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Archivi categoria: Poesia
La parola ai poeti. Raffaele Floris


“Non ci deve essere una parola inutile: tutto deve dire qualche cosa […]”. Così scriveva Giuseppe Verdi a Francesco Maria Piave mentre il libretto del Macbeth stava cominciando a prender forma.
Così anche a me piacerebbe scrivere: nessun aggettivo superfluo, nessuna espressione arcaica o ridondante, ma – di converso – nessun cedimento alle mode o alle correnti. A me piace utilizzare il verso tradizionale (endecasillabi, settenari…) perché non riesco davvero a scrivere in assenza di un ritmo, e non mi sento di dover recitare il mea culpa per questo. Continua a leggere
Poetry Therapy, di Dome Bulfaro
Quale scuola vogliamo?
Dietro i tanti percorsi di poesiaterapia e non solo che sono raccolti in questo numero, ci sono volti e storie di bambini, adolescenti, adulti e anziani che, nelle scuole, nelle carceri, nelle corsie degli ospedali, hanno molto da raccontarci e insegnarci. Leggerli significa incontrarli e darsi l’occasione di arricchire di molto sia la nostra mescola di carne e spirito, sia questo nostro breve viaggio che chiamiamo vita. Una vita-Itaca che, come dice Kavafis, al di là di come si presenta, vale sempre tanto visto che ci “ha dato il bel viaggio”.
Con il gessetto traccio una linea azzurra sull’asfalto e la percorro come se camminassi su un declivio. Alla mia destra c’è la valle coltivata del mondo pre covid e alla mia sinistra c’è la valle ancora tutta da coltivare del mondo post covid. La valle del pre covid è verdeggiante solo in alcuni, isolati, tratti. Si presenta come una terra contrastante, a tratti brulla e grigia, con diverse zone depresse; zone che il covid non ha fatto altro che allargare a macchia d’olio. Continua a leggere
La parola ai poeti. Valentina Calista
Avvicinarsi alla poesia è stata una salvezza arrivata molto presto nella mia vita e grazie ad una figura che rimarrà, per me, sempre il suo simbolo: la poetessa Paola Malavasi, prematuramente scomparsa, nonché mia insegnante di Letteratura Italiana durante gli anni del liceo. Con i miei quaranta anni di oggi, posso affermare che la poesia è entrata definitivamente in forma scritta nella mia vita nel periodo dell’adolescenza. La poesia e la musica mi hanno salvata. Avevo quindici anni e frequentavo la terza superiore e Paola Malavasi (Viterbo 1965 – Venezia 2005) fece una cosa che tutti gli insegnanti dovrebbero fare: credette in me e mi diede la chiave di accesso al mondo della poesia. Conobbi Paola in III liceo, quando avevo 15 anni. Fu la mia “poetessa guida”, come amo definirla. La nostra amicizia scavalcò le aule del liceo. Mentre preparavo il mio primo esame di letteratura italiana all’Università, l’andai a trovare per un consiglio. Stava facendo il pane per il figlio. Un giorno, tra le barriere dei libri nel suo studio pieno di carte scoprii alcune sue poesie pubblicate nelle edizioni Pulcino Elefante dai titoli Dolce (1999) e Paese Passato (2000). Mi sembrarono un piccolo miracolo. Mi introdusse alla lettura di Alda Merini, un giorno, sulla porta, mentre me ne stavo andando per tornare a casa. Continua a leggere
Luigi Maria Corsanico legge Giuseppe Gioacchino Belli
La parola ai poeti. Simone Migliazza
Senza che la loro presenza assicuri una perfetta riuscita, mi sembra che tre siano gli elementi necessari a fare poesia: esistenza, verità e lingua.
Esistenza come campo d’indagine, verità come prospettiva e lingua, che è la poesia stessa, la sua essenza profonda.
Quanto sappiamo della realtà lo sappiamo per esperienza diretta: nessuna conoscenza si dà fuori da ciò che ci ha intimamente toccato. Questo, per un poeta significa non poter scrivere che attraverso ciò che vive o ha vissuto avendo modo, solo attraverso l’effettivamente esperito, di poter entrare in contatto con una dimensione sovrapersonale, sebbene parziale. Ogni volta che si decidesse di bypassare il vissuto per entrare in relazione con un preteso universale (l’Esistenza, quella con la “e” maiuscola) l’operazione sfocerebbe necessariamente nel kitsch, nell’inautentico: scrivere una poesia sull’amore, sulla vita o “su” qualsiasi altra cosa, questo sarebbe assai inautentico. Allo stesso modo, ritenere ciò che si sente, si vive o ci accade l’oggetto della poesia equivarrebbe a relegare quest’ultima a cronaca del privato o diario intimo, fatto, quest’ultimo, da cui non sfugge buona parte del sottobosco poetico attuale. Continua a leggere
Domenico Pelini legge Dino Campana 7
Sohrab Sepehri, “Un’oasi nell’attimo”
da Sohrab Sepehri, “Un’oasi nell’attimo” (Jouvence 2022, traduzione a cura di Faezeh Mardani e Francesco Occhetto)
(…) Così che il lettore scopre in lui la potenza circolare del sapere poetico e mitico che affratella i popoli piuttosto che separarli come fanno l’economia, la politica, e spesso anche le religioni quando diventano istituzioni e dogmi. Sepehri sa fondere il livello mistico e spirituale della sua esperienza con quello quotidiano: ed eccolo che si siede “sul bordo della vasca in cortile:/ pesciolini, luce, io, fiore, acqua”. Sembra che parli di un riflesso, forse parla proprio di questo, ma di un riflesso che ai suoi occhi è grappolo puro di vita. (…)
(dalla postfazione di Giuseppe Conte) Continua a leggere
La parola ai poeti. Biagio Accardo
Credo nella poesia, nella sua forza mite, nella sua capacità di ridestare in noi il senso di un’origine, un senso che le logiche spersonalizzanti del mondo sembrano voler eclissare dal nostro orizzonte. Credo nella sua forza di vigilanza, quasi di profezia, nel suo sguardo che tutto riflette, senza che nulla riesca veramente a definirla o ingabbiarla in pretese concettuali; credo nella poesia perché credere in essa significa coltivare la prospettiva della speranza e della continua rinascita interiore.
Senza la poesia avrei ceduto al mondo, avrei accettato che gli eventi scrivessero il resoconto, in vero deludente, del mio esistere; grazie alla poesia invece mi è stato possibile vivere un continuo cominciamento, considerando il tempo, le persone, gli accadimenti come un dono sempre inedito e salvifico.
Credo nella poesia e nella sua opera ricostruttiva, e dunque credo nella sua parola come unica realtà in grado di ricucire dimensione esterna e interna dell’uomo; le do fiducia perché è grazie a lei che ognuno conserva la memoria fondamentale del proprio essere, che è quella di essere e rimanere “umani”. Continua a leggere
La parola ai poeti. Rita Greco
Il mio primo incontro con la poesia è avvenuto a otto anni. Scrissi una filastrocca che parlava di asce e di infelicità. Oggi, da adulta, il contenuto di quei versi mi colpisce perché mi sembra indicare che molto presto ho avvertito la scossa interna dell’inquietudine e che molto presto ho scoperto nella scrittura un rimedio efficace per placarla.
Nel periodo dell’adolescenza mi sono imbattuta, quasi per caso, in alcune voci maestre della poesia: Octavio Paz, Anna Achmatova, Konstantinos Kavafis. Fu una vera e propria folgorazione. Ero incantata da questo linguaggio alato, musicale, così diverso dal quotidiano, porta schiusa alle visioni, che non comprendevo pienamente, ma che sentivo di voler esplorare. Da allora, la poesia è diventata una presenza costante nella mia vita e l’ha alleggerita, migliorata. Come molti adolescenti, mi sentivo in prigione: la poesia mi permetteva di evadere da quella prigione, mi autorizzava a esercitare il mio sacrosanto diritto alla libertà. Continua a leggere
La parola ai poeti. Valentino Ronchi
Negli anni tante cose che ho detto e pensato han subito piccole e grandi modifiche, precisazioni. Alcune verità, presunte tali, sono state sbugiardate. D’altronde, fossi rimasto sempre lo stesso di anni fa, non sarei un granché. Così, nella fattispecie della poesia, ora l’ho rincorsa, ora allontanata, ora blandita, ora snobbata. Come un ragazzo innamorato, che nega, e si smentisce, si contraddice, esce con un’altra, si dichiara con tanto di serenata. Se mi pento di questa altalena? No, era apprendistato. E poi, a bene vedere, anche lei ha fatto così con me. Al punto che c’è da auspicare che nei prossimi anni la convivenza sia più armoniosa, dopo tante lotte. Due punti fermi, però, ci sono stati: il piacere, enorme, di scriverla, di misurarmici, nel momento in cui ne avevo intenzione e voglia. Un piacere fuor di misura, trovare le parole giuste, l’immagine più vera del vero, come si dice. E poi, seconda cosa, il desiderio – costante, ma espresso in termini via via leggermente differenti – di scrivere facendo capire quanto scrivo, in modo che qualcuno ci si possa divertire o altro. Continua a leggere
La parola ai poeti. Matteo Galluzzo
Scrivo queste righe in una giornata di fine settembre, mentre l’estate scivola via dalle cose e dal mio corpo e la luce incupisce a poco a poco. Giorni in cui non fa più caldo e non è ancora freddo. Una dimensione liminale, di confine. Uno stare sulla soglia.
Non si può attraversare la soglia semplicemente lasciandosi scivolare da un punto all’altro, ci ricorda Perec, serve una parola magica. Mi chiedo quale possa essere questa parola; questa formula che apre un passaggio o un varco verso non si sa dove.
Ma è la parola per prima a dover attraversare una pluralità di soglie. La soglia come confine, anzitutto, linea oltre cui c’è la condizione dello straniero, dello spatriato. Abitare la propria lingua come una lingua straniera. Per non avere più una lingua madre. Lasciare che le parole, anche le più consuete, brillino sotto una luce diversa. Straniare il linguaggio. Continua a leggere
Luigi Maria Corsanico legge i lirici greci II
La parola ai poeti. Elisa des Dorides

Mi hanno chiesto di scrivere qualcosa sulla mia poesia ed io ci provo, lo prendo come esercizio di messa a luce di un mondo che mi appartiene ma non troppo.
Sì perchè la poesia non è mai solo di chi la scrive.
Iniziando l’articolo mi è venuta voglia di chiedere protezione a penne che amo come quella di Nella Nobili, l’operaia che della sua povertà ha fatto tenerezza di sostantivi e morbide immagini luminose; avrei desiderio di scomodare anche la timidezza, l’ironia e il tormento di Leopardi dilaganti nella sua lingua che immagina e illude; vorrei spostarmi tra le aporie di Remo Pagnanelli con tutti i suoi inni e le fughe impossibili; sentirei il bisogno di sbilanciarmi ed essere contaminata dalle sperimentazioni di linguaggio di Patrizia Vicinelli.
La lista potrebbe continuare ancora e ancora.
Procedere per citazioni di altri, però, non aiuta davvero a formulare una propria verità ed è tempo di affermarci come individui, autorizzandoci ad essere ciò che siamo. E allora, ecco, con la poesia il mio ‘io’ abbraccia il ‘noi’: questo poiesis che ci chiede la fame e non ci sfama, perchè è con il languore che ci allunghiamo sui giorni. Continua a leggere
La parola ai poeti. Sergio Pasquandrea
Partiamo da tre considerazioni.
Primo: non scrivo da mesi, forse anni. O meglio, non è vero: è vero invece che da mesi, forse anni, non scrivo qualcosa che mi soddisfi del tutto, che io consideri pubblicabile. Se devo essere preciso, tutto ciò che ho pubblicato sinora è stato scritto in un arco di tempo abbastanza limitato, più o meno fra il 2010 e il 2018: sette o otto anni di produzione intensa e bruciante. Prima, ciò che scrivevo era troppo ingenuo, immaturo, derivativo; poi, è subentrato questo blocco, questo filtro di cui non ho ancora compreso del tutto la ragione. Sta di fatto che, mentre prima mi veniva da mettere in versi più o meno qualunque cosa vivessi, ora riesco a farlo solo in rare occasioni; la maggior parte delle volte, dopo aver scritto, butto via tutto. Continua a leggere
Domenico Pelini legge Qohélet
La parola ai poeti. Fabrizio Bajec
di Fabrizio Bajec
Invitato gentilmente a testimoniare per la rubrica “La parola ai poeti”, ho ritenuto più attuale e conforme a un certo modo di essere non parlare della mia produzione passata e presente, ma piuttosto interrogare la poesia di un altro, attraverso lo spettro di una via spirituale, lo zen, sperando di non uscire troppo dallo spirito del blog. Mi avvolgo per questo dell’esperienza maturata in una quindicina d’anni di pratica buddista.
“Durante tutta la tua vita
non puoi essere sicuro
di vivere abbastanza a lungo
per prendere un altro respiro”.
Houang-po
È incollata da qualche anno alla parete destra del mio gabinetto, la poesia-meditazione che mi piacerebbe commentare brevemente, come se si trattasse di un Sutra[1] da recitare per una cerimonia serale, prima di andare a coricarsi. Continua a leggere
La parola ai poeti. Luisa Pianzola
Scrivo poesia dai 18 anni (prima disegnavo, ho disegnato e dipinto per un bel po’). La pubblico più o meno dal 1990. Ovvio che, a 63 anni, non creda più nella poesia. Quando vedo, sui supplementi dei quotidiani, le pagine dedicate ai poeti – quelli vivi, i morti sono quasi sempre più interessanti e dignitosi, se non altro perché non si autopromuovono sui blog come linee di integratori –, solitamente passo oltre. Sulla rete, un filo di interesse in più (anche se leggere un testo poetico online è come avere un rapporto sessuale con il cronometro). Come dicevano i fratelli Coen? Non è un paese per vecchi. Ecco, non mi sembra, questo (questa cosa che se non decidi di isolarti senza connessioni sul monte Ararat ti profila e martella di informazioni per il 99 per cento inutili), un mondo per poeti. Un mondo fatto per riflettere su cose poco gratificanti come la poesia.
Comunque, ovviamente, continuo a scrivere. O, quantomeno, a tenere la poesia nella mia testa. Anche se di rado si traduce in parole scritte. I pensieri poetici vengono di notte, in quella specie di vita-coscienza parallela. Non so quando e come, dovrà uscirne un nuovo libro.
Inediti Continua a leggere
20 righe (per niente) facili di Pasquale Vitagliano

Si è affermata negli anni, ed è ormai riconoscibile, una linea poetica che fa risuonare una nuova e consapevole identità femminile attraverso la parola erotica. La raccolta Subbuglio (i Quaderni del Bardo) di Alessandra Peluso, recuperati dal 2020 proprio per questo, è esemplare di questa espressività. Donna/ beata solitudine/ dell’inquietudine// nessun uomo mai/ migliorarla saprà/ solo di escrementi la copre// mentre lei femminea/ scopre la linea della Verità/pavoneggiandosi saffica. Davvero, niente di confrontabile con poetiche che, pur trovando apprezzamenti, rischiano di portare, alla maniera di Marziale (appunto, non c’è stato già lui?), l’erotismo al livello della parafilia.
La parola ai poeti. Luca Campana
Voglio provare a suggerire attraverso una storia cosa significa per me questa parola, “poesia”. Nella storia c’è un bosco, e dentro il bosco un corpo forte e veloce che ne insegue un altro, più debole e lento, in fuga disperata e senza direzione. In breve il corpo debole e lento sente che l’altro gli è vicino, anzi gli è sopra, lo ha raggiunto, lo afferra. Ecco allora che in lui, nelle sue viscere, dal fondo di quel suo sentirsi soggiogato, affiora una voce, un’ultima parola, un grido scagliato contro l’ineluttabile soccombere; è allora che il corpo cambia forma, mette radici nella terra, le costole e i polmoni si aprono, il petto lascia spazio a un tronco che si staglia verticale, le braccia a rami, foglie, fiori. In questo nuovo perimetro di terra e aria, di radici e foglie e libertà rivendicata, c’è qualcosa che ha a che fare con l’essenza della poesia, qualcosa che ritrovo in ogni poeta in cui mi imbatto attraversando il mio bosco: soprattutto ha a che fare con ciò che chiamo ispirazione, la possibilità di trasformare il corpo della lingua, di saldarlo alla terra e all’aria che gli stanno intorno, di liberarlo. Tutto questo è paradossale e insieme magico, in fondo è un mistero, ma è una storia che in maniera implicita si ripete nelle pagine di tutti i poeti, radici libertarie, fatte di fiato. Nel mio caso specifico la profondità in cui trovo radicamento è connessa agli affetti, ai libri che amo, agli studenti che incontro, al paesaggio dei monti Sibillini, al nodo inestricabile di luoghi e lingua che è l’infanzia. Ma quella forza insondabile che ispira obbedisce a leggi tutte sue, e spesso ti attraversa in situazioni che mai avresti detto fertili, in cui però finisci per riconoscerti, proprio grazie alla parola, quando senti che lì, in quella sequenza di sillabe, c’è qualcosa che tiene, un terreno “ospitale”. Continua a leggere










