Avrei voluto pubblicare queste mie riflessioni già a metà aprile con quella bella notizia – bella almeno per me e spero per tantissimi altri – che ha fatto il giro dell’Italia, dopo l’annuncio della riapertura delle librerie in tutt’Italia! Purtroppo so che alcune resteranno chiuse, come moltissime altre differenti attività, a causa dei risultati sulla pandemia, meno rosei del previsto, benché per alcuni versi incoraggianti.
Gesù vuole che facciamo meglio: che dimostriamo l’amore che proviamo, con tante sfumature, come gli uccelli che cantano in modo diverso, a seconda di stagioni e situazioni. È la sfida dell’amore, che tutto tollera tranne la calma piatta.
ho trovato queste parole su internet. Ci tengo a precisare che, ovviamente, è un discorso generico che, però, esprime ciò che molti studenti provano in questo periodo così particolare. Certo, ci sono dei professori come Lei che hanno a cuore l’individualità dello studente. Ma purtroppo non è così per tutti.
Con queste parole (ripeto, non mie) non vorrei puntare il dito, ma invitare i professori a riflettere, in particolare coloro che non si interessano a nient’altro se non all’aspetto didattico.
In quarantena siamo privati di una cosa molto importante, considerando la nostra giovane età. Va compreso che vita privata e scolastica non sono due comparti stagni indipendenti, ma sono strettamente interconnessi, come ogni aspetto della vita di una persona, fa tutto parte della stessa realtà dell’individuo.
Ci sono ragazzi con parenti malati, con parenti lontani, con situazioni familiari complesse, con problemi di gestione di situazioni a volte molto difficili…
Io stessa sono tutt’altro che esente da queste problematiche.
Situazioni che influiscono sulla concentrazione e sulla serenità, e che non permettono ad uno studente di adempiere ai suoi obblighi scolastici come richiesto normalmente. Continua a leggere→
Desiderare il cielo, sentirsi esiliati in questa terra, in attesa di ricongiungersi con Lui: questo chiede il Cristo alla Bossis, spronandola ad amarlo coi pensieri e coi gesti, cogliendo ogni occasione per manifestargli il cuore. La vita è amare Lui: tutto il resto, senza questo, è nulla.
Non dobbiamo contare su noi stessi. Gesù dice a Gabrielle di ritirarsi da sé, di far vivere Lui al posto suo, di essere un’anima spogliata e rivestita. Non è risorto per la Sua gloria, ma perché attendessimo la risurrezione anche per noi. Le raccomanda di gioire, insieme con il Cielo.
Come sarà la vita dopo il covid-19? Cambieranno e in che modo le nostre precedenti abitudini?
Trascorso ormai molto tempo dall’inizio del “tutti a casa”, il desiderio di riacquistare la normalità di un tempo si associa a una diffusa sensazione che nulla potrà tornare a essere identico a prima.
Una percezione non necessariamente sfavorevole; anzi, sembra crescere l’idea di trovarsi di fronte a un’occasione da non sprecare, per provare a non ripristinare anche i non pochi aspetti negativi che caratterizzavano la nostra esistenza.
Dal 9 marzo – in alcune regioni dal 24 febbraio – in tutte le scuole italiane si sta svolgendo una sperimentazione a tappeto. Oggetto: la DaD (Didattica a Distanza). Durerà fino alla fine dell’anno scolastico, ma possiamo anticiparne l’esito: se la conosci, la eviti. Per la scuola, come per la società, è ora di pensare al futuro.
In questa puntata di vivalascuola presentiamo esperienze di didattica a distanza nella scuola primaria (Sebastiano Aglieco, Ginetta Latini, Mauro Presini), secondaria superiore (Fabio Cuzzola, Emanuele Rainone, Raffaele Salomone-Megna) e nei corsi serali (Marina Polacco), oggi denominati IdA (Istruzione degli Adulti). Da tutti gli interventi emerge che la DaD, imposta nell’emergenza sanitaria, ha reso evidente, se mai ce ne fosse stato bisogno, che alla base dell’insegnamento c’è la relazione. E in tutti s’impone una domanda spesso accantonata nella frenesia lavorativa che è diventata “normalità“: cosa è la scuola? Come è bene che prosegua dopo l’epidemia? La riflessione introduttiva di Giovanna Lo Presti coglie nei fatti di questi giorni i segni che “sulla scuola grava una minaccia tecnocratica, così come sul lavoro grava una ulteriore precarizzazione” e formula “una proposta per i tempi “normali”, nata nell’emergenza“.
Dobbiamo parlare agli altri come Gesù: nell’umiltà, nella verità di Dio e nell’amore. Non dobbiamo mai smettere di chiedere la conversione, nostra e degli altri, anche dei casi più difficili. Non ho liberato Barabba? Dice il Cristo alla Bossis.
Sul finire del Rinascimento, durante la Settimana Santa, viene presentato nella Cappella Sistina un nuovo Miserere, del compositore Gregorio Allegri. Le luci si spengono, cala il silenzio ed i cantori, divisi in due cori, cominciano ad intonare le note del componimento. Il pubblico rimane incantato, qualcuno piange, altri chiudono gli occhi e si lasciano trasportare, come rapiti in estasi.
Gesù vuole che facciamo ogni cosa in unione con Lui. Desidera che gli diciamo: prego con la Tua preghiera, lavoro con Te che lavori, parlo con la Tua parola. E chiede di metterci tutta la tenerezza possibile. Quanto sono preziose queste locuzioni alla mistica Gabrielle Bossis!
Desideriamo confidarci con qualcuno, perché è il gesto terapeutico per eccellenza. A volte non sappiamo con chi farlo, proviamo i morsi della solitudine, e magari ci arrabbiamo con Dio. Intanto, Gesù è lì che aspetta, sempre disposto ad ascoltarci, tutto per noi. I paradossi della vita, prima poi, vengono a galla.
Giancarlo, parlami delle ragioni al fondo della tua poesia, di cosa ti ha spinto a iniziare a scrivere, e di cosa ha influenzato maggiormente la tua scrittura.
Non c’è alcuna forma di vocazione nella mia vita. Se mi volgo indietro, e ripenso alla mia giovinezza, e prima ancora alla mia infanzia, non vedo alcun momento in cui abbia detto a me stesso: voglio essere un poeta. A dire il vero, non ricordo di aver mai espresso alcun pensiero su quel che avrei voluto essere. Ero solo un bimbo che amava la vita nei suoi aspetti più semplici: correre tra i campi, contemplare un cielo, dormire, sognare, oziare, giocare tutto il pomeriggio a pallone, fino allo stremo delle forze. Come tutti i bimbi, avevo anch’io i miei campioni: il primo fu Nencini, ruvido e ardimentoso, come un eroe omerico, al Tour del ’60; poi Rivera, che pareva giocare come in sogno, disegnando geometrie magiche con la naturalezza di chi può fare tutto; Mariolino Corso, con le sue punizioni a foglia morta, il suo sinistro estroso, che infiammava anche chi, come me, interista non è mai stato; e Felice Gimondi, «il mio campione» per sempre. Leggevo poco, eppure sentivo il battito ansioso – quasi timoroso – delle cose, il loro disarmato oscillare, tra rovina e bellezza, in quella sperduta compagine di mondo in cui mi era capitato di vivere: strano, misterioso miscuglio di foglie e di erbe, di bestie e di cieli. Le «parole remote» del mio primo libro vengono dai pomeriggi di un Sessantuno qualsiasi, «quando / le mattine si disfano con il sole / già grande, cresce il meriggio cieco, e / più buie ombre declinano sul mondo». Ma tutta la mia poesia, in fondo, è in quel sentire estivo, in quel fruscio di ore sonnolente e bruciate, di sentieri ombrosi, di temporali improvvisi che scuotono il metallo del cielo. Sono parole che stavano già dentro il cuore di una spiga, nell’odore stordente dell’uva americana, o nell’irrompere improvviso di un leprotto su un sentiero di robinie, che è l’immagine da cui è scaturito il mio ultimo poemetto (Animula, in Voci, fiamme, salti nel buio, 2019): semi ancora avvolti nella scorza di un lungo sonno, ma pronti a sbocciare un giorno, se mai qualcuno avesse voluto prendersene cura. Nessuna rivelazione: solo un sentimento di vita ancora alle sue origini, che a un certo punto si è tradotto in parole.
Gesù dice a Gabrielle che niente può impedire la preghiera. Lui ha recitato i salmi durante la flagellazione, salendo sul Calvario, e perfino sulla croce. E noi, saremo ostacolati dai comodi impegni che sbrighiamo?
Prima di ogni forma di comunicazione verbale è il nostro viso che comunica a chi abbiamo di fronte chi siamo o chi vogliamo essere. La nostra mimica parla prima ancora di aver pronunciato la prima parola. L’innamoramento a prima vista è rivolto a un viso che ancora non conosciamo, ma dal quale, misteriosamente, ci sentiamo attratti. Il nostro viso, più che ogni altra parte del nostro corpo, ci identifica. È il mio viso che racconta la mia storia, che svela, se lo voglio o meno, chi sono.
Infatti, molti modi di dire usano il viso come metafora: si può perdere la faccia e si può salvare la faccia. In tedesco, ma anche in italiano, si può anche mostrare la faccia, che significa prendere posizione, uscire pubblicamente senza nascondersi. Continua a leggere→
Gesù ha bisogno del nostro primo passo: ci chiede di guardarlo, di ascoltarlo. Può non venirci incontro, se lo avvertiamo presente? Conta sui nostri desideri, che sono atti in germe. Ha bisogno della nostra adesione, anche imperfetta: sarà Lui a perfezionare.
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