da qui
Trasparenza
Il vizio della solitudine, di Raul Montanari
Per capire le tematiche di questo romanzo che, dietro la formula del noir, è ben congegnato e racchiude riflessioni filosofiche sulla letteratura odierna, sull’esistenza e sulla storia contemporanea, bisogna partire dal titolo: Il vizio della solitudine è, per il protagonista del libro, Ennio Guarnieri, baldo cinquantenne, ex ispettore di polizia, freudianamente, la coazione a ripetere, che lo trascinerà in un mare di guai più o meno brillantemente risolti, secondo le regole classiche della narrativa gialla o poliziesca. Guarnieri è un uomo solo che forse tale vuole essere: l’individualismo lo conduce a fare da sé, come poliziotto, killer, marito, amante, scolaro, complice e vittima di un sistema dove tutto sembra al contempo perfetto e rovinoso. La sua solitudine è scandita da una serie infinita di mancanze o privazioni: nel corso della lettura vengono meno, per svariate ragioni, tutti i personaggi che gli ruotano attorno e che simboleggiano, ai suoi occhi, ideali differenti: la conoscenza e la cultura per la donna anziana; l’amore e il sesso per quella giovane; la furbizia e l’astuzia per l’alter ego Velardi (quasi un Sancho Panza maturo rispetto alle azioni talvolta donchisciottesche di Guarnieri, prossimo altresì al candido di Voltaire); la legge e la giustizia per i due amici ancora nella polizia che, con lui, personificano il dilemma vitale legge/giustizia, la tentazione di una giustizia personale che vendicherebbe l’eccesso degli errori legislativi. Guarnieri, dunque, un po’ alla Callaghan di Clint Eastwood, ma con una vena malinconica che ricorda piuttosto il Philippe Marlow di Raymond Chandler, calata in un contesto milanese da cui emergono le rognose questioni sociali, dalla criminalità organizzata all’immigrazione clandestina. In mezzo, in senso autoscale proiettivo, emergono anche i tic caratteriali, talvolta morbosi, talaltra reiterati, replicati all’ennesima potenza dalla mania di Belardi per cibi e salse orientali, forse unico lato comico di un romanzo che tiene sempre con il fiato sospeso. Montanari sa bene utilizzare le grammatiche della fantasia: bilancia perfettamente gli ingredienti di una prosa al contempo letteraria e seriale, dura e romantica, azione pura ed esistenzialismo moderato. E cavalca, forse, un’esigenza della narrativa odierna: inseguire il successo cercando di realizzare, al tempo stesso, i propri ideali.
Raul Montanari, Il vizio della solitudine, Baldini& Castoldi, Milano 2021.
Futuro
Andrea legge nel tubo: Canti delle Oasi, di Arturo Onofri.
Le ‘letture’ di Andrea Sciuto.
Nato in provincia di Bergamo da genitori siciliani, Andrea Sciuto vive tra Catania e Bergamo, dove lavora come insegnante di lettere. Fa parte del Circolo dei Narratori di Bergamo, gruppo di volontari che organizza iniziative di promozione della lettura insieme alle biblioteche pubbliche.
Oggi Andrea legge tre poesie di Arturo Onofri:
– da Canti delle oasi, I;
– da Canti delle oasi, “Per vivere soltanto”;
– da Arioso, “Mattinata”.
VOCI
Voci, rubrica di poesia “partecipata” a cura di Francesco Sasso.
Leggere e condividere poesie in rete è molto bello. Questa nuova rubrica è aperta a tutti gli appassionati della poesia.
Cosa cerchiamo? In La metrica italiana, Beltrami scrive «versificazione è un concetto tecnico, che riguarda i tipi di discorso dotati di certe caratteristiche formali, mentre “poesia” è un concetto estetico, sentito come diverso da quello di versificazione fin dalle più antiche teorie estetiche che hanno avuto importanza nella cultura occidentale» (Beltrami, 2011, p.13).
Noi cerchiamo la poesia con la p minuscola. Potete quindi segnalare nei commenti il vostro spazio poetico in rete o copiare/incollare una vostra poesia. Noi scegliamo e rilanciamo la poesia su queste pagine. (f.s.)
Sinergia
“Tra parola e mondo”, Angelo Andreotti
di Giovanna Menegùs

Tempo, silenzio-dialogo, mondo.
Questi mi paiono i nuclei del nuovo libro di versi di Angelo Andreotti, che quanto o più dei precedenti vive tutto di variazioni tenui come increspature sul pelo dell’acqua, sfumature indistinte e sommesse come le nebbie della città in cui egli è nato e risiede, Ferrara – tra gli orizzonti distesi della pianura e il respiro del Po e della laguna veneta: un paesaggio e un’atmosfera che sono anch’essi protagonisti pervasivi, sottili della sua poesia. E in Tra parola e mondo si ritrovano quella «dizione piana e meditativa», quella «fragilità e sospensione» e le «figure d’ombra», «presenze lievi e discrete» che Antonio Prete segnalava nella prefazione a L’attenzione (ed. puntoacapo, 2019).
Criteri
Un’ossatura per il volo, di Raffaela Fazio
Raffaela Fazio. Un’ossatura per il volo (Raffaelli Editore, 2021)
Dalla Prefazione di Giovanna Rosadini
La grammatica dei sentimenti si struttura a partire dalla relazione primaria madre-figlio, il più antico e fondante dei legami umani. […] Ecco allora che Raffaela Fazio, due volte madre e arrivata alla soglia dei cinquant’anni, ha deciso di raccogliere le poesie scritte per i figli in una silloge a memento della stagione dell’infanzia, prima che sfugga […].
E se molto bene è descritto, nei versi per Juliette, il “corpo a corpo che caratterizza il rapporto madre-figlia nella sua originaria indifferenziazione” (Recalcati), ad esempio in Come te o in una memorabile poesia che restituisce tutto l’incanto di una totale devozione reciproca: “Nel buio vicina /come in una stiva /ti scopro sveglia / mia clandestina. / Non m’interpelli /solo parlotti piano / mentre mi tocchi /naso guance capelli / quasi impastassi in sordina / un drago di farina” (dove il drago, incarnazione della potenza materna, è una figura friabile plasmata da mani infantili), nelle poesie per David sono presenti icone (“piccolo forziere incustodito”, “ponte levatoio”) a riprova della consapevolezza che “nel legame madre-figlio l’eredità avviene sempre sullo sfondo di un’assenza, di una discontinuità, di una differenza già costituita” (sempre Recalcati, che in Le mani della madre ha analizzato e raccontato la maternità nell’epoca contemporanea).
Continua a leggereIl primo
Poesia italiana del XXI secolo

Doris Emilia Bragagnini è nata in provincia di Udine dove risiede, suoi testi sono presenti in riviste letterarie, antologie e poemetti collettivi, in vari lit-blog tra cui “Neobar” e “Giardino dei poeti” dove collabora in entrambi come redattrice. Il suo libro d’esordio è “Oltreverso” (Zona 2012), seguito da “Claustrofonia” (Ladolfi 2018) segnalato al Premio Lorenzo Montano (2017 inedito/ 2019 edito), segnalato al Premio Bologna in Lettere (2019), selezionato tra i venti editi finalisti al Premio Pagliarani 2019, segnalato al Premio Umbertide xxv Aprile (2020). Finalista con “Terra Nullius” sezione – Una poesia inedita – al Premio Lorenzo Montano 2020. Finalista con “Shhhh” sezione – Una poesia inedita – al Bologna In Lettere 2021.
Scenari
Il cannocchiale del tenente Dumont
Il cannocchiale del tenente Dumont, di Marino Magliani, L’orma Editore.
di Riccardo Ferrazzi
Nella massa dei gialli e dei noir che ingombrano i banchi delle librerie i romanzi di Marino Magliani hanno sempre spiccato per un particolare tono introspettivo (Quattro giorni per non morire, Quella notte a Dolcedo e Prima che te lo dicano altri, solo per citarne alcuni). Oggi Magliani abbandona le storie di genere e ci mette di fronte a una vera opera d’arte, la più impegnativa che sinora abbia affrontato.
Innanzitutto per la tematica. La diserzione, o il rifiuto dell’acquiescenza, era già presente più o meno sottotraccia nelle opere che ho già citato, ma qui, nel Cannocchiale del tenente Dumont, diventa il centro di ogni discorso. Continua a leggere
Gëzim Hajdari: In Italia ho sempre vissuto
In Italia ho sempre vissuto
nei quartieri popolari e malfamati,
sporcizia, immondizia e squallore,
abusivi, ladruncoli disperati,
in mezzo alle lucciole provocanti,
bianche, nere e gialle,
accanto ai papponi arricchiti,
vestiti con le camice strette
vistosamente sbottonate,
agli ex condannati per l’ennesima volta,
agli arresti domiciliari
e spacciatori spietati,
consumatori senza denti in bocca
insofferenti di sniffare
la dose della felicità. Continua a leggere
Difetti
Frammenti di Cinema # 40

Il cinema è donna. Le icone femminile prevalgono su quelle maschili. Marilyn Monroe batte senz’altro James Dean. Rarissimi, e generalmente brutti, sono i film del tutto privi di figure femminili. Anche quando lo stereotipo ha prevalso, ed effettivamente ha prevalso per lungo tempo, la donna nel cinema è sempre stata centrale, magari “oggetto” del desiderio come Gilda-Rita Hayworth, eppure vero motore di ogni azione. Non è un caso che proprio Marylin è tra le prime dive del cinema a ribellarsi al suo modello ne Gli spostati di John Huston del 1961, sceneggiato da Arthur Miller. La scena del cavallo domato con violenza a Stagecoach non è che la parabola del suo drammatico destino. E poi c’è Vienna-Joan Crawford in Johnny Guitar di Nicholas Ray (1954), la prima eroina LGBT nella storia del cinema.
Luigi Maria Corsanico legge Fernando Pessoa. 36
La forza
Giulio da un anno non è più con noi
di Antonio Sparzani

Mi sembra ancora incredibile di non potergli più telefonare con le domande più bizzarre e di non poter più offrirgli a casa mia quei dolcetti che spazzava via in un secondo, mentre si discuteva di Feyerabend (che lui mi insegnò ad amare) piuttosto che delle strane conseguenze della relatività speciale. Giulio Giorello era guarito, così diceva il tampone, dal covid, che non so come avesse fatto a prendere, ma la sua salute era minata già da altro e non ce l’ha fatta. Si era sposato (per la prima volta nella sua vita) tre giorni prima di morire, con Roberta Pelachin, della quale è da poco uscito un bel libro: La trappola delle emozioni — dal caso Phineas Gage (1848) alla terza guerra (2048), Mimesis 2021. Ho visto Roberta al funerale, stravolta e ancora incredula: sono stati proiettati, lì al funerale laico, degli spezzoni che mostravano Giulio in alcuni eventi pubblici di dibattito, ironia e competenza. Una cosa straziante. Io gli ho scritto due giorni dopo la morte qui, dove sono arrivati vari commossi commenti.
Dirigeva con fantasia e spregiudicatezza la collana “Scienza e idee” di Raffaello Cortina, Milano, riuscendo così a far pubblicare libri non solo di filosofia della scienza o di matematica, che erano le sue discipline accademiche ufficiali, ma altri, anche suoi del tutto “fuori linea”, da Topolino alla mitologia di Gilgamesh, sempre però con qualche arguto aggancio filosofico o comunque di sapienza anche spicciola. Non so cos’altro dire se non raccomandare di leggere i suoi libri e di guardare su youtube i filmati che lo riguardano.
A partire dal 12 giugno il Corriere della Sera vende con La Lettura una raccolta di suoi interventi, a cura di Antonio Carioti. L’ultimo in ordine di tempo è un’intervista a tre, curata da Annachiara Sacchi, con Elliot Ackerman, Sergio Harari e Giulio del 7 giugno 2020. Giulio è già formalmente guarito dal covid, ha il tampone negativo: alla domanda: “professor Giorello, lei come si sente dopo la sua battaglia? Diverso o come prima?”
Risposta: “La mia sensazione, dopo essere stato toccato personalmente dal virus, è di ottimismo, di speranza. Forse in questo sono cambiato.”
Una settimana prima di morire.
Penso proprio che valga la pena di dedicargli un po’ di tempo.












