Archivi categoria: Poesia

Poetry Therapy, di Dome Bulfaro

Cosa fa il poetaterapeuta?

A un anno di pandemia e dopo un anno di rivista gli interrogativi si sono moltiplicati e amplificati anziché diradarsi. E anche le domande “Chi è il poetateraputa?” dello scorso numero di ottobre e “Cosa fa il poetateraputa?” che apre questo numero, prendono un significato e un sapore radicalmente diversi.

Cosa stai facendo della tua vita?

Deve essere qualcuno ad illuminarti la strada o devi essere tu la tua lanterna?

Sentiamo in noi stessi e nella società l’urgenza del cambiamento?

Queste tre domande di Krishnamurti sono quelle che in questo anno di pandemia continuano come un’eco a risuonarmi, imperative, nei condotti e nei cunicoli del corpo. Sono tre fra le domande più stringenti di questo filosofo apolide di etnia indiana, da porsi affinché ognuno di noi non abbia più paura e non fugga da se stesso. Il pensiero di Krishnamurti, infatti, ha indicato nel qui e ora, in qualsiasi tempo e luogo, un radicale cambiamento individuale e sociale che, già dagli anni sessanta del secolo scorso, ha preso a professare come non più procrastinabile e inderogabile anche solo per dirsi individui, ovvero persone non frammentate, condizione invece nella quale noi tutti esseri umani versiamo, oggi credo ancor più di allora. Continua a leggere→

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La parola ai poeti. Gabriele Marturano

“Guarda, io ammetto le mie colpe: preso il diploma, non ho mai più aperto un libro di poesie.”

 

Partiamo dall’assunto che ci sono colpe peggiori e che nessuno ci impone di leggere poesia. O meglio, qualcuno sì, finché andiamo alla scuola dell’obbligo, appunto.

Certamente la scuola dovrebbe essere quel luogo nel quale si crea negli studenti un nucleo di consapevolezza critica che permetta di avvicinarsi alla poesia senza farsi sconfortare dal disorientamento. Questo perché il disorientamento è connaturato ai testi che hanno uno spessore, che in quanto tale necessita di farsi ripercorrere, approfondire, carotare. Per cui bisognerebbe insegnare che non è un problema non capire all’istante tutto di quello che si legge, anche perché nella vita raramente capiterà di comprendere all’istante tutto quello che ci sta accadendo. Inoltre è bene precisare che “disorientare” non vuol dire “confondere gratuitamente” ma significa “far perdere per un istante i punti di riferimento assodati al fine di metterli in discussione, saggiarne la validità”. Continua a leggere→

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Trasversalità, di Rosa Pierno. Marco Furia

“Minime circostanze” di Marco Furia. Un soggetto linguistico.

La raccolta di brevissimi testi che Marco Furia ripropone in Minime circostanze, Contatti, Genova, 2021, caratterizzati dallo stile  dei suoi esordi, ci pone dinanzi a un protagonista che si nasconde attraverso un linguaggio impersonale. Egli sembra avere una mano che non gli appartiene: “Percossa, a mezzo ossute nocche della mano destra, verniciata superficie di lignea porta, ottenuto vocale permesso di entrata, superò marmorea soglia”. L’elisione degli articoli determinativi o indeterminativi e l’uso battente del participio passato apparecchiano un’esposizione oggettiva dei fatti che appare priva di interpretazione. L’aggettivazione, sempre presente, qualifica la materia degli oggetti in maniera precisa e sintetica. Da questo effluvio impersonale, però a poco a poco viene fuori una persona. Dall’insieme dei singoli momenti si rivela una sensibilità a volte delicatissima, a volte insofferente. Emersione a cui non si può opporre nemmeno lo scrittore. Continua a leggere→

Domenico Lombardini, Canto chiuso

*
con furore – troppo
ché sei stato viscera
oltre l’accenno di epidermide –
al dolore dare unguento
sul corpo quasi mio
per spremitura di carne
– ed è un giglio.
di fiore in dolore: non voluto
ché al vederlo tremo, vedi?
farai lo stesso, sei innocente: un figlio –
di dolore in fiore, di fiore in dolore.

*
volevo soltanto
lunghi baci – non credi
di aver voluto troppo?

il miracolo è l’accaduto
la grazia l’accidente –
a cui, come al bere la sete
precipitosamente all’acqua. Continua a leggere→

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Camminando, di Francesco Dalessandro

nota di Antonio Devicenti

Camminando è un libro nel quale la poesia coincide con la memoria, con il dire in versi itinerari (lungo i quali si cammina, appunto), di scrittura ed esistenziali, i quali si danno a essere seguiti e percorsi in forza di un’espressione limpida, rigorosa.

Camminando raccoglie testi scritti in anni e fasi differenti della vita e della scrittura. Nello stile umanissimo e franco, armonioso di Francesco Dalessandro ecco, allora, luoghi, situazioni, incontri cui siamo già avvezzi per aver letto le opere precedenti dell’autore. E c’è una commovente e persuasiva fiducia nella parola che non dismaga dalla presenza del dolore e del lutto, ma che cordiale accompagna il lettore lungo le pagine, di capitolo in capitolo, nutrita di virgiliana pietas, di oraziano modus in rebus.

Accade così che la misura del verso (endecasillabo o settenario o comunque modellato su questi metri nobili), che l’eventuale rima, che la cadenza strofica veramente rendano il ritmo di un camminare attraverso i luoghi e i tempi della vita; che, non diaristica ma attentissima all’esistere, la poesia restituisca quello che il tempo ha tolto.

La scrittura può essere, ancora oggi, un esercizio di saggezza e di fortezza, di chiarezza e di temperanza, un trattato de senectute nel senso che, rileggendo quanto scritto anche in gioventù e riproponendolo, si guarda alla propria raggiunta età come a una nuova tappa del cammino, ulteriormente inverando il senso del titolo, bellissimo e significante gerundio.

 

Francesco Dalessandro, Camminando, Roma, Edizioni Il Labirinto 2023

La parola ai poeti. Andrea Margiotta

[foto di Simona Nobili]

Raccolgo l’invito cortese di Fabrizio Centofanti, e con piacere torno su La poesia e lo spirito forse per la quarta volta. Ho pubblicato un nuovo libro, uscito a giugno nel 2022 (a 22 anni dal primo!) nella collana di Passigli fondata da Mario Luzi. http://www.passiglieditori.it/il-paradiso-allombra-delle-spade. Mi fa piacere, perché Luzi – il candidato italiano al Nobel proposto dall’Accademia dei Lincei per anni – lo frequentai a Firenze, nella sua casa “spartana” e piena di libri sparsi. Io studiavo e abitavo a Bologna (poco distante dalle Due Torri, dunque in pieno centro), ma passavo lunghi soggiorni nella villa sui colli di una mia fidanzata fiorentina, figlia di un architetto persiano. Lei mi portava in macchina a casa del maestro, e mi veniva a prendere puntuale dopo un’ora e mezza; di solito gli incontri duravano quel tempo lì: nella prima ora, io e lui parlavamo dei “massimi sistemi” e di temi legati alla sua poesia, nell’ultima mezz’ora, Luzi leggeva i testi miei che gli portavo, e mi dava  pareri e consigli. Il “format” era sempre quello. Solo l’ultimo incontro durò due ore (ma non sapevo che sarebbe stato tale per questioni mie private): pioveva a dirotto, dovevo fare delle fotocopie e Luzi mi prestò un suo ombrello gigante che gli avevano regalato, ma che non aveva mai usato. Aveva anche un sorrisetto, vedendomi uscire con quell’ombrello-paracadute imbarazzante (ma comodo). Poi tornai, e lui pareva incuriosito da una lampadina che si era accesa, fatto anomalo perché era sempre spenta (forse aveva dimenticato di cambiarla). La luce, nella poesia di Luzi (specie nelle sue ultime stagioni), ha sempre avuto una sua importanza, anche metafisica. Per questo, tra i miei testi che leggerete sotto, ne ho scelti due, diciamo così, in tema. Continua a leggere→

La parola ai poeti. Fabrizio Miliucci

Provando senza successo a scrivere qualche pagina di “poetica” su invito di Fabrizio Centofanti, mi sono imbattuto in un file audio di cui non conservavo nessuna memoria, registrato dopo aver licenziato il mio secondo libro (Saggio sulla paura, 2022) a dodici anni dalla prima prova (Nuove poesie, 2010). Ne trascrivo il testo.

Mi decido a parlare dentro questa macchina perché non ho voglia di scrivere – e in un certo senso ho paura di scrivere – su quello che riguarda il mio rapporto con la poesia, o meglio su quello che io ho riversato nella poesia in questa prima parte di vita e intorno a quanto me ne rimane al giorno d’oggi, rispetto alle idee e al senso che alla parola poesia avevo dato in anni precedenti.

?Faccio questo licenziando un secondo libro che ho messo insieme, malgrado anni di profondissima sfiducia nei confronti della poesia, nei quali ho cercato di abbandonarla, riducendola a zero per lunghi periodi, cercando di sfibrarla e di fare in modo che non esistesse più, perché ero arrivato a odiare l’idea di poesia che era cresciuta in me, fino alla pubblicazione del primo libro. La questione è molto difficile perché non si tratta solo della poesia ma del rapporto che ho avuto con me stesso, dato che per un periodo l’identificazione con questo valore esistenziale-emotivo era stato portante. Continua a leggere→

Isabella Bignozzi, Memorie fluviali

di Rosa Salvia

Isabella Bignozzi, Memorie fluviali, MC edizioni, Milano 2022

 

La poesia di Isabella Bignozzi è calda, delicatissima e quasi violenta nell’amore che esprime.

Originale nella percezione e nella formulazione delle sue metafore, unisce un vivo sentimento

del reale a un teso ascolto della sua raison de coeur.

Un “quaderno di spine” che si dipana attraverso un dire sottratto al tempo, forma accertata e durevole da opporre agli eventi ambigui e precari dell’esistenza.

Rinvii ed echi si diramano da profondità e sapienze ancestrali, da un’innata vocazione alla classicità, fino a coniugare versi di sofferta consapevolezza (sulla scia di poeti quali Paul Celan): […] non cercare il guado indenne / l’astro, il chiarore / canta il velo che sbiadisce / la ruggine sul fondale / la spina del cardo // se vuoi esser (poeta) / con quelli tesi alla bellezza salvifica dell’amore in senso lato (dove Amore e Divino rappresentano un corpo unico come per Cristina Campo): […] lo vedi amore mio / con questa preghiera selvaggia fiamma libera / come saliamo in alto sopra il taglio e la tregua / com’è avvolta di salvezza ogni nostra cura // e queste nere piccole morti / che provano a stringerci i polsi / non hanno più la via né le mani / diventano giorno diventano acqua // ora che tutto schiarisce e aiuta / le persiane che biascicano il buio / fanno estate dolce, nave che salpa, vela pulita / fanno luce di alba buona.  Continua a leggere→

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Trasversalità, di Rosa Pierno. Gabriella Drudi

Gabriella Drudi “Senza titolo”, frammenti, Anterem n. 56, I semestre 1998

I frammenti di Gabriella Drudi, pubblicati dalla rivista Anterem n.56, I semestre 1998, sono tratti da Senza titolo, edito dallo Studio Durante nell’autunno del 1989 in occasione della mostra – dedicata a Samuel Beckett  – di Claudio Adami, Luisa Gardini, Nunzio, Pizzi Cannella, Marco Tirelli, Toti Scialoja.  Artisti diversissimi fra loro, dunque, ma nei quali la Drudi riconosce un comune atteggiamento nei confronti dell’arte: essi, infatti, guardano alla tela:

“come al luogo dove può accadere di tutto e persino uno scambio di residui umani non meno persuasivi di tanti eccessi
e non sostegno di vaste ideologie, estetiche salvifiche, o raffigurazioni di una cascata spumeggiante per depressione del letto vuoi esterno vuoi interno
il preteso silenzio è brulicante di parole, la pittura cosiddetta astratta ci ossessiona di figure, così come la nostra supposta vita interiore che si dà in un video di voci fugaci e scorie di apparenze”.
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In origine (L’albero)

Tornare agli archetipi significa riprendere il gioco necessario con il mondo, non dargli una risposta. 

Risaliamo la corrente fino all’Albero-Frutto, in cui non c’è distinzione e tutto è unito, il bene e il male, l’inizio e la fine.

La Donna, mangiandone, assimila questa coesistenza tra gli opposti, che si porterà dentro per sempre. Non sarà più separata neppure dal mondo: la conoscenza è ormai interiore, è un sapore, non è più solo distaccata visione.

Forse, l’errore della Donna non è il desiderio, ma l’impazienza. Nell’assaggio, è stata la prima. E la prima è anche l’unica, in quell’attimo fondante di solitudine, di non-condivisione.

Tornare agli archetipi significa riprendere il gioco necessario con il mondo, non dargli una risposta. 

Risaliamo la corrente fino all’Albero-Frutto, in cui non c’è distinzione e tutto è unito, il bene e il male, l’inizio e la fine.

La Donna, mangiandone, assimila questa coesistenza tra gli opposti, che si porterà dentro per sempre. Non sarà più separata neppure dal mondo: la conoscenza è ormai interiore, è un sapore, non è più solo distaccata visione.

Forse, l’errore della Donna non è il desiderio, ma l’impazienza. Nell’assaggio, è stata la prima. E la prima è anche l’unica, in quell’attimo fondante di solitudine, di non-condivisione.

In origine

L’albero

[…] 

Io sono l’albero-frutto

succoso

in tutte le mie parti.

Da me si passa

per morire.

La donna lo sapeva:

per generare

barattò l’eterno con la storia […]

 

La linea d’ombra di Ezio Settembri

di Angelo Restaino

La prima raccolta poetica di Ezio Settembri (Macerata, 1981), D’altra luce, edita da peQuod, collana portosepolto di Luca Pizzolitto, nel 2023, è un libro che tutti i poeti almeno per tirocinio dovrebbero provare a scrivere. Chiunque faccia poesia dovrebbe provarci perché vi si pone in versi in modo esemplare un tema lirico di partenza, la ricognizione del manifestarsi dei segni familiari nella memoria e nel sangue, l’usarli come rampa di lancio per il volo futuro che ci si sceglie. Settembri ha saggiamente posto questo tentativo all’inizio del suo pubblicato, riuscendoci completamente e confezionando un esordio che si pone come un solido e visibile riferimento nel (fortunatamente, per chi scrive: a chi legge, poi, tocca il piacere di sceverare) tanto che si scrive e pubblica “andando a capo”. Continua a leggere→

20 righe (per niente facili) di Pasquale Vitagliano

Ho conosciuto Andrea Temporelli come poeta rigoroso e critico esigente. Ma ci sono energie magmatiche che hanno bisogno di rompere la crosta per emergere in superficie con tutta la loro forza. L’amore e tutto il resto – Poesie 1996-2022 (Intelinea, 2023) è un’antologia eruttiva, calda nelle vene e lucidissima nel pensiero. Divisa in nove sezioni, tuttavia, ruota intorno al poemetto Terramadre, che mi sembra il perno centrale o il nucleo focale. Nella sua cadenza orfica, ci scopriamo orfani in una terra di padri menzogneri e di madri cune funerarie, privi di una lingua per dire dolore e amore, debitori unicamente verso la poesia che ci ha fornito le parole per dire addio e così salvarci e vivere definitivamente.

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Giacomo Bergamini

Specchi e riti

questi lividi
esortati da respiri
questo boccone di domande
e questa morte evocata
a bassa voce
questi sogni disegnati
sulle acque
a gesti raccontati
a sbadigli
questo calendario crudele
inchiodato dalle date
e affollato di angosce
e a forza lieto
una malattia citata
in un sermone
che i chiodi raccolgono
a memoria
e che la ragione diserta
come un alibi sfuggente
e protetto
gremite recite e saluti
dolorosamente giustificati
da pretese pressanti
e un po’ uterine