La luce nella stanza, di Luca Benassi. Intervista ad Anna Maria Curci

FARE LUCE CON LA POESIA – intervista ad Anna Maria Curci

Vestire di luce il buio: è questo il compito della poesia per Anna Maria Curci. La luce deve poter fare piazza pulita di equivoci e menzogne, riuscendo a sollevare l’indignazione e la giusta collera per l’oscurità della Storia e della brutalità contemporanea. In quest’ottica la poesia può e deve farsi sacra, come una preghiera – anche laica – che sappia risvegliare ciò che è più profondamente umano. Continua a leggere

Angelo Tonelli

a cura di Giorgio Stella

Non c’è dio
che possa seguirli nelle tane
di carta in cui si annidano, né angelo
che accarezzi i loro spiriti da sempre troppo avvinti al favore di potenti
e meno potenti, comunque troppo poco oltre di sé, i mansueti
che giocano mansuetudini opportune e non intendono
il loro stesso cuore, la potenza
vera della poesia, della parola.
Io vi lascio
o poeti troppo umani, se poeti
siete, e non piuttosto
scriventi. Volo oltre
l’era che muore, tra gli angeli e gli umani
dentro e fuori lucenti

Lucerne nella luce, di Lucio Brandodoro

La luce che abbaglia

(G. Richter)

In quel tempo, Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni suo fratello e li condusse in disparte, su un alto monte. E fu trasfigurato davanti a loro: il suo volto brillò come il sole e le sue vesti divennero candide come la luce. Ed ecco apparvero loro Mosè ed Elia, che conversavano con lui.
Prendendo la parola, Pietro disse a Gesù: «Signore, è bello per noi essere qui! Se vuoi, farò qui tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elia». Egli stava ancora parlando, quando una nube luminosa li coprì con la sua ombra. Ed ecco una voce dalla nube che diceva: «Questi è il Figlio mio, l’amato: in lui ho posto il mio compiacimento. Ascoltatelo».
All’udire ciò, i discepoli caddero con la faccia a terra e furono presi da grande timore. Ma Gesù si avvicinò, li toccò e disse: «Alzatevi e non temete». Alzando gli occhi non videro nessuno, se non Gesù solo.
Mentre scendevano dal monte, Gesù ordinò loro: «Non parlate a nessuno di questa visione, prima che il Figlio dell’uomo non sia risorto dai morti». [Mt 17, 1-9]
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Un compitino

di Franz Krauspenhaar

Come un paio di giorni fa da “Bellissimo”, stamattina Kabita, la dolce e timida nepalese che viene a pulirci la casa una volta a settimana, per un caso mi trova nel bagno, seduto da vestito sul bordo del water.
Dopo il lavaggio dei denti avevo provato un improvviso mancamento, le ginocchia si erano piegate e, appunto, mi sono dovuto appoggiare sulla tazza, zona bordo, per non crollare a terra, col rischio di farmi male. Continua a leggere

I Contorni

di Giorgio Stella

I Contorni – i contorni del la casa Maestra dovrebbero avere tutti gli spazi della medesima specchiaia – un unico alla civiltà che ci resta coma realtà eletta, eletta bene – la povertà/poesia in qualche maniera può essere amministrata da sé medesima! Il faro nel neon ne è la prospettiva retroattiva – giorni di fiore come la vittima della betoniera nella boa di ceramica nel museo delle cere, delle cere accese – chi ti dice questo? Quello che domani non è mai perso tra la clessidra e il pendolo dell’orologio emigrato per mancanza di ore a ventaglio di coccarda che nuda non ha valore. —————————

20 righe (per niente) facili

di Pasquale Vitagliano

Dissolvenze e sussurri (la Valle del Tempo, 2025), l’ultima opera di Antonio Spagnuolo è in bilico tra le rivelazioni visive e le emersioni dell’inconscio. Come rivela già l’incipit, con le parole di Carlo Di Lieto, “l’inconscio diventa il luogo di elezione di questa costellazione psi­chica, una sorta di baricentro intorno al quale ruotano immagini dissonanti”. Le poesie di questa raccolta, dunque, assumono la loquacità delle  macchie d’inchiostro (come quelle di Rorschach) per tracciare l’universo sentimentale e filosofico dell’autore. Fantasticare paesaggi e bronzi,/ tuffarsi verso fiamme che destano memorie,/ trasformare i sussurri in un prodigio/ che sconvolge le cose comuni/ e fonde in lampeggi cento idee./ Nel vigoroso confronto del vortice/ si fende l’alba e irrompe la luce.

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Roberto Carifi

Screenshot

a cura di Giorgio Stella

Quaggiù gli inverni ricominciano presto,
e di nuovo le preghiere incontrano il silenzio.
Avrai sentito parlare di questa rovina,
tutto ti apparirà remoto, un’altra storia, un altro tempo.
Lo capisco, Madre, e ti vorrei raggiungere.
Intanto mi sto abituando al silenzio,
ogni giorno mi esercito all’addio.

Un poeta legge un poeta

di Renato Pennisi

La poesia è lo specchio del suo tempo. Ogni epoca infatti vi riflette la propria immagine, le proprie tensioni, il continuo mutare di idee, mode, paure. Il prodigio della poesia, e di tutte le arti, sta nel trattenere ogni frazione di questo continuo divenire e nel contempo di rappresentare un percorso in perenne e dinamica trasformazione. Da un libro di poesia riassuntivo e obliquo come Una gioiosa fatica (1964-2022) di Angelo Gaccione, pubblicato da La scuola di Pitagora nella bella collana Fendinebbia diretta da Giuseppe Langella, inevitabilmente emergono le tematiche costanti che hanno segnato la nostra vita negli ultimi decenni, l’insofferenza per le storture sociali, il turbamento dei versi giovanili davanti alla violenza di quegli anni, le idealità appannate per l’offuscarsi dei valori dell’Occidente, il declino delle libertà aggredite dalla tossicità della indifferenza: «E tu coglievi dentro alle tue mani / copiose tracce di dolore / che non lasciavano segni nel deserto del cuore». E ancora «Più nessuna certezza, nel secolo dell’incertezza / può fugare i nostri dubbi».
La poesia di Angelo Gaccione è attraversata da nervature profetiche e oracolari, scossa dalla inaccettabilità della arroganza dei potenti, e animata da un pacifismo civile e indomabile, in un serrato rimbalzo con la propria storia personale e la propria formazione, i viaggi, gli incontri, gli oggetti che ci attorniano e che marcano lo spazio «nel labirinto del mio disordine».
E poi, e forse soprattutto, Milano «Mia città mio cuore», anche lei mutevole e chiaroscurale, dove vivono gli amici, i cui angoli, Porta Romana, Piazza Fontana, Via Besana, sono nominati affettuosamente. La poesia di Gaccione così procede, con un dire discorsivo e descrittivo, con passo lieve, con un nitore francescano, a manifestarci che c’è una dimensione pura e chiara aldilà delle brutture e delle sconcezze che ci riserva ogni tempo. C’è sempre un’attenzione per gli ultimi, gli emarginati, i migranti, spesso additati con disprezzo. In uno dei testi più arroventati e corrosivi del libro si legge «avete fin troppo buon cuore / a dire che si tratti di “cattivo odore” […] Che fortuna Signori / è proprio una fortuna / che ci sia gente come voi… / È proprio una fortuna».
Immaginiamo Angelo Gaccione in compagnia dei propri libri, compagni nel viaggio terreno: «Un ripiano a caso: / – troverò tra essi degli amici – / nessun libro mi fu ostile / – neppure il più banale – / diedero conforto e pianto / a giorni lieti e amari». Accostiamo la poesia di Gaccione, affabulante, riflessiva, alla nettezza dei versi di Caproni e alla intelligenza empatica di Magrelli, a rammentarci che ogni tempo trova il proprio cantore, ogni immagine, come si accennava in apertura, il proprio specchio.

Angelo Gaccione
Una gioiosa fatica. 1964 -2022
La Scuola di Pitagora 2025
Pagg. 160 € 16

Giorgio Stella. Una poesia

Rosa di ieri

Un giorno resusciterò
nelle macerie della
mia storia
I drappi bianchi
sulle vesti nere
ancora rassoderanno
i canti avanti alla
rosa di ieri –
– Fieri i rossi nei
neri, petali morti –
– In bilico sul fianco
della roccia
la torcia elettrica
mimerà l’ombra
nel vuoto della tomba.
Petali rossi, rosa di
ieri,
le tue membra velate
la finestra per sbaglio
staccata dal volo della cosa.
Icaro e Dedalo,
stemma di bello stile,
nel campo di
concime sparso
non ha confine.

(A mia madre in attesa
della polvere
di clessidra…
)