Scrivo poesia dai 18 anni (prima disegnavo, ho disegnato e dipinto per un bel po’). La pubblico più o meno dal 1990. Ovvio che, a 63 anni, non creda più nella poesia. Quando vedo, sui supplementi dei quotidiani, le pagine dedicate ai poeti – quelli vivi, i morti sono quasi sempre più interessanti e dignitosi, se non altro perché non si autopromuovono sui blog come linee di integratori –, solitamente passo oltre. Sulla rete, un filo di interesse in più (anche se leggere un testo poetico online è come avere un rapporto sessuale con il cronometro). Come dicevano i fratelli Coen? Non è un paese per vecchi. Ecco, non mi sembra, questo (questa cosa che se non decidi di isolarti senza connessioni sul monte Ararat ti profila e martella di informazioni per il 99 per cento inutili), un mondo per poeti. Un mondo fatto per riflettere su cose poco gratificanti come la poesia.
Comunque, ovviamente, continuo a scrivere. O, quantomeno, a tenere la poesia nella mia testa. Anche se di rado si traduce in parole scritte. I pensieri poetici vengono di notte, in quella specie di vita-coscienza parallela. Non so quando e come, dovrà uscirne un nuovo libro.
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