Archivi categoria: Poesia

Alessandro Agostinelli, Le vive stagioni

di Alberto Fraccacreta

La poesia di Alessandro Agostinelli si muove su un terreno di puntuta autoconsapevolezza, di marcata ironia, servendosi della tradizione per rinvigorirla e agganciarla alla nostra epoca di post-postmodernismo. Nell’Ospite perfetta (2020) era la forma del sonetto ad annodare genealogie e dissapori. Qui nelle Vive stagioni il prosimetro, invece, diviene uno strumento di critica e di decostruzione della realtà. «Questo libro – osserva Agostinelli in uno dei suoi tanti “prologhi” alle liriche – è il tentativo di ragionare intorno a un modo di dire la poesia: ragionare intorno a essa mentre si fa. I temi di questo libro sono disparati, ma l’obiettivo è comunque segnare, nella maggioranza dei casi, forme di poemi non totalmente liberi». Da testi metapoetici al puro nonsense, dall’impegno politico alle interrogazioni filosofiche, la silloge intende «lasciare un po’ di struttura al futuro, cioè rinnovare il senso alla voce della poesia». Continua a leggere→

Mario De Santis, Corpi solubili

di Andrea Temporelli

Mario De Santis, Corpi solubili, PordenoneLegge-Samuele editore, 2023

I versi di Mario De Santis, cronache da un desolato occidente votato alla consunzione, esistono mentre si negano nella loro natura poetica: evitano ogni eccesso, in obbedienza al clima (parola chiave) della nostra epoca. La poesia lancia gli ultimi barbagli luminosi mentre si scioglie nella prosa. Continua a leggere→

La parola ai poeti. Gino Scartaghiande

Gregory Corso, spirito e materia di un contadino del Sud

(da Percy Bysshe Shelley ad Amelia Rosselli)

“La letteratura è il più complesso dei mali: non c’è cura che valga per lei”

(Silvio D’Arzo, Prefazione a nostro lunedì)

 

Poco c’è voluto, dopo la diaspora dei popoli provocata dalla cosiddetta annessione del Regno delle due Sicilie, che Gregory Corso, ridiscendendo egli dall’Alto Materano (1), e precisamente da Miglionico, la madre, e dalla Calabria, il padre, si trovasse a nascere a New York, dove trascorrerà lunghi periodi dell’infanzia e dell’adolescenza tra orfanotrofi, istituti di rieducazione, e carceri minorili. Ma è proprio in uno di questi istituti che viene a contatto, in modo quasi provvidenziale, coi grandi classici di tutti i tempi, antichi e moderni, che gli fanno scoprire la propria vocazione poetica. E soprattutto con Shelley, quasi un suo alter ego, a cui Gregory Corso legherà la propria poesia per tutta la vita, in una risoluta scelta di fedeltà alla parola poetica in quanto bellezza e verità. Continua a leggere→

Remo Pagnanelli

Continuum

Quando il cerchio si stringerà
canticchiando la solita solfa ne varietur,
il continuum inammissibile dell’opacità,
tu morte impertinente, salvifico aroma
spiccami dall’agenda e saltando qualche
orario accelera.

(1976)

Da Le poesie, il lavoro editoriale, Ancona 2000 , p. 56 [Epigrammi dell’inconsistenza]

La parola ai poeti. Maria Allo

 “…Cercavo l’infinito: trovavo la pietra di topazio di tra i graniti del Tibet”, dice Amelia Rosselli, dove topazein significa “cercare di trovare”, inteso come scoperta di qualcosa di unico che meriti, per poco che sia, di essere detto in tutta libertà senza pretendere di capire o rivelare. Poesia per me, è custode dell’inespresso e come dico spesso, un venire a patti con il silenzio senza perdere le parole che lo evocano. È disposizione all’ascolto del respiro dell’anima che, con un muto linguaggio, prende corpo e decifra destini. In esso c’è armonia, stabilità e coerenza. Quando sorge e mostra la sua luce, quando vede e riconosce la stessa luce in altri, vi si avvicina per ricevere, a sua volta, la luce che brilla nell’altro. La poesia non accetta definizioni, ma aggiunge vita alla vita. Credo sia quel primordiale soffio in volo circolare che possiede i poeti, la presa di coscienza che una parte di loro sia intimamente legata con l’esistenza terrestre e può rivelarsi esperienza assoluta di una vita senza tempo. La scoperta della parola è frutto di uno scavo nell’abisso dell’io, l’occasione per riflettere sul senso della vita, lo strumento per portare alla luce la lacerazione profonda che ostacola il pieno godimento della vita. Dare voce al legame tra l’esperienza del dolore nella vita umana diviene uno strumento conoscitivo di noi e del mondo che indaga le ragioni profonde dell’agire umano. Ma il fare poesia non potrebbe mai eguagliare la pienezza dell’esistere, perché l’essere è più che dire dice Giovanni Giudici.  Continua a leggere→

La parola ai poeti. Luciano Mazziotta

Tre aneddoti e tre limiti

Limite nr. 1. Inadeguata individualità.

Se mi è stata proposta, volontariamente e non-necessariamente, questa parola in questo spazio, altrettanto volontariamente e non-necessariamente posso rispondere. D’altra parte, mi è stato offerto questo luogo sulla base di un mio fare, quindi è necessario delimitare ciò che potei dire, nella consapevolezza che il come e il che cosa sono differenti per ogni fare in cui sono coinvolto. Il fare in questione è relativo all’atto di aver scritto dei libri, che, in un modo o nell’altro, sono delimitati al campo di quello che viene denominato comunemente poesia.

Ho ripetuto più volte la parola limite, delimitato, limitare, per una questione meno poetica e più agorafobica: che cosa mi è stato chiesto in questo spazio? Ho bisogno di un confine. Esprimere una visione della scrittura in versi, la mia esperienza con la scrittura in versi, le mie relazioni con l’ambiente inerente alla sfera di chi si occupa di questa pratica. Si tratta di un tema illimitato, per uno spazio, quello virtuale, illimitato anch’esso. Agorafobia: mi è opportuna una barriera. Non parlo di traccia: le indicazioni, del resto, sono chiare.  Parlo di un illimitato che, in quanto tale (e tanto per la parola quanto per il mio fare), posso pensarlo esclusivamente per mezzo di una esperienza del limite. Esperire il limite non significa, però, per me, esperienza agonistica e adrenalinica del rischio. Ha a che fare, invece, con i propri (i miei) limiti: fare quello che posso fare, e ciò che riesco a fare, secondo la individualità di soggetto che esperisce.  Continua a leggere→

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La parola ai poeti. Lina Salvi


Ho sempre pensato che la poesia in me sia nata per caso, anche se man mano che la scrivo mi rendo conto di cercare di portare alle luce reperti già esistenti, sedimentati da tempo. In ciò mi conforta il pensiero di Giuseppe Ungaretti, il quale, in un’intervista Rai del 1961 si limitò a spiegare come fosse nata la sua poesia per il pubblico,
ma non per lui; alimentando il suo mistero insondabile, pur sempre insostituibile ed affascinante.

La città al centro per me fu Milano e alcuni ambienti letterari. Il dialogo e l’ascolto di altri poeti di provata esperienza è stato fondamentale, non per avere un “posto” da qualche parte, ma per capire i limiti della mia scrittura.  Continua a leggere→

Gian Piero Stefanoni, Lessico Madre, Dialoghi con san Luigi Gonzaga

 

Ez 36, 26
– Toglierò da voi il cuore di pietra e vi darò un cuore di carne.

ai miei figliocci

I.
del trasporto dell’infermo al Santa Maria della Consolazione

Tolto dal cielo,
rimesso agli occhi
parla alla sua sostanza il corpo.

Anima degna
del tessuto di cui è peso,
il reclinare del Padre
al patire del mondo,

il sì del nome
all’insufflare dell’immagine.

Guardare all’uomo affinché non cada. Continua a leggere→

20 righe (per niente) facili di Pasquale Vitagliano

 

Mi è difficile scrivere una recensione per la nuova raccolta di Carlo Crosato, Strategie di salvezza (Interno Libri, 2023). L’inciampo sta nel titolo. Troppo diretto, seppure casuale, il legame con quello di un mio libro, Apprendistato alla salvezza. Ma in questo caso è diverso. Subito, già da prima di questa opera, ho colto un filo nascosto che mi lega alla sua scrittura. Dunque, l’inciampo, in realtà, è un legame. A questo punto, ne scrivo comunque, perché penso testimoni la forza gravitazionale della poesia. Fantasticavo così di essere/ (nella veglia)/ finalmente entrato/ nel segno di un altro/ essere da lui guardato/ protagonista esplorato e temuto. Se questo sogno fosse il mio? Non si stupisca nessuno. Anche la poesia, come la fisica, può essere quantistica. E sono sicuro che anche per lui, quel sogno, talvolta, è stato un incubo. Anche se, alla fine, il protagonista non ci spaventa più. Ci ha accompagnato verso la salvezza.

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Maddalena Pezzotti, Vermiglia goccia

a cura di Alberto Fraccacreta

L’ava

Di felce e tubero
puntato il passo
che a me conduce respiro
di muschio e corteccia
e sguardo
di ombra e goccia
scuotendo il bosco
il tuo piede ossuto
la tua voce di violino
non accordato.

*

Noi che siamo luci in corsa
ai bordi dell’autostrada,
e la notte, senza gravità,
unica via. Continua a leggere→

Maria Grazia Insinga, A sciame

Tra poesia e musica.

Non lo dirò con le parole

Maria Grazia Insinga

“A sciame, Arcipelago itaca Edizioni, 2023)

Nota di Maria Allo

Il percorso sperimentale, fin dai suoi primi lavori (Persica, Ophrys, Tirrenide, etc.), porta Maria Grazia Insinga, musicista e musicologa a cercare sonorità diverse e particolari in questa nuova opera. Alla base della essenza e della ricerca della “poesia” di Insinga interessa mescolare suoni che appartengono all’universo delle note da lei utilizzate come fonte timbrica da esplorare e adottare nella creazione artistica. L’autrice concentra dunque la sua ricerca in particolare sulla voce e studiandone a fondo le potenzialità espressive, utilizza le principali risorse della sperimentazione per modulare in musica il suo impegno. I suoi testi e i titoli delle sezioni infatti riflettono le complesse intenzioni compositive dell’autrice che adotta quelli che sono i suoi criteri personali e ciò implica la necessità dell’autrice di fornire alcuni chiarimenti così da consentire una lettura globale della sua scrittura che per le sue peculiarità, risulta di difficile traduzione (1). Strumenti musicali diversi suonano una nota di uguale altezza e intensità in questa nuova opera, “A sciame”, e riproducono un procedimento ritmico secondo cui il suono è emesso su un tempo debole e tace su quello forte (contrattempo). In quel suono enigma, “il non comprensibile dentro la ragione/non rende comprensibile niente e qui/si affermano minuscole lame di selce” (p.17), o “senza immersione non vieni alla luce” (p.23), si avvertono gli echi di una raffinatissima memoria letteraria e di una sensibilità linguistica, dal momento che implica la commistione di codici linguistici diversi e di un pensiero policentrico. “Starci dentro è stare sempre fuori” (p.20) e “anticipa la resurrezione vocale dell’altra/nell’una: il suo gesto precede la musica” (p.20) testimoniano il desiderio dell’autrice di dare voce al silenzio: “Impara ad ascoltare il silenzio e scoprirai che è musica” esorta uno scrittore del Mali, perché ogni cosa attorno a noi cerca di comunicarci uno stato d’essere che misteriosamente arricchisce e preserva la creatività poetica della letteratura, sembra dirci Maria Grazia Insinga. Nel carattere polifonico del poemetto “A sciame”, il non detto può essere percepito e custodito nel respiro di quella “voce inumana” (p.45), invisibile, fulminea, spesso oscura, (non spiegabile con parole comuni, ma interpretabile) che, nel suo svanire, rivela un senso nascosto più critico, acuto e incisivo della realtà.  Il leitmotiv di “A sciame” e di tutta la produzione di Insinga è in quel “dire”: “la parola che non dice dice” (p.52, sez. La testa che parla) o “senza immersione non vieni alla luce” (p.23) anche se “rientra nei difetti della vista/persino la luce” (p.24) o “è necessario mescolarsi:/solo ibridi e serenelle sopravvivranno” (sez. La stanza dell’acqua). Forse in questo apophainethai (mostrare) disvelare e dunque ritornare al nostro stesso dire implica la nostra capacità di ascolto “nella fessura fatta ad arte affinché/nessuno l’altra divina se ne accorga” (p.79) con l’auspicio dell’elaborazione di un nuovo linguaggio capace di rappresentare la nuova realtà, estremamente complessa e indecifrabile. In questa prospettiva, da questo poema sinfonico che va pertanto tracannato tutto d’un sorso, come dice nella preziosa prefazione Giuseppe Martella, emerge un inedito sperimentalismo volto alla ricerca di nuove strutture espressive e alla scoperta di nuovi impasti stilistici aperti alle contaminazioni più ardite: “ai piedi del rogo accendo il pescheto” (p.80), non un atteggiamento di rinuncia alla comprensione e alla resa al labirinto. Non è forse questo il valore razionale e conoscitivo della letteratura, alla quale è affidato il compito di non accettare il labirinto della non “significazione”?

(1) https://www.theserendipityperiodical.it/2021/09/19/tirrenide-intervista-a-maria-grazia-insinga/

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La parola ai poeti. Francesca Del Moro

[foto di Daniele Ferroni]

Scrivere per sbendare la ferita

La poesia è una ferita individuale
che diventa musica collettiva.

Maria Grazia Calandrone

Sono “morta emotivamente e psichicamente”, per usare le parole della mia terapeuta, quando mio figlio si è suicidato tre anni e mezzo fa. Allora e per molti mesi a venire sono stata come altrove. Tutto ciò che era vitale per me non esisteva più, compresa la scrittura. Non riuscivo più a seguire un film, ad ascoltare musica, né tantomeno a leggere poesia o qualsiasi altra cosa. Potevo solo camminare e nuotare perché erano i modi in cui il corpo cercava di fuggire la violenza del pensiero. Il primo libro su cui sono riuscita di nuovo a concentrarmi è stato il volume dei Meridiani dedicato alle opere di Sylvia Plath, forse in virtù di un’affinità con il suo sentire e per una ricerca di solidità espressiva. A poco a poco ho ripreso a leggere con costanza, poi a scrivere versi e infine, passato quasi un anno, a partecipare a incontri di poesia.  Continua a leggere→

Quattro libri in commercio col divino

di Alberto Fraccacreta

Dietrich Bonhoeffer, Poesie (testo tedesco a fronte, introduzione e traduzione a cura di Alberto Melloni, Marietti)

Le liriche di Bonhoeffer, teologo evangelico ucciso nell’aprile 1945 per aver aderito al complotto contro Hitler, «sono accomunate – nota Melloni – dalla “scrittura notturna”, diversificate nel verso (ora libero, ora legato a un metro e alla rima), con echi a volta espliciti, ma spesso impliciti alla tradizione musicale tedesca, al patrimonio innologico luterano, non meno che al linguaggio biblico». Continua a leggere→

Emiliano Cribari: Cronache dalle rovine

di Franca Alaimo

Pregare senza altare

La montagna, il bosco: figure entrate da sempre nel territorio dei simboli e, dal Novecento, in quello psicoanalitico: luoghi del distacco dalla comunità umana, della prossimità, la prima, al divino; dell’immersione nella primitiva felicità e integrità della Natura, il secondo.

Ascesa ed esplorazione del proprio io.

Emiliano Cribari pratica entrambe percorrendo la catena degli Appennini, spina dorsale della penisola italiana, disegnando una mappa insieme storica, botanica, zoologica, catturando epifanie di luce, voli, ombre misteriose, panorami suggestivi, intridendosi di profumi, di colori, di gioie tattili. Continua a leggere→

La parola ai poeti. Eugenio Griffoni

“L’opinione comune che fugge l’ignoto / e non conosce di quanto si possa sopravanzare la profondità della luce / attraverso la disciplina del buio.”

Versi di Franco Ferrara, questi, che tuonano dai fondali del sogno. Un sogno (il mio) che attende assopito nell’incavo dell’ombra dove soffiano le grave, e la goccia, precipitando, rende forma all’ignoto riempiendone di vita l’implacabile silenzio.

E’ l’incontro con questo autore, per cui ringrazio il lavoro editoriale di Argolibri, a fecondare il mio presente di piccolo poeta alla ricerca di una verità ancora perlopiù ignota: ricerca a tratti spasmodica, strizzata nel sudore di corde nell’abisso, e a tratti nembosa, sperduta nell’olezzo di luoghi comuni, che ancora fa a pugni con un ego che mai davvero muore.

Credo che sulla superficie molto oramai, se non tutto, sia stato detto e ad essere sincero fatico a collocarmi nel baccanale di voci presente. Così mi sono rintanato ancora una volta nelle Terre della Notte (quanto avrei voluto chiaccherare con te, Giovanni Badino!) a seguire il richiamo fascinoso ed intraducibile della grotta. Continua a leggere→

La parola ai poeti. Luca Bresciani

Scrivo in versi da venti anni e ho pubblicato sei libri di poesia, troppi. In Italia si produce un numero spropositato di libri perché quasi nessuno confessa, per profitto o ipocrisia, che quello che scrivi non vale assolutamente niente. Per molti anni ho utilizzato la poesia come esercizio intellettuale per dare voce alle mie frustrazioni e per lungo tempo mi sono considerato un essere umano dotato di una sensibilità superiore, un uomo migliore degli altri. Finalmente rileggendo le mie opere, un giorno mi sono ritrovato ridicolo e inutile, soffocato da tutto quel personalismo e da quella visione claustrofobica che traeva nutrimento dalle mie misere vicende di giovane uomo arrabbiato con il mondo. Infatti in quel periodo ho incominciato a realizzare che la poesia non poteva limitarsi a un’analisi sterile delle proprie disgrazie ma che poteva e doveva diventare un luogo d’incontro dove svestire i propri egoismi alla ricerca di una giustizia che potesse risuonare in tutti gli esseri viventi. Così ho deciso di continuare a scrivere solo con l’impegno e l’obbligo di non usare più la parola io e ho avuto enormi difficoltà a portare a termine un testo perché da troppi anni cercavo la poesia non più lontano della distanza tra il mio corpo e la mia ombra. Chi davvero insegue una nuova strada con impegno e sincerità viene sempre accolto dalla provvidenza e in quel periodo di sperimentazione mi è giunto in lettura il libro “Sulla poesia” di Giorgio Caproni che è per me l’opera di riferimento a cui devo tutto il mio scrivere attuale. Continua a leggere→

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