Gerard Manley Hopkins: tre poesie del 1880

di Francesco Dalessandro

 

Il 1880 è un anno di transizione per Hopkins: ha trentasei anni, da tre è stato ordinato sacerdote, ha già composto Il naufragio del Deutschland e La perdita dell’Euridice, che ora sappiamo essere i suoi poemi più complessi e famosi. Dopo vari e brevi incarichi in diversi luoghi passa alcuni mesi a Bedford Leigh, cittadina industriale vicino a Manchester, della quale scrive che «vi sono circa una dozzina di fabbriche e miniere; l’aria è satura di fumo e vapori; ma la gente è generosa». Continua a leggere→

Stupidità


L’egoismo è stupido. Te ne accorgi così, senza parere, una mattina qualunque, come fosse la cosa più normale. Certo, è necessaria una preparazione, per raggiungere la presa di coscienza; la spiritualità aiuta, e non a caso è vista da molti come uno scoglio da evitare. È una realtà insidiosa che mette in crisi le abitudini, sfatando luoghi comuni.
La struttura portante della disciplina è costituita da fasi tra loro collegate, le famose “tre vie”.
La prima è la via purificativa: se uno ha vissuto nell’errore, l’urgenza più immediata è quella di sottrarsene. Si tratta, cone recita il tanto vituperato “atto di dolore”, di fuggire le occasioni prossime di peccato. La purificazione, là per là, è dolorosa, va controcorrente: una parte del nostro io è in cerca di gratificazioni, e si sente ostacolata da questa necessaria penitenza.
La seconda è la via illuminativa. Sgombrato il campo dai vizi, dall’opacità che ottunde la vista, comincia ad apparire lo scenario limpido delle virtù. Il cuore si stacca progressivamente dall’attitudine al male e comincia a compiacersi del bene: gustate e vedete come è buono il Signore, si legge nel salmo 33. Il rischio, in questa fase, è che il demonio si travesta da angelo di luce e trasformi la virtù nel suo contrario. È il momento in cui si richiedono dosi massicce di umiltà.
La terza è la via unitiva. Diradata l’ombra del peccato, affiora il Volto di Cristo, invitando a condividere ogni moto interiore. Porgendoci a Lui, offrendogli la nostra persona nella sua integralità, raggiungiamo l’archetipo del Sé. Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me, dice San Paolo.
Le tre vie si intrecciano, crescono in una spirale che accompagna il nostro itinerario fino alla morte. Ci ricordano che l’egoismo è stupido, e merita una certa compassione.

Penna e la felicità di essere diverso

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di Nicola Vacca

Finalmente giustizia è stata fatta per Sandro Penna. Uno dei più grandi poeti del Novecento entra a far parte dei Meridiani con un volume corposo che comprende tutta la sua opera. Poesie, prose e diari per un totale di 1600 pagine( a cura di Roberto Deidier). Un omaggio doveroso, anche se arriva in ritardo, a un poeta immenso che per troppo tempo è stato dimenticato.

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Cestini


In rete si trovano video di cui basta leggere il titolo: quello, per esempio, dello studente che rovescia il cestino in testa alla docente. Non serve vederlo: certi accadimenti sono simboli che parlano da soli. E qui è il punto: da dove vengono il gesto, la parola? Di per sé, un atto materiale è neutro. Nel Vangelo si accenna ai filatteri, sorta di astucci – applicati alla testa e al braccio – contenenti versetti della Bibbia, da utilizzare durante la preghiera del mattino. Gesù, nelle sue invettive contro i farisei, ne stigmatizza l’uso. Eppure, forse, li portava anche Lui. Non conta l’atto, conta l’intenzione, qualcosa che viene dall’interno.
Allo stesso modo, un invasato che entrasse in una chiesa scaraventando qua e là le locandine e i numeri di “Famiglia Cristiana” e di “Avvenire”, sarebbe preso per folle; anche Gesù lo ha fatto, rovesciando i tavoli dei cambiavalute e scacciando i mercanti dal tempio con la frusta. Nel suo caso, parliamo di zelo divino, con rispetto.
L’azione, presa in sé, non ha alcun senso: quello della mamma al figlio che esce dalla scuola e quello di Giuda al suo Maestro sono entrambi un bacio, ma nulla li accomuna.
Il valore di opere e parole è legato alla fonte da cui sono prodotte: se vengono dalla sfera dell’istinto – un istinto inquinato dal peccato originale – dobbiamo stare in guardia; se la sorgente è profonda, e attinge allo spirito, può diffondere luce con un semplice sorriso.
Tornando al cestino di cui sopra, gli studenti si aspettavano di essere pagati per ogni accesso al loro video virale. Un virus, appunto, sempre più aggressivo. E meno umano.

Lamenti


Potremmo recriminare per tante, troppe cose. Ognuno di noi ha una lista di sfoghi, rampogne, rinfacci da estrarre al momento più opportuno, per smorzare le tensioni.
È come se avessimo all’interno un registratore di cassa che non si lascia sfuggire il minimo difetto. Il guaio, poi, è quando gli aspetti negativi si sommano, e sommandosi si aggravano, fino a diventare intollerabili: allora l’esplosione è inevitabile.
È bene non rimuovere le sensazioni di disagio: Teresa d’Avila suggeriva di passare sempre per la stanza della conoscenza di sé. Anzi, è proprio questa trasparenza a rendere possibile il giro di boa, a capire che lo sfogo non basta, che ogni frustrazione è un appello all’accoglienza del diverso, una scommessa sul fatto che resta l’essenziale, anche se perdiamo tutto, anche se la nostra immagine è andata in mille pezzi.
Dirò di più: è questa, in realtà, la condizione per uscire dall’ego, dalla prigione in cui ci siamo rinchiusi per paura, pigrizia, avidità.
Ancora una volta, è la scarnificazione il criterio della crescita divino-umana, non c’è altra possibilità “di passare all’altra riva”.
Quando ciò è avvenuto, voltandoci indietro, non ci sembra più possibile che i lamenti di prima provenissero da noi.

Alcuni versi di Antonio Fiori e Attilio Lolini, di Giovanna Menegus

Gli autori di riferimento che vengono citati dai critici per la poesia di Antonio Fiori sono, a quanto ne so, Caproni soprattutto e Gozzano. Leggendo certi versi di “In merceria” a me – che su un classico del Novecento come Caproni devo ahimè confessare ignoranza – è capitato invece di ricordare certe intonazioni, modi, arie e umori di Attilio Lolini, mancato pochi mesi fa. Continua a leggere→

Scusate se è poco


La realtà, ormai è chiaro, si può leggere da tante angolature. È altrettanto chiaro che la visione, a seconda del punto di partenza, può essere più o meno nitida, o addirittura nulla, in casi estremi.
Siamo fatti a immagine di Dio – da prete posso dirlo: sono i vantaggi impliciti nel ruolo, che sfrutto fino in fondo. Essendo simili a Lui, possiamo essere certi che il centro del nostro essere è lo spirito. Dio, infatti, è Spirito (Gv 4, 24). Da lì si diparte la luce, che impregna la psiche e il corpo, fino ad avvolgere la persona intera (formando quella che in varie religioni, compresa la nostra, è definita aureola).
Il peccato ha provocato un cataclisma, un sovvertimento dell’immagine: il centro non è più lo spirito, ma la dimensione carnale, fragile, esposta. La persona, allora, è frantumata, in balia degli altri e di se stessa, tendente al vizio e a ogni genere di deviazione dalla sua reale identità.
Le epoche di crisi sono quelle in cui la carne prevale, col suo portato di disordine, anarchia, violenza più o meno mascherata. La nostra è un’era segnata da questo baricentro trasferito, dal dilagare di istinti e sensazioni, dall’apoteosi – tristemente nota – delle tre p: piacere, potere, possesso.
Che fare? Lasciare che lo Spirito si rimetta alla guida della storia, universale e personale. Da prete posso dirlo: credo nello Spirito Santo, che è Signore e dà la vita. E scusate se è poco.

Tra parentesi, di Barbara Pesaresi


Nella mia beata ignoranza trovo incomprensibile che sul calendario sia segnata in rosso la giornata di Ognissanti e non quella dedicata alla commemorazione dei defunti, dal momento che i morti ce li abbiamo tutti.
Da bambina, il due di novembre, la visita al cimitero con tutta la famiglia era un appuntamento al quale non si poteva mancare. Un rito da compiere insieme, sempre uguale e perciò rassicurante. Per quanto strano possa sembrare, non sono tristi i ricordi legati a quelle visite. Erano giornate di incontri: parenti che vivevano in altre città, amici e conoscenti persi di vista. Ci si faceva la festa, come a Natale e a Pasqua, ma senza esagerare visto il luogo e l’occasione. Insomma, non c’era bisogno di fingersi allegri e si era un po’ più sinceri. Le chiacchiere, poi, riguardavano i vivi, al punto che pareva di assistere a una celebrazione della vita, come dire: e anche quest’anno l’abbiamo scampata e siamo qui a raccontarcela. Continua a leggere→

Luigi Maria Corsanico legge Erri De Luca

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da qui

Erri De Luca
Considero valore
da “Opera sull’acqua e altre poesie” – Einaudi, 2002
Lettura di Luigi Maria Corsanico

“Los Sueños”, Astor Piazzolla (Guitarra:Toni Iñiguez)

Fotografia : L.M. Corsanico

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Slow foot


Abbiamo il mito della velocità. La tendenza sana sarebbe quella inversa: rallentare, diventare consapevoli di ciò che siamo e facciamo, dei nostri moti interiori, i gesti che vengono spacciati per spontanei, e invece sono fragili e acerbi.
Lo dirò a un mio caro amico, che ha l’uzzolo dell’ispirazione naïve. La scrittura è forma per antonomasia, è la realtà che ha bisogno di rimodellamento, precisione, ordine. Italo Calvino lavorava su ogni singola parola, finché non approdava a quella per lui insostituibile. Eliminava le ripetizioni, scarnificava il testo fino a sentirlo, al tempo stesso, completo ed essenziale.
Tutto ciò è possibile se si persegue un effetto di rallentamento. La scrittura è una moviola in cui si colgono i passaggi, i dettagli, in cui si gioca la partita del senso, l’esito ultimo della comunicazione. Lo spontaneismo è il nemico della comprensione, inganna gli altri e noi stessi, perché impedisce di guardare in faccia i meccanismi profondi, quelli da cui dipende la nostra vera o falsa identità.
Il Vangelo, come sempre, esorta a rovesciare il mondo: chi si ferma è perduto? No, chi si ferma è salvato, com’è noto a chiunque si sia imbattuto, un giorno, nella Luce.

Post it


Molti di noi prendono appunti, sottolineano libri, scelgono frasi o immagini da attaccare alle pareti. La mia stanza è così: cosparsa di fogli che fanno memoria delle cose in cui credo, dei passaggi importanti della crescita, degli snodi senza i quali le energie non si sarebbero sbloccate.
Davanti a me ho due fogli A4 colorati, che ricordano i segni della presenza dello Spirito e la luce abbagliante della Piazza d’oro del capitolo ventuno dell’Apocalisse. Più sopra c’è l’appello di Fëdor Dostoevskij ad abbracciare la terra, ad amare tutta la creazione, ogni foglia o granello di sabbia, per scoprire in ogni cosa il mistero di Dio. In fondo a sinistra c’è l’inno alla carità, che esorta alla pazienza, a compiacersi della verità, a sperare e sopportare. Poi c’è il Padre nostro in aramaico, il Totus tuus, la tricotomia dei Padri, con i sensi esterni e quelli interni. E ancora, le preghiere, il memento che è lo spirito il motore dell’uomo, non la carne o la psiche, il promemoria che l’unica immaginazione a restare, e a non lasciarci vuoti, è quella del Cristo.
Non so cosa possa pensare chi entra per le pulizie settimanali, o per supervisionare o riparare un guasto. Ma le parole importanti della vita le legge solo chi le ha impresse nel cuore.

Finale di partita


Prima di morire, Gabriele Amorth, famoso esorcista, ha lasciato un testamento: o si è di Dio o si è del diavolo. Eh eh, penserete, ecco un altro fondamentalista.
In realtà il maestro del defunto era almeno altrettanto radicale: il vostro parlare sia sì sì, no no, il di più viene dal maligno. Dal diavolo, appunto.
In un’epoca in cui anche i superiori di ordini religiosi sostengono che il demonio non esiste, discorsi come questi sembrano retaggi di un passato che è meglio seppellire, come chi lo ha riesumato. Chi difende la dottrina, il depositum fidei, oggi è una specie di untore da additare al pubblico ludibrio e da togliere di mezzo il più presto possibile.
Una verità controcorrente ha svantaggi evidenti: le tue parole non vengono celebrate sugli altari del politically correct, non sono fatte rimbalzare dai soloni dei mass media, dai nuovi pontefici della conversione facile; anzi, vengono irrise, censurate, cancellate dal circo delle news.
Ma la stessa verità ha anche un vantaggio: resta lì, come l’amore vero, resiste eroicamente, perché sa che, prima o poi, il sì e il no, Dio e il demonio, metteranno giù le loro carte, con tutto quello che comporta un finale di partita.

Nasce la collana Z a cura di Nicola Vacca per i Quaderni del Bardo Edizioni di Stefano Donno

Nasce per i tipi de I Quaderni del Bardo Edizioni di Stefano Donno la collana Z a cura di Nicola Vacca. L’obiettivo che si nutre dell’esperienza, della sensibilità  e professionalità pluriennale nel mondo del giornalismo culturale d’opinione, della militanza e vita poetica e letteraria del curatore Nicola Vacca portata avanti nel tempo anche con il suo blog tra i più visti in Italia (Zona di disagio), vuole essere un universo altro dove codici, tracciati semantici e stilistici tra i più vari potranno trovare il loro posto e la loro dignità.  La prima pubblicazione selezionata  e proposta da Nicola Vacca, che vedrà la luce nella prima metà di novembre 2017 nella collana Z è quella di Donato Di Poce firma autorevole nel panorama culturale italiano dal titolo Lampi di Verità con la prefazione del filosofo Alessandro Vergari.

“Sono orgoglioso di aver avviato con Nicola Vacca, cultore di Cioran e poeta che stimo e apprezzo moltissimo – dichiara l’editore Stefano Donno – questa collaborazione in puro spirito di autentica solidarietà poetica e culturale. La convinzione che la casa editrice si sia dotata di un ulteriore mezzo culturale di grande qualità ci rassicura sul fatto che il nostro marchio inserito nel segmento della micro editoria italiana lavori lentamente ma con grande forza, purezza e autenticità”

Donato Di Poce, (Nato a Sora – FR – nel 1958 ma residente dal 1982 a Milano ). Poeta, Critico d’Arte, Scrittore di Aforismi, Fotografo.  Artista poliedrico ed ironico ma dotato di grande umanità, si è imposto all’attenzione del pubblico e della critica con la pubblicazione di una collana di 5 portfolio dal titolo: TACCUINO BERLINESE – East Side Gallery , Félix Fénéon Edizioni, Ruvo di Puglia (BA), 2009 dedicata al muro di Berlino. In un suo celebre aforisma ha scritto: “Il Poeta vede l’invisibile/Il Fotografo fornisce le prove”.

I Quaderni del Bardo Edizioni di Stefano Donno (iQdB Edizioni di Stefano Donno)

Info link – http://www.iquadernidelbardoedizioni.it/

Epopee.L’intreccio storico di Roberto Plevano Il Duecento bollente di Ezzelino & C.


di Ermanno Paccagnini

Suona come il libro della vita per Roberto Plevano questo Marca gioiosa, vincitore nel 2015 del premio Neri Pozza. Un libro covato più o meno inconsapevolmente a lungo, se pensiamo ai suoi studi di medievistica che nel tempo hanno saputo assumere toni, suoni, colori e sapori narrativi. Perché questo è Marca gioiosa, titolo che riprende il verso 10.976, lassa 479 («/a joiose Marche del cortois Trevixan»), della chanson de peste franco-veneta L’Entrée d’Espagne a indicare un territorio corrispondente grosso modo all’odierno Veneto di terra, avente in Verona la «porta» tra mondo e cultura germanica e quella italica. Un romanzo nel quale i dettagli anche più minuti hanno sapore ricostruttivo narrativo, permeati come sono da uno stile sapiente nel coordinare lingua d’epoca e lingua d’oggi, puntando soprattutto sulla strutturazione espressiva. Continua a leggere→

Simboli


Ogni cosa ne significa un’altra. Capito questo, si è capito tutto. Il materialismo non vede la realtà dalla giusta prospettiva: quella simbolica.
Il symbolon era il coccio che, diviso in due, certificava l’alleanza stretta fra due re: ognuno custodiva la sua parte, che s’incastrava con quella del socio. La vita è questo: un nesso tra elementi diversi, che si richiamano l’un l’altro.
Preso in sé l’universo non ha senso: è un sistema destinato al collasso, all’entropia. A quest’ottica manca l’altra parte del coccio: il creato ha un Creatore, che lo orienta verso il fine, senza lederne mai la libertà.
Ho già detto del mio colloquio col secondino di Rebibbia: sosteneva con fervore l’inutilità delle zanzare, ma lo esortavo a non farlo sapere ai pipistrelli, che risolvono con loro il problema del pranzo e della cena.
Amare il prossimo è difficile: ma se ricordo che è immagine di Dio, è tutta un’altra storia. Una rosa mi ricorda l’amore (come insegna il piccolo principe), una penna il fascino di un libro, un treno il viaggio che per tutti è l’esistenza.
Anche Cristo, perché ne avessimo memoria, ha scelto di legarsi al pane e al vino: per qualcuno è impossibile non pensare a Lui, se mangia o beve.
Ogni atomo del mondo è un tesoro da scoprire: basta trovare il gemello in cui si specchia.

Spalancati spazi, di Claudio Pozzani


Introduzione

 

di Roberto Mussapi

 

“Ti ho visto in faccia in quella stanza

io sporco di sangue e muco

tu stravolta e curiosa.

Ho tentato di dirti che non ero sicuro

di voler restare fuori di te

ma le parole che avevo in testa

nella mia bocca si impastavano male (….)

ti avevo appena fatta soffrire

ti avevo fatta sanguinare

eppure ero io a piangere e tu a sorridermi (…)

Ti ho visto in faccia in quella stanza

e darei tutto quello che ho per ricordarmene.”

 

Versi estratti dalla poesia con cui si apre questa autoantologia di Claudio Pozzani, che non si legge come antologia, perché suona e parla come opera completa, conclusa, unitaria. Continua a leggere→

È la vita, bellezza!


Ciò che è bello per me? È una parola.
Se la bellezza è la chiave, bisogna dire che il mondo è svantaggiato. Primo, perché corre troppo. Accumula, insegue, sgomita, ha sempre paura di perdere qualcosa. Da quando mi sono accorto che questa sindrome colpiva pure me, mi sono imposto di fermarmi. Ho pensato intensamente ai notturni di Chopin, ai versi di Lorca, alle cime delle Dolomiti. La bellezza che amiamo parla della nostra identità, e dunque di Dio, che ci ha creati. La fede è un dono, è vero: ma se non mi fermo, se non ascolto le corde più profonde, il loro vibrare di fronte a una pagina di Roth, a un adagio di Mahler, alla Vocazione di san Matteo del Caravaggio, Dio non lo vedo neanche col binocolo.
Essere o non essere, si chiedeva Shakespeare. Dormire, forse sognare. Io dico: fermarsi o non fermarsi, decidere di mettere un punto a questa corsa furiosa verso il nulla, a tanto insensato incattivirsi, lamentarsi, offendere, a questo corazzarsi e procedere a spintoni in una folla che comunica solo con gli stati su Facebook o su whatsapp.
Basta, a volte, una canzone di De André, un bicchiere di Brunello, una pagina di Rilke, per ricordarsi che vivere è tutta un’altra cosa.