La parola ai poeti. Luisa Pianzola

Scrivo poesia dai 18 anni (prima disegnavo, ho disegnato e dipinto per un bel po’). La pubblico più o meno dal 1990. Ovvio che, a 63 anni, non creda più nella poesia. Quando vedo, sui supplementi dei quotidiani, le pagine dedicate ai poeti – quelli vivi, i morti sono quasi sempre più interessanti e dignitosi, se non altro perché non si autopromuovono sui blog come linee di integratori –, solitamente passo oltre. Sulla rete, un filo di interesse in più (anche se leggere un testo poetico online è come avere un rapporto sessuale con il cronometro). Come dicevano i fratelli Coen? Non è un paese per vecchi. Ecco, non mi sembra, questo (questa cosa che se non decidi di isolarti senza connessioni sul monte Ararat ti profila e martella di informazioni per il 99 per cento inutili), un mondo per poeti. Un mondo fatto per riflettere su cose poco gratificanti come la poesia. 

Comunque, ovviamente, continuo a scrivere. O, quantomeno, a tenere la poesia nella mia testa. Anche se di rado si traduce in parole scritte. I pensieri poetici vengono di notte, in quella specie di vita-coscienza parallela. Non so quando e come, dovrà uscirne un nuovo libro. 

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20 righe (per niente) facili di Pasquale Vitagliano

Si è affermata negli anni, ed è ormai riconoscibile, una linea poetica che fa risuonare una nuova e consapevole identità femminile attraverso la parola erotica. La raccolta Subbuglio (i Quaderni del Bardo) di Alessandra Peluso, recuperati dal 2020 proprio per questo, è esemplare di questa espressività. Donna/ beata solitudine/ dell’inquietudine// nessun uomo mai/ migliorarla saprà/ solo di escrementi la copre// mentre lei femminea/ scopre la linea della Verità/pavoneggiandosi saffica. Davvero, niente di confrontabile con poetiche che, pur trovando apprezzamenti, rischiano di portare, alla maniera di Marziale (appunto, non c’è stato già lui?), l’erotismo al livello della parafilia.

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La parola ai poeti. Luca Campana

Voglio provare a suggerire attraverso una storia cosa significa per me questa parola, “poesia”. Nella storia c’è un bosco, e dentro il bosco un corpo forte e veloce che ne insegue un altro, più debole e lento, in fuga disperata e senza direzione. In breve il corpo debole e lento sente che l’altro gli è vicino, anzi gli è sopra, lo ha raggiunto, lo afferra. Ecco allora che in lui, nelle sue viscere, dal fondo di quel suo sentirsi soggiogato, affiora una voce, un’ultima parola, un grido scagliato contro l’ineluttabile soccombere; è allora che il corpo cambia forma, mette radici nella terra, le costole e i polmoni si aprono, il petto lascia spazio a un tronco che si staglia verticale, le braccia a rami, foglie, fiori. In questo nuovo perimetro di terra e aria, di radici e foglie e libertà rivendicata, c’è qualcosa che ha a che fare con l’essenza della poesia, qualcosa che ritrovo in ogni poeta in cui mi imbatto attraversando il mio bosco: soprattutto ha a che fare con ciò che chiamo ispirazione, la possibilità di trasformare il corpo della lingua, di saldarlo alla terra e all’aria che gli stanno intorno, di liberarlo. Tutto questo è paradossale e insieme magico, in fondo è un mistero, ma è una storia che in maniera implicita si ripete nelle pagine di tutti i poeti, radici libertarie, fatte di fiato. Nel mio caso specifico la profondità in cui trovo radicamento è connessa agli affetti, ai libri che amo, agli studenti che incontro, al paesaggio dei monti Sibillini, al nodo inestricabile di luoghi e lingua che è l’infanzia. Ma quella forza insondabile che ispira obbedisce a leggi tutte sue, e spesso ti attraversa in situazioni che mai avresti detto fertili, in cui però finisci per riconoscerti, proprio grazie alla parola, quando senti che lì, in quella sequenza di sillabe, c’è qualcosa che tiene, un terreno “ospitale”. Continua a leggere→

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Poetry Therapy, di Dome Bulfaro

Cosa fa il poetaterapeuta?

A un anno di pandemia e dopo un anno di rivista gli interrogativi si sono moltiplicati e amplificati anziché diradarsi. E anche le domande “Chi è il poetateraputa?” dello scorso numero di ottobre e “Cosa fa il poetateraputa?” che apre questo numero, prendono un significato e un sapore radicalmente diversi.

Cosa stai facendo della tua vita?

Deve essere qualcuno ad illuminarti la strada o devi essere tu la tua lanterna?

Sentiamo in noi stessi e nella società l’urgenza del cambiamento?

Queste tre domande di Krishnamurti sono quelle che in questo anno di pandemia continuano come un’eco a risuonarmi, imperative, nei condotti e nei cunicoli del corpo. Sono tre fra le domande più stringenti di questo filosofo apolide di etnia indiana, da porsi affinché ognuno di noi non abbia più paura e non fugga da se stesso. Il pensiero di Krishnamurti, infatti, ha indicato nel qui e ora, in qualsiasi tempo e luogo, un radicale cambiamento individuale e sociale che, già dagli anni sessanta del secolo scorso, ha preso a professare come non più procrastinabile e inderogabile anche solo per dirsi individui, ovvero persone non frammentate, condizione invece nella quale noi tutti esseri umani versiamo, oggi credo ancor più di allora. Continua a leggere→

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La parola ai poeti. Gabriele Marturano

“Guarda, io ammetto le mie colpe: preso il diploma, non ho mai più aperto un libro di poesie.”

 

Partiamo dall’assunto che ci sono colpe peggiori e che nessuno ci impone di leggere poesia. O meglio, qualcuno sì, finché andiamo alla scuola dell’obbligo, appunto.

Certamente la scuola dovrebbe essere quel luogo nel quale si crea negli studenti un nucleo di consapevolezza critica che permetta di avvicinarsi alla poesia senza farsi sconfortare dal disorientamento. Questo perché il disorientamento è connaturato ai testi che hanno uno spessore, che in quanto tale necessita di farsi ripercorrere, approfondire, carotare. Per cui bisognerebbe insegnare che non è un problema non capire all’istante tutto di quello che si legge, anche perché nella vita raramente capiterà di comprendere all’istante tutto quello che ci sta accadendo. Inoltre è bene precisare che “disorientare” non vuol dire “confondere gratuitamente” ma significa “far perdere per un istante i punti di riferimento assodati al fine di metterli in discussione, saggiarne la validità”. Continua a leggere→

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Valentina Calista, due testi per san Francesco

Nella cella scura
la pietra è verbo,
parole di vero e vento
(San Francesco, San Bernardino
da Siena) e sacre orme
nella terra nell’aria.
È tutta una benedizione
d’incanti e pietre,
luogo di creature
solcate da silenzio e luce.
Luogo di canti smodati e vento
lecci secolari e chiome.

Benedette le vostre mani
Insieme, salvezza degli ultimi,
ad indicare le stelle
a chi le costellazioni
non sapeva guardarle.

Tutta questa pietra
scavata da preghiere
che sanno d’abissi e luci,
quotidiano intercedere
in ombra, cecità occulta
prima io, secondi voi, tutti.
C’è vita che parla eternata
in secolari gesti d’umiltà.
Piegatevi al volere dei santi.
Piegatevi al sonno dei pazzi.

*

Laudato si’, mi’ Signore
cum tucte le tue creature,
per ogni soffio di vento
che non tace e crea agitazione,
per tucte le fiamme del cielo
della cui luce conosco il nome,
per ogni gesto fatto presenza
e taciturna responsabilità d’amore,
per la salvezza còlta nel fiore
per la saggezza dell’albero
per la notte che crea preghiera
per la vita che si compie a sera.
Laudate et benedicete mi’ Signore’ et ringratiate
che la vita col suo sguardo tempesta può causare.

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Giornata mondiale degli animali

Il cane Maruska
Non una fiaba

di Stefanie Golisch

C’era una volta – e c’è ancora – un piccolo paese di montagna. In mezzo al paese vive il cane Maruska. Il paese è bello e la gente è alla mano. Che cane felice, si direbbe, ma non è così. Il cane Maruska vive legato a una catena lunga un metro. In mezzo al paese, sotto gli occhi di tutti. Poverina, dice qualcuno, fa pena il cane Maruska che vive di acqua e pane sotto il cielo aperto che per lei è un quadretto d’infinito. Per gli altri, la maggior parte, è soltanto un cane, e la vita di un cane è così perché è sempre stata così e perciò è giusto che sia così. Ma prima o poi arriva chi non è d’accordo che il cane Maruska sia soltanto un cane, e lo dice ad alta voce, e perché nessuno vuole sentire, lo dice ancora più forte, ma ancora nessuno vuole apprendere la grande novità che il cane Maruska non è soltanto un cane, ma uno di noi. E perché tutto deve rimanere così com’è sempre stato, questa voce deve smettere. I cani sono i cani e gli uomini sono gli uomini, dice la brava gente, cattivo, invece, è chi sostiene il contrario. Il cane Maruska non sa nulla di tutto ciò. È contenta quando qualcuno le porta da mangiare, è felice di una carezza e, a modo suo, ama l’uomo che la fa vivere così perché lui è il suo padrone. La storia del cane Maruska non ha nulla da insegnare, non si presta a diventare una fiaba, la sua storia è la vita stessa che non conosce lieti fini, ma lascia sempre tutte le domande aperte poiché nessuno di noi possa mai dormire tranquillo.

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Uomo del suo tempo

August Schrader (1906-1943)

a mio fratello Andreas Maximilian Golisch (1963-2022)

La realtà deve diventare vecchia per diventare reale.
Stig Dagermann

La vita è uno sforzo continuo per raggiungere l’armonia, visto che può sopravvivere solo come un sistema armonioso di materiali e di energie. Più una creatura è armoniosa, più semplice, più adattabile, più a lungo vive la sua specie: l’eterna ricerca dell’equilibrio pervade tutto ciò che accade. Il mondo è un sistema di continui bilanciamenti.
Leggo queste parole in uno testo che mio nonno, l’operaio August Schrader (1906-1943), aveva scritto alla fine degli anni ’30 del secolo scorso. I suoi appunti, apparentemente di tipo scientifico, in realtà, sono un appassionato trattato sulle connessioni cosmiche che ci muovono e che noi stessi, in quanto parte del grande universo del vivente, muoviamo.

Non è casuale che, proprio in questo momento della mia vita, abbia cominciato ad interessarmi del lascito di mio nonno. Sebbene mio fratello l’avesse digitalizzato già qualche anno fa, è stato solo quando sono entrata in possesso dei documenti originali che la sua lontana figura ha preso vita.
Morto a 37 anni sul fronte russo, ha lasciato uno spazio vuoto che lo ha predisposto a diventare uno specchio di perenne autointerrogazione: per mia madre, che all’età di tredici anni aveva perso il padre e per i suoi figli, cresciuti con l’idea – anche se mai espressa esplicitamente – di non aver conosciuto il membro più prezioso della loro famiglia.

L’unico ritratto fotografico che esiste di lui, mostra un giovane uomo sulla trentina con folti capelli scuri e piccoli occhiali rotondi. Probabilmente si tratta di una foto tessera che è stata ingrandita dopo la sua morte: questa nitida immagine di un bell’uomo il cui aspetto denota uno stile assai personale. Infatti, il tessuto dell’abito, il gilet di lana, la camicia finemente rigata e il papillon a pois sono accuratamente coordinati. Su quali modelli si sarà formato il suo gusto, tutt’altro che scontato per un uomo della sua classe sociale?
Non lo so.
Questa frase è il mantra che ritmerà la mia ricerca.
Non lo so.
Sul piano concreto è impossibile ricostruire gli avvenimenti e per quanto riguarda le particolari atmosfere del suo tempo – odori, sapori, idiomi, modi di pensare e di agire – possono essere solo accennate di volta in volta in forma interrogativa.
Da quel poco che mi ricordo dei racconti di mia madre e di mia nonna e da quello che mi permetto di immaginare, cercherò di dare un volto a un uomo morto ottant’anni fa che nessuno ricorda più tranne me. Continua a leggere→

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Trasversalità, di Rosa Pierno. Marco Furia

“Minime circostanze” di Marco Furia. Un soggetto linguistico.

La raccolta di brevissimi testi che Marco Furia ripropone in Minime circostanze, Contatti, Genova, 2021, caratterizzati dallo stile  dei suoi esordi, ci pone dinanzi a un protagonista che si nasconde attraverso un linguaggio impersonale. Egli sembra avere una mano che non gli appartiene: “Percossa, a mezzo ossute nocche della mano destra, verniciata superficie di lignea porta, ottenuto vocale permesso di entrata, superò marmorea soglia”. L’elisione degli articoli determinativi o indeterminativi e l’uso battente del participio passato apparecchiano un’esposizione oggettiva dei fatti che appare priva di interpretazione. L’aggettivazione, sempre presente, qualifica la materia degli oggetti in maniera precisa e sintetica. Da questo effluvio impersonale, però a poco a poco viene fuori una persona. Dall’insieme dei singoli momenti si rivela una sensibilità a volte delicatissima, a volte insofferente. Emersione a cui non si può opporre nemmeno lo scrittore. Continua a leggere→

La scialuppa


Riparare, un concetto d’altri tempi, soprattutto in questi anni in cui si parla di fine del Cristianesimo, di risorse da trovare  nel Vangelo scartando la fede. Che vogliamo riparare? Ogni volta che si mette un mattone si aprono altre brecce, nella nave che affonda c’è poco da pensare a restauri. Eppure, come ha scritto De Gregori, anche in un naufragio bisogna mangiare. L’Eucaristia è la scialuppa che salva quando tutto sembra andare a picco.

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Domenico Lombardini, Canto chiuso

*
con furore – troppo
ché sei stato viscera
oltre l’accenno di epidermide –
al dolore dare unguento
sul corpo quasi mio
per spremitura di carne
– ed è un giglio.
di fiore in dolore: non voluto
ché al vederlo tremo, vedi?
farai lo stesso, sei innocente: un figlio –
di dolore in fiore, di fiore in dolore.

*
volevo soltanto
lunghi baci – non credi
di aver voluto troppo?

il miracolo è l’accaduto
la grazia l’accidente –
a cui, come al bere la sete
precipitosamente all’acqua. Continua a leggere→

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Vicino


Scriveva Lorca: Dio è molto lontano. È l’impressione che si può avere facilmente, nel caos della vita quotidiana. Gesù, invece, è in noi, Ospite ignoto, spesso indesiderato e emarginato. Basterebbe farci amicizia per scrivere un verso mai letto: Dio è molto vicino.

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Camminando, di Francesco Dalessandro

nota di Antonio Devicenti

Camminando è un libro nel quale la poesia coincide con la memoria, con il dire in versi itinerari (lungo i quali si cammina, appunto), di scrittura ed esistenziali, i quali si danno a essere seguiti e percorsi in forza di un’espressione limpida, rigorosa.

Camminando raccoglie testi scritti in anni e fasi differenti della vita e della scrittura. Nello stile umanissimo e franco, armonioso di Francesco Dalessandro ecco, allora, luoghi, situazioni, incontri cui siamo già avvezzi per aver letto le opere precedenti dell’autore. E c’è una commovente e persuasiva fiducia nella parola che non dismaga dalla presenza del dolore e del lutto, ma che cordiale accompagna il lettore lungo le pagine, di capitolo in capitolo, nutrita di virgiliana pietas, di oraziano modus in rebus.

Accade così che la misura del verso (endecasillabo o settenario o comunque modellato su questi metri nobili), che l’eventuale rima, che la cadenza strofica veramente rendano il ritmo di un camminare attraverso i luoghi e i tempi della vita; che, non diaristica ma attentissima all’esistere, la poesia restituisca quello che il tempo ha tolto.

La scrittura può essere, ancora oggi, un esercizio di saggezza e di fortezza, di chiarezza e di temperanza, un trattato de senectute nel senso che, rileggendo quanto scritto anche in gioventù e riproponendolo, si guarda alla propria raggiunta età come a una nuova tappa del cammino, ulteriormente inverando il senso del titolo, bellissimo e significante gerundio.

 

Francesco Dalessandro, Camminando, Roma, Edizioni Il Labirinto 2023

Incontri XXIII

Raccolto degli angeli

di Ana Blandiana (Romania, 1942)

… di tanto in tanto
uno scontro
come dopo la caduta
dei frutti nell’erba.
Come passa il tempo!
Gli angeli, più che maturi, cominciano
a cadere:
è autunno anche in cielo…

Sonnetto

di Bill Knott (USA, 1940-2014)

Nel modo in cui il mondo non è
Sorpreso di te
Neanche una foglia che lancia uno sguardo
Quando usciamo di casa
Mi fa pensare
Che la bellezza è naturale, non si fa notare
E non si dovrebbe nemmeno nominare
Tranne che nel momento in cui succede
Quando si canta e si lavora insieme
Quando ci si innamora sotto gli sguardi dei vicini
E quando tu raccogli i tuoi capelli ribelli per uscire
E naturalmente quando io
Sono sorpreso di te
Nel modo in cui il mondo non è
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