido nella poesia”. E spero che lei si affidi a me.
Anche solo per qualche attimo.
Nel senso di un respiro.

La parola ai poeti. Antonio Dentice d’Accadia

[Foto di Marco Thomas]

Quella che mi è data, e che accolgo nei limiti dei miei labili confini, è poesia religiosa e non può, per sua propria immancabile natura, diventare qualcosa di diverso. Una religiosità espansa, non comandata, mai addomesticata da esigenze razionali e (purtroppo) umanissime.

Quella qualità in simpatia con un Al-Hallaj in Persia, o con un Vivekananda, quando si declina alla Madre. È una capsula di preghiera sciolta in un bicchiere di acido lisergico, ma ubriaca d’un fervore implicito, silenzioso, franco da fanatismo e maldestri tentativi impositivi. Continua a leggere→