La prossima notte, di Giovanni Agnoloni

 

di Riccardo Ferrazzi

Per chi ha la mia età, qualunque sia la squadra del suo cuore, la Fiorentina di Julinho e Montuori è uno di quei ricordi che non svaniscono e che rinnovano la sensazione di aver vissuto qualcosa di mai visto, una squadra imbattibile, con un modo di giocare al calcio mai nemmeno pensato prima di allora, una specie di sogno, ma vero e reale, che durò abbastanza a lungo per non farsi dimenticare, ma anche così poco da farsi rimpiangere per l’eternità. Continua a leggere

Più che le sentinelle l’aurora 2. L’età della pensione

di Fabrizio Centofanti

Mi interesso di felicità. Tutti la cercano, dall’alba dei secoli. A proposito di albe: qui al Santuario sono straordinarie, forse solo per me, che le vedo dalla finestra giusta. La felicità la si cerca dappertutto, generalmente nei posti sbagliati. Bisogna trovare la finestra.
Un libro intelligente potrebbe procedere per esclusione: mostrare quante vie fallimentari si possano battere per raggiungere questa meta che sfugge, come se potesse trovarsi solo quando si è smesso di cercarla. Non darò la soluzione troppo presto. Ci scherzo anche a messa, dopo aver sollevato l’interesse intorno a una risposta: “ve la dico un’altra volta”. L’omelia è il momento giusto per istigare alla felicità. Avete capito bene: si può preferire la tristezza, che i Padri della Chiesa collocavano tra i vizi capitali – o meglio, tra i pensieri cattivi.
È bello che Gesù cominci il suo discorso programmatico con la parola “makarioi”, felici. Vuol dire che ha affrontato l’avventura terrena con l’intento di indicarci la via per diventarlo, per lasciarci alle spalle la tristezza. Istigare alla felicità.
Gesù era felice: si capisce dai dettagli. In ogni occasione trova il modo di comunicare la parola più efficace e incoraggiante, meglio di un coach. Ho capito che il prete deve fare altrettanto. Pensate se neppure Dio si fidasse di noi. Gesù, addirittura, ne fa un motto: “la tua fiducia ti ha salvato”.
Bisogna tornare bambini, di quelli che danno sempre ragione ai genitori. È come se Gesù avesse i loro sentimenti: un’apertura agli altri che si fa presto a perdere, dopo le prime fregature. Il Cristo non ne viene scalfito. Significa che non soffriva? No: soffriva più di noi. Ma con Lui la fregatura non vinceva. È semplice. Forse troppo per comprenderlo prima dell’età della pensione.

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Intervista a Williams Busdraghi

di Luca Pizzolitto

1) Se dovessi riassumere in poche frasi come è nata e perché è nata questa tua raccolta poetica, come lo faresti?

“Feroce preghiera” nasce dal bisogno di comunicare, dal bisogno di raccontare le emozioni che ogni giorno mi travolgono, quanto i ricordi e la malinconia mi stringano il cuore e quanto la bellezza invece mi riempia di gioia. Viviamo in un mondo sempre peggiore, dove la disuguaglianza la fa sempre più da padrona, dove si è perso l’empatia e la voglia di condividere con il prossimo, e questo libro cerca di essere una piccola risposta a tutto questo e un invito ad ascoltare il cuore, a sentire le emozioni, un invito ad aprire gli occhi e gioire della bellezza di tutto ciò che ci circonda, un invito a non arrendersi e a impegnarci tutti, nel nostro piccolo, per l’amore, per il bene. Continua a leggere

E se rileggessimo… di Enrico Grandesso. Platone è meglio del Prozac, di Lou Marinoff

Molti tra quelli che non hanno studiato filosofia alle superiori – o il cui studio è un ricordo lontano – si chiedono talvolta che ruolo abbia questa disciplina oggi: soprattutto quando, dopo aver visto e ascoltato qualche suo eccelso esemplare nazionale, hanno scelto di cambiare canale in TV.
Visti certi narcisisti beceri e squalificati – complici del/nel loro sfruttamento televisivo – la domanda è legittima. Ma ci sono anche, nelle Università come nei Licei, alcuni filosofi seri, che svolgono la loro ricerca con disciplina e con il dovuto impegno. Uno tra loro ha trovato molti anni fa il modo di pubblicare un libro dal titolo ammiccante: Platone è meglio del Prozac (oggi in edizione Piemme, 2018). E’ Lou Marinoff, docente di filosofia al City College di New York.
Marinoff si chiede come utilizzare la filosofia per scopi pratici – senza farne una psicanalisi alternativa,bensì per condurre il lettore ad avere una maggiore chiarezza dell’essere e della sua posizione verso le situazioni problematiche che la vita offre. “Ciascuno ha una propria filosofia di vita” scrive Marinoff, “ma pochi di noi hanno il privilegio o la disponibilità di tempo per riflettere a fondo. Abbiamo la tendenza ad affrontare i problemi a mano a mano. L’esperienza è una grande maestra, ma c’è anche la necessità di ragionare sulle proprie esperienze, di pensare criticamente, di andare alla ricerca di modelli e di collocare ogni cosa in un quadro generale, per procedere nell’esistenza”.
L’importanza di questo libro – scritto in maniera leggibilissima: finalmente un volume di filosofia che non richiede conoscenze iperspecialistiche o scatolette di Prozac – è quella di proporre, sulla base delle indicazioni fornite da diverse scuole, l’utilizzo della filosofia a fini pratici. Senza promettere magie (non sarebbe da filosofi); ma fornendo strumenti utili nella vita d’ogni giorno. Ricordando che la filosofia, in origine, era un modo di vivere.

Ciao, Giancarlo

Ciao, Giancarlo

Che tristezza! È morto Giancarlo Consonni, una di quelle presenze meno invadenti ma di maggior peso nell’identità culturale della Milano degli ultimi decenni. All’eccellenza culturale sono state pari le qualità umane, e se a Milano mancherà il docente, l’artista e l’intellettuale, a chi l’ha conosciuto mancherà soprattutto la persona. Il sorriso gentile e lo sguardo buono sono state l’ornamento di una cultura profonda e non esibita, vissuta con l’umiltà del “contadino che fa il professore” e che diventava stimolo a disponibilità e generosità nelle relazioni, sempre umane prima che intellettuali e professionali. Continua a leggere

Lucerne nella luce, di Lucio Brandodoro

Un compimento compiuto tutto da compiere

(M. Chagall)

«In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Non crediate che io sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti; non sono venuto ad abolire, ma a dare pieno compimento. In verità io vi dico: finché non siano passati il cielo e la terra, non passerà un solo iota o un solo trattino della Legge, senza che tutto sia avvenuto. Chi dunque trasgredirà uno solo di questi minimi precetti e insegnerà agli altri a fare altrettanto, sarà considerato minimo nel regno dei cieli. Chi invece li osserverà e li insegnerà, sarà considerato grande nel regno dei cieli.
Io vi dico infatti: se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei, non entrerete nel regno dei cieli.
Avete inteso che fu detto agli antichi: “Non ucciderai; chi avrà ucciso dovrà essere sottoposto al giudizio”. Ma io vi dico: chiunque si adira con il proprio fratello dovrà essere sottoposto al giudizio. Chi poi dice al fratello: “Stupido”, dovrà essere sottoposto al sinedrio; e chi gli dice: “Pazzo”, sarà destinato al fuoco della Geènna.
Se dunque tu presenti la tua offerta all’altare e lì ti ricordi che tuo fratello ha qualche cosa contro di te, lascia lì il tuo dono davanti all’altare, va’ prima a riconciliarti con il tuo fratello e poi torna a offrire il tuo dono.
Mettiti presto d’accordo con il tuo avversario mentre sei in cammino con lui, perché l’avversario non ti consegni al giudice e il giudice alla guardia, e tu venga gettato in prigione. In verità io ti dico: non uscirai di là finché non avrai pagato fino all’ultimo spicciolo!
Avete inteso che fu detto: “Non commetterai adulterio”. Ma io vi dico: chiunque guarda una donna per desiderarla, ha già commesso adulterio con lei nel proprio cuore.
Se il tuo occhio destro ti è motivo di scandalo, cavalo e gettalo via da te: ti conviene infatti perdere una delle tue membra, piuttosto che tutto il tuo corpo venga gettato nella Geènna. E se la tua mano destra ti è motivo di scandalo, tagliala e gettala via da te: ti conviene infatti perdere una delle tue membra, piuttosto che tutto il tuo corpo vada a finire nella Geènna.
Fu pure detto: “Chi ripudia la propria moglie, le dia l’atto del ripudio”. Ma io vi dico: chiunque ripudia la propria moglie, eccetto il caso di unione illegittima, la espone all’adulterio, e chiunque sposa una ripudiata, commette adulterio.
Avete anche inteso che fu detto agli antichi: “Non giurerai il falso, ma adempirai verso il Signore i tuoi giuramenti”. Ma io vi dico: non giurate affatto, né per il cielo, perché è il trono di Dio, né per la terra, perché è lo sgabello dei suoi piedi, né per Gerusalemme, perché è la città del grande Re. Non giurare neppure per la tua testa, perché non hai il potere di rendere bianco o nero un solo capello. Sia invece il vostro parlare: “sì, sì”, “no, no”; il di più viene dal Maligno». [Mt 5,17-37]

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Diario del disarmo. In direzione del sacro, di Michele Caccamo. 2

 

2ª pronuncia

Hanno insegnato al mio cuore che ogni battito deve produrre qualcosa: un risultato, un contratto, una performance. E allora batte in affanno, rincorre il ritmo generale per non essere escluso.
Il tempo è stato messo in sovraccarico, e il cuore è stato costretto a diventare un apparecchio di compatibilità, a reinstallarsi continuamente aggiornato per rientrare nelle attività richieste dal collettivo.
Ogni pausa viene considerata un guasto. La lentezza scambiata per malattia.
Tu lo sai, mio Dio, che ormai nessuno vuole restare solo, in confidenza con il proprio battito. Abbiamo tutti quanti paura di trovarlo intero e nudo, nella sua necessità di non dirci nulla, di scoprirlo diventato soltanto un metronomo fisiologico. Per questo lo copriamo con suoni, rumori, parole. Per questo non smettiamo mai di riempirlo. Continua a leggere

La luce nella stanza, di Luca Benassi. Intervista a Dante Maffia

Fare luce con la poesia intervista a Dante Maffìa

Perché pensare la luce come antidoto al buio? Oscurità e luminosità si scontrano ogni momento ed è da questo scontro, da questa eterna frizione che nasce la scintilla della poesia e dell’arte. Sempre e comunque – anche quando l’arte sembra tuffarsi nell’abisso più nero – la poesia canta la vita e sprigiona la bellezza. Ce lo racconta Dante Maffìa con abilità del critico capace di muoversi agilmente fra le letterature antiche e moderne e lo stupore fanciullino del poeta che sempre guarda il mondo con la speranza e gli occhi pieni di meraviglia. Continua a leggere

La scuola di Serena Bedini. Perché scriviamo storie torbide?

di Serena Bedini

I tempi in cui viviamo sono assai complessi: non solo l’insorgere continuo di occasioni di guerra ci preoccupa, ma giornalmente ci appaiono evidenti e disastrose le conseguenze dell’agire in malafede, senza rispetto per la vita degli altri. Questo tipo di situazioni che stampa e tv ci riportano quotidianamente ci sconvolgono e ci mettono in discussione con noi stessi, con i nostri valori, con le nostre idee e angosce. La scrittura è un ottimo modo per “depurarsi” di queste “tossine” e quindi avviene che spesso le storie che immaginiamo siano abitate da personaggi torbidi, loschi, o che rispecchino fedelmente i fatti di cronaca nera o ancora che siano il prodotto dell’incapacità della nostra mente di distaccarsi da situazioni legate al tradimento, alla disperazione, alla paura. Eppure nella vita di sempre continuiamo a essere comunque persone gioiose, allegre, propense all’ottimismo: il fatto è che la mente ha bisogno di sfogo e la necessità di riversare su carta e leggere con oggettività quello che ci fa stare male, ci tormenta, ci mette in discussione diviene ineludibile. Scrivere questo tipo di storie è indubbiamente affascinante purché si tenga per fermo il fatto che la realtà deve essere un’altra e la trama da noi ideata mostri una situazione possibile e indichi tuttavia al lettore, in via implicita o esplicita, quale sarebbe il comportamento giusto da seguire. Da sempre la letteratura ha messo in scena storie “sbagliate”, ma è stato proprio mostrando quanto fossero sbagliate che ci ha reso migliori perché ci ha permesso di vivere, attraverso gli occhi dei personaggi, quello che è meglio non fare per poi comprendere come è giusto muoversi.

Clemente Rebora

a cura di Giorgio Stella

Il mio sgomento

Ogni momento del semplice vegetale
fa dir di sì il vento,
fa dir di no il vento:
cessato il suo tormento,
tutto ritorna senza sentimento.
Ogni momento si apre e chiude
uguale e disuguale,
sempre s’illude,
rimane il tempo:
non cessa il suo tormento,
rimane il mio sgomento,
in ogni tempo.

5 novembre 1956

Più che le sentinelle l’aurora 1. Nel silenzio

di Fabrizio Centofanti

Ero un grafomane. Dopo pranzo, cascasse il mondo, mi mettevo al computer e scrivevo la mia pagina. Quando ho smesso? E perché? L’ultimo libro che ho scritto da grafomane parlava di Gesù. Ricomincio da Lui. In questo tempo, ho capito una cosa: è Gesù che conta. Ma Lui non c’è. O meglio, non si vede. O meglio, lo vedo nel Volto che ho strappato al magazzino, e che scrivo con la lettera maiuscola perché so che mi guarda. Ma il Volto non si muove, gli occhi non si chiudono, la bocca non si apre. Passiamo all’altra riva, diceva. Compiere la traversata. Guardare. Ho detto spesso che il mio versetto è quello della lettera agli Ebrei: “Tenendo fisso lo sguardo su Gesù”. Perché, guardando Lui, guardiamo noi.
Chi sono io? Un gatto non si fa queste domande, anche se ha l’occhio fisso nel vuoto, come vedesse l’invisibile. Me lo diceva don Mario: impara dai gatti. Chi siamo noi lo sa soltanto Dio. Sì, la psicologia, sì, la filosofia, sì, la teologia. Ho imparato, leggendo, molte cose. La mia stanza è tutta pile di libri che potrebbero crollare in un istante. Notizie importanti che da un momento all’altro potrebbero scadere, al contatto con Lui.
Passare all’altra riva, guardare oltre l’orizzonte del gatto. In ogni caso, dai gatti ho imparato. Ad attendere: più che le sentinelle l’aurora. Alla polveriera di forte Bravetta scrutavo l’orizzonte. Nel buio, sentivo rumori, immaginavo eventi. Vedo che si alza della polvere e sveglio la truppa con l’allarme. Lo sguardo era fisso nel vuoto, come i gatti. Poi vedo la polvere. Più che le sentinelle l’aurora: è questo il desiderio. L’alba della domenica mattina. Maria! Maria si voltò. Non è possibile. Stavano già dialogando, lei e il Giardiniere con la lettera maiuscola. Poi si va all’originale e si capisce: Maria si convertì. Quando Gesù apre la bocca e chiama, stai passando all’altra riva, sei oltre l’orizzonte del gatto. Ma devi imparare da lui, ci mancherebbe, addestrarti a contemplare il vuoto. A riconoscerti soltanto nel silenzio.

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POESIA E POLITICA.42. Giselda Pontesilli

in Europa (a Grottaferrata)

 

Accade – non so come – che io vada

ogni sabato, a Grottaferrata.

All’Abbazia greca di San Nilo

dove ogni sabato

-non so come accada-

io mi ritrovo simile,

misurata:

arrivo ben vestita, pettinata

o scapigliata, anche,

o col giubbotto smesso

di mio fratello;

con la cartella nera a tracolla

o anche, sulle spalle,

uno zainetto gon-go del Marocco. Continua a leggere

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Poesia, arte e bellezza aiutano a sopravvivere

Screenshot

di Alida Airaghi

“Forse siamo prima di tutto animali poetici, dal momento che gli esseri umani creano opere d’arte da più di 40.000 anni, molto prima di inventare la moneta o l’agricoltura”, afferma l’antropologa Michèle Petit introducendo il suo libro Siamo animali poetici. Arte, libri e bellezza in tempi di crisi, edito da AnimaMundi.
Già nel paleolitico si trovano infatti tracce di pitture rupestri con descrizione di scene di caccia, piante, animali, astri, quasi che l’homo sapiens volesse esprimere qualcosa di sé aldilà della pura sussistenza materiale. Continua a leggere