Buona fortuna, di Franz Krauspenhaar

Sono settimane che non riesco a ottenere un sonno davvero ristoratore, un sonno di almeno sette/ otto ore per notte.
Se vado a dormire a mezzanotte, di solito mi addormento verso le due/tre del mattino, perché leggo, o scrivo. E poi, con maggior fatica, mi riaddomento e scendo in un sonno più leggero.

In ospedale, nei primi tempi, quando ero al pronto soccorso, la notte facevo incubi tremendi, dell’ orrore.
Una volta ho sognato di dover essere giustiziato in Spagna, in una media città profonda, mi pare del centro nord, (ma non ne sono certo), dove però la gente, cioè i curiosi, spesso anziani e spesso solo fantasmi di ex giustiziati, a turno mi tenevano la mano per donarmi un po’ di coraggio, durante una lentissima parata, legato stretto ai polsi con manette di cotone, ficcato dentro una vecchia camionetta ( del tipo “Fiat Campagnolo” ) e sorvegliato a un palmo di naso da due poliziotti in borghese della Policia National. Continua a leggere

La luce nella stanza, di Luca Benassi. Intervista a Raffaela Fazio

Fare luce con la poesiaintervista a Raffaela Fazio

Poesia e Luce, poesia come luce. In un’epoca di grandi contraddizioni e di altrettanto grandi desideri Raffaela Fazio racconta di una luce che filtra/ come sogno ripetuto e che vuole essere non solo un atto di resistenza e ribellione contro il buio dell’ignoranza e dell’abbrutimento, ma soprattutto scintilla dalla quale nasce la bellezza e la più viva umanità. La luce attraversa il mondo come un raggio di luce attraverso la foresta per regalare l’inatteso. Continua a leggere

Jorge Luis Borges

a cura di Giorgio Stella

L’oro delle tigri

Fino all’ora del tramonto giallo
quante volte avrò guardato
la poderosa tigre del Bengala
percorrere su e giù il tragitto prefissato
dietro le grosse sbarre,
senza sospetto ch’erano il suo carcere.
Altre tigri sarebbero venute poi,
quella di Blake, di fuoco;
altri ori sarebbero venuti,
il metallo amoroso che era Zeus,
l’anello che ogni nove notti
genera nove anelli e questi, nove,
e non c’è fine.
Con gli anni mi hanno abbandonato
gli altri incantevoli colori
e ora mi restano soltanto
la vaga luce, l’ombra inestricabile
e l’oro dell’inizio.
O tramonti, o tigri, o splendori
dell’epica e del mito,
o quell’oro più prezioso, i tuoi capelli
che le mie mani anelano.

East Lansing, 1972

L’arte dello scrivere, di Gualberto Alvino. 59

Espressioni come La finestra l’ho già aperta non sono accettabili solo nel parlato informale. Si tratta della dislocazione a sinistra, un modulo sintattico che esiste fin dalle origini della lingua italiana (lo si trova, ad esempio, nel Placito capuano del 960: «Sao ko KELLE TERRE, per kelle fini que ki contene, trenta anni LE possette parte Sancti Benedicti»).
È una frase marcata in cui un costituente (l’argomento) viene dislocato in posizione preverbale per acquistare rilievo e poi ripreso da un pronome, senza rispettare l’ordine normale Soggetto-Verbo-Oggetto.
Nella dislocazione a destra, invece, l’argomento è collocato alla fine ed è anticipato dal pronome: La mangi la pasta?
Mentre la dislocazione a destra è adatta esclusivamente a contesti colloquiali, la dislocazione a sinistra è assai meno soggetta a censura da parte delle grammatiche normative e la si trova sempre più spesso nelle scritture sorvegliate.

Roberto Carifi

Screenshot

a cura di Giorgio Stella

Sarò chi benedice
e non ha che la parola
abbandonata e nuda Il separato,
grano di questa casa,
figlio del muto sorvegliante
Chi benedice porte e mura
e va nel rischio del suo dono
Sarò ogni morto e ombra
dentro di me bruciando il sangue umano,
carne di luce estrema
finchè dell’essere rimanga
la fiamma inestinguibile.

Ringraziamento

Accendi il lume che conosci,
qui è la nostra tomba,
qui dove l’orto fiorisce polvere
e il vento è voce,
orma di chi devasta.
Noi siamo,
siamo nel cuore della Croce,
sotto un legno ricurvo e molle
con te che sei madre,
con voi che la fame ha dissanguato.
Qui è la nostra casa,
la porta dove attendere,
abbiamo occhi minacciati
e ringraziamo.
Accendi il lume che conosci
e cosí sia.

Lucerne nella luce, di Lucio Brandodoro

Il mandorlo fiorito

V. Van Gogh 

«In quel tempo, Gesù fu condotto dallo Spirito nel deserto, per essere tentato dal diavolo. Dopo aver digiunato quaranta giorni e quaranta notti, alla fine ebbe fame. Il tentatore gli si avvicinò e gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, di’ che queste pietre diventino pane». Ma egli rispose: «Sta scritto: “Non di solo pane vivrà l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio”».

Allora il diavolo lo portò nella città santa, lo pose sul punto più alto del tempio e gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, gèttati giù; sta scritto infatti: “Ai suoi angeli darà ordini a tuo riguardo ed essi ti porteranno sulle loro mani perché il tuo piede non inciampi in una pietra”». Gesù gli rispose: «Sta scritto anche: “Non metterai alla prova il Signore Dio tuo”».
Di nuovo il diavolo lo portò sopra un monte altissimo e gli mostrò tutti i regni del mondo e la loro gloria e gli disse: «Tutte queste cose io ti darò se, gettandoti ai miei piedi, mi adorerai». Allora Gesù gli rispose: «Vàttene, satana! Sta scritto infatti: “Il Signore, Dio tuo, adorerai: a lui solo renderai culto”».
Allora il diavolo lo lasciò, ed ecco degli angeli gli si avvicinarono e lo servivano.» [Mt 4,1-11]

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Più che le sentinelle l’aurora 3. Qualunque cosa

di Fabrizio Centofanti

La mente umana è insondabile, dicono. Non è vero: è sondabile da Dio. Non è un dettaglio da poco. Ci sono situazioni impossibili dove non sai più dove mettere le mani. Ma sai che il tuo sguardo è il fattore meno decisivo, c’è ben altro. Il punto è affrontare la vita con la coscienza di non essere autonomi. Allora il mare si apre, e lo attraversi sentendo sul collo il fiato del faraone e dei soldati, lo stridere dei carri e dei cavalli. Sei calmo, c’è una forza superiore che ti guida, ti suggerisce soluzioni, vie d’uscita geniali. Da prete, pubblicizzo il metodo, convinto che non esistano alternative per sciogliere i nodi più difficili. Chi ci crede sono coloro che beneficiano del dono. Mi ha istruito don Mario, e non faccio che trasmettere quello che a mia volta ho ricevuto. Lo ha già detto qualcuno? Sì, un certo Paolo di Tarso. Lui se ne intendeva di miracoli. Continua a leggere

Chandra Livia Candiani

 

a cura di Giorgio Stella

In forma di prefazione

Mia madre è un passero cattivo
urla prima di mangiare
urla prima di dormire
nel cuore della notte
urla,
ma il suo corpo
sta nel palmo di una mano
e se si affaccia al davanzale
le lanciano molliche di pane.

A Marina, Osip, Sergej, Aleksandr, Vladimir

Non esotici uccelli
ma abituali abitanti del volo
non solo fucilati
ma con metodica semplicità
assediati
dal pettegolezzo del Bene Comune.
Come risolvere l’enigma
della presenza della poesia
quando perfino il fruscio
dell’erba è delatore?
I morti seminano canti
che sbocciano in uccelli
che seminano canti.

Diario del disarmo. In direzione del sacro, di Michele Caccamo. 3

 

Terza pronuncia

Non mi spaventa il rumore.
Il mondo ha sempre avuto mercati e piazze, voci che si sovrappongono, richiami, lamenti, feste. Il suono non è mai stato il mio nemico.
Mi spaventa la folla che non ascolta. E non lo dico con disprezzo. Ascoltare presuppone una sospensione, un arretramento dell’io, un piccolo atto di umiltà interiore.
Ormai la folla non è più un insieme di persone ma un dispositivo, un apparato che distribuisce appartenenza e assegna innocenze.
Non c’è più nessuno che chieda perdono, tutti sono alla ricerca del consenso. Non ci si inginocchia più davanti a te, mio Dio, ci si inginocchia davanti alla platea.
La folla non ascolta la coscienza; condanna per non ascoltare la propria colpa, umilia per non vedere la propria vergogna. Vuole santi immediati e colpevoli definitivi. Vuole una separazione netta, semplice, comoda: da una parte i giusti, dall’altra gli indegni. E non si accorge che questa è una teologia falsa, una teologia senza misericordia, una religione rovesciata in cui il bene non salva ma seleziona.
Io lo so che senza ascolto non esiste compassione, che bisogna ascoltare le miserie degli altri senza trasformarle in sentenze.
Lo so che quando la misericordia scompare anche tu, mio Dio, scompari. Perché nessuno più riconosce il tuo volto.
L’ascolto è il primo atto di fede, forse è per questo che oggi sembri morto.
Abbiamo riempito tutto, costruito felicità artificiali per non far entrare la paura, per evitare le sue profondità. Poi abbiamo fatto di peggio, abolendo l’indulgenza come fosse una debolezza. La folla non ascolta più perché non vuole attraversare la vita, vuole scorciatoie morali.
Eppure, io lo so, che la salvezza non è sentirsi dalla parte giusta ma tremare davanti alla propria oscurità. È riconoscere la propria fame di giudizio ed essere capaci di disinnescarla.
Quando la folla concorda c’è una gioia cattiva, perché mette a tacere la verità, la fa sembrare superflua. Vi è un’assoluzione distribuita.
Dammi, mio Dio, questa grazia minima e terribile: fammi somigliare alla comunione, per non essere divorato da questo mondo.

Roberto Carifi

a cura di Giorgio Stella

Simulacri

Ein jeder Engel ist schrecklich
R.M. Rilke

carnet d’incauti appuntamenti
la trova assente come
di lusso e miseria la vide figlio
eccitato e regredito la
consumò e rimase
quando di stucco l’altro (benché impossibile)
rispose (amico finché la membrana vischiosa)

tra angelo e bestia stanco dis
seminare mancanze crudele e bianco
di notti bianco biancore abiterò
mistico e poeta gridando
la la lalangue è questo
peregrinare angelico

amore di doppio corpo amore di
corpo di doppio al mercato
del bimbo stupendo amore di bête
amore bêtise:
Lamore l’azzurro sacrale di Uno
l’icona di marmo
lamur

Contro l’ordine ingiusto: voci poetiche e dignità umana

 

di Nadia Cavalera

Non nel nostro nome (Edizioni Mondo Nuovo), a cura di Massimo Pamio e Adam Vaccaro, non è un’antologia “a tema”: è un atto. È la decisione di non lasciare che la lingua pubblica — quella dei comunicati, delle giustificazioni, dei distinguo, dei “forse” — continui a passare come innocente. Qui la poesia si mette in mezzo, non per decorare la storia, ma per contraddirla, per incrinare la sua superficie liscia. E lo fa nel punto più scoperto: la dignità. Continua a leggere

Frammenti di Cinema # 97

 

di Pasquale Vitagliano

Pier Paolo Pasolini è stato un regista, per sua stessa definizione, aristocratico (dopo essere stato nazionalpopolare, almeno fino al Vangelo). Eppure, il suo Decameron (1971), prima opera della Trilogia della vita, aprì la strada a una serie di commedie sexy ispirate al stesso contesto boccaccesco. Sarebbe stato curioso conoscere il suo pensiero a proposito di questo effetto emulativo di massa, sicuramento non voluto. Si contano circa 31 film di questo tipo. Forse il più trash è stato Decameron proibitissimo – Boccaccio mio statte zitto, appena dell’anno successivo, diretto da Marino Girolami, sotto lo pseudonimo di Franco Martinelli.

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Mercoledì delle ceneri, di Thomas Stearns Eliot

 

a cura di Giorgio Stella

IV

Colei che camminò fra viola e viola
Che camminò
Fra i diversi filari del variato verde
In bianco e azzurro procedendo, colori di Maria,
Parlando di cose banali
In ignoranza e scienza del dolore eterno
Che mosse in mezzo agli altri che già stavano andando
Che allora fece forti le fontane e fresche le sorgenti

Rese fredda la roccia inaridita e solida la sabbia
In blu di speronella, blu del colore di Maria,
Sovegna vos

Ecco gli anni che passano in mezzo, portando
Lontano i violini e i flauti, ravvivando
Una che muove nel tempo fra il sonno e la veglia, che indossa

Luce bianca ravvolta, di cui si riveste, ravvolta.
Passano gli anni nuovi, ravvivano
Con una splendida nube di lacrime, gli anni, ravvivano
La rima antica con un verso nuovo. Redimi
Il tempo. Redimi
La visione non letta nel sogno più alto
Mentre unicorni ingioiellati traggono il catafalco d’oro.

La silenziosa sorella velata in bianco e azzurro
Fra gli alberi di tasso, dietro il dio del giardino,
Il cui flauto tace, piegò la testa e fece un cenno ma non parlò parola

Ma la sorgente zampillò e l’uccello cantò verso la terra
Redimi il tempo, redimi il sogno
La promessa del verbo non detto e non udito

Finché il vento non scuota mille bisbigli dal tasso

E dopo questo nostro esilio