C’era così tanto da scrivere su questo film che l’unico modo che ho avuto per farlo serenamente è stato partire con l’idea che sarebbe stato impossibile dire tutto. E nonostante le mie migliori intenzioni, questo post non è affatto breve, e non è neanche una recensione quanto più una critica, perciò più adatta a chi il film l’ha già visto. Mi appello alla clemenza della corte augurandomi di riuscire a farvi arrivare in fondo a bordo delle mie montagne russe di associazioni di idee, frantumi di suggestioni, lacerti di reminiscenze scolastiche, poesia, e qualche milione di metri di pellicole. E ora partiamo! :o)
Per quanto non si direbbe, a conoscermi, io sono una fan acritica dei Bond movies: ho visto quasi tutti i film, almeno tre volte, con punte di una dozzina di ripetizioni. Non li distinguo uno dall’altro, volutamente: per me Bond è un archetipo a prescindere dall’attore che lo interpreta, una sorta di noumeno platonico. È un agente segreto che esiste realmente, e che anche in questo istante è in missione da qualche parte; quale sia, lo scoprirò nel prossimo film. La premessa solo per far capire che quanto sto per dichiarare non ha nessun contenuto denigratorio o sminuente, per me. Lo dico: Skyfall è molto più di un Bond movie. Continua a leggere
6. Otello
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da qui
Più procedi, più comprendi che il tempo e lo spazio sono fili che s’intrecciano in modo inestricabile: è impossibile tracciare confini ragionevoli tra il qui e il là, tra il prima e il dopo. Ora, per esempio, ti tornano in mente le immagini di te, tuo fratello e Ferruccio Ferranti che scorrazzate in Viale Europa, in attesa del colpo che sognate da tanto e avete preparato nei minimi dettagli. Continua a leggere
Lia Albricci, Il silenzio della musica

Il silenzio della musica
di Lia Albricci
Le ultime note del preludio di Debussy rimasero sospese nell’aria, perfette come gocce di pioggia lucenti, acini di lacrime immobili inanellati da un filo di ricordi.
Il silenzio improvviso fu così intenso che sembrò poter contenere solo se stesso, lentamente e per uno straordinario tempo dilatato avvolse tutto quello che era intorno, immobilizzò terra e cielo, poi si infranse, repentino, per un rumore lontano.
Rimase il vuoto e riuscì a ricordare. Continua a leggere
Appunti su “Dai campi di granturco ai gelsomini”, di Ombretta Ciurnelli
di Anna Elisa De Gregorio
Qualcuno che ci racconti come eravamo.
Appunti su Dai campi di granturco ai gelsomini di Ombretta Ciurnelli,
Fabrizio Fabbri editore, 2012.
Ombretta Ciurnelli, perugina di San Martino in Campo per cuore e lingua, è sempre stata, in vocazione, cantambanca o, con bellissima parola di mediazione umbra, “cerretana”: ama parole che prendono vita per dirle ad alta voce, come appunto la poesia in dialetto (dialetto arcaico, nel suo caso, che si aggirava per le stanze di casa della nonna). Ha pubblicato nel 2008 L’arcontastorie, edizioni Guerra, dove si muovono donne (voci senza voce) di San Martino, che urlano d’essere raccontate, drammatizzate, così come i suoi precedenti acrostici di Badarellasse nelle parole, volume licenziato ancora per Guerra nel 2007. Continua a leggere
Tra Grillo e le primarie spunta il polo della sinistra arancione
Comunque vada domenica l’esito del voto, si intravede un ticket Bersani-Renzi con l’asse del centrosinistra spostato ancora più a destra, malgrado gli sforzi di Vendola. E intanto domani a Roma l’assemblea nazionale di Cambiare si può per costruire un soggetto alternativo al montismo e di vera “sinistra” nel Paese.
DA MICROMEGA
di Matteo Pucciarelli e Giacomo Russo Spena
Volano parole grosse: «Su di me accusa bulgare» dice uno. «Caro Matteo non inquinare il voto» replica l’altro.
In vista del voto di domenica si alza il livello dello scontro tra Matteo Renzi e Pier Luigi Bersani, il quale incassa per il ballottaggio l’endorsement (abbastanza scontato) di Nichi Vendola. Continua a leggere
Ti stringo la mano mentre dormi, di Elena Buia
Da Ti stringo la mano mentre dormi
di Elena Buia Rutt
Fuorilinea, 2012
Prefazione di Antonio Spadaro S. I.
Postfazione di Claudio Damiani
Lo spazio di Dio
In questa casa
ultimamente
nessuno più parla di Dio.
Eppure a volte all’improvviso
spingendo da puledri
la macina dei giorni
si apre nel silenzio
uno spazio d’aria
che quando
lo attraversi
sorridi piano
come nevicasse.
5. Bistecche
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da qui
Lo spazio è vita, è il luogo dove prendi forma ed entri in contatto con la gente e con le cose; ma rischia di chiudersi in una morsa senza scampo, specialmente su di te, bambino introverso e sognatore che preferisce stare in casa a organizzare partite di calcio coi soldatini della Airfix. Continua a leggere
Mungere pietre, di Eliana Petrizzi
La mia faccia non mi piace, ma deve essere una bella giornata: dalla finestra entra una luce che mi libera dal terrore di cambiamenti improvvisi nelle cose e nel tempo. Il vento passa tra i piedi come un serpente. Anche ciò che non si muove un poco si trasforma.
Aria calda, asfalto umido. La mia dirimpettaia mi spia dal balcone con sguardo minerale. Poi chiude la tenda come si volta una pagina. Uomo che passa in bicicletta, corteccia di fango lungo una suola: evento senza ormeggi e, tuttavia, fermezza della traccia. Ascolto il ronzio del sangue nelle vene, il brusio selvatico nelle foreste, l’espirazione dell’acqua in pozzanghere e caverne, il fluire dei pesci, il rombo latente della Terra. Conservo del mondo una memoria fredda, come se da un ponte fissassi una città lontana.
Nel piatto del brodo, l’olio galleggia in dischi come galassie. Penso al mio nome: parola sola nell’onestà del vuoto. Nell’ordinaria perlustrazione delle falle, sono il punto in cui l’orologio fermo segna l’ora esatta. Non ho imparato il distacco con cui è bene legarsi alla vita: il mio desiderio non si impiglierebbe in niente, ma crescerebbe al di là, privo di oggetto. Continua a leggere
Intervista a Mariapia Veladiano: “Insieme la paura fa meno paura”
di Massimo Cerofolini
La vita scorreva su un piano di ordinaria serenità. Poi all’improvviso sotto i piedi di Ildegarda, erudita quarantenne milanese che si divide tra giornalismo e teologia, si spalanca la voragine: il marito la abbandona senza spiegazioni e il figlio piccolo scivola sul piano inclinato di una serie di malattie.
Con chi prendersela? Ildegarda sceglie di prendersela con Dio. In modo duro, quasi blasfemo, per lei che comunque ha una fede matura e coltivata. Ma non fugge, come il marito. Resta lì, nello stile di Giobbe, in questa domanda senza risposta. Di più, rilancia il rapporto con la sua voce profonda, con la sua parte divina, amplificato dall’incontro con un pastore luterano, vittima di una tragedia ben più grave della sua. È un prendere o lasciare, che lei rivolge spavalda al suo Dio. Per scoprire se la sua vita spirituale è un bluff o se invece ha una logica, misteriosa certo, ma stringente, autentica.
Dopo il felice esordio di “La vita accanto”, Mariapia Veladiano esplicita il suo interesse spiccato per il sacro. Lo fa in un romanzo, “Il tempo è un Dio breve” (edito da Einaudi), in cui tutto dichiara il suo punto di vista: dalla scelta dei nomi (Ildegarda come Ildegarda di Bingen, la mistica medievale, il pastore Dieter che evoca la figura di Dietrich Bonhoeffer) ai temi su cui si ferma, che sono quelli assoluti del dolore innocente e del significato del male nelle nostre vite. E tira fuori, la scrittrice vicentina, una dedizione alla fede che può disturbare un non credente e insieme una libertà di pensiero che può infastidire un devoto. In modo cioè molto personale, assolutamente fuori dagli schemi obsoleti con cui spesso si divide il mondo tra praticanti e senzadio. Continua a leggere
4. Un nome
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da qui
Quante volte hai percorso questa strada? Ti sembra di toccare con mano l’atmosfera umida dei pomeriggi di novembre, quando sfioravi gli alberi spogli e tutto ti attraeva: i passanti intabarrati, una finestra aperta da cui scorgevi l’interno di una casa, l’edicola centrale, da cui occhieggiavano donne senza veli. Continua a leggere
Comunismo possibile. Utopia efficace
L’amico aveva il padre che faceva il tubista, / e la vita se l’è sudata/ per consentire al figlio di essere quello che ora è. / […] / Nulla ricorda in lui il padre che faceva il tubista, / e la vita se l’è sudata / per consentirgli di essere quello che è. […] / È felice, e basta. / Va in televisione, fa l’addetto stampa, / e parla sempre con la stessa voce, dice sempre le stesse cose. / Che i comunisti sono cattivi, e hanno rubato la gioventù / a chi solo perché aveva vent’anni credeva di essere eterno / e di poter cambiare il mondo. Che il mercato rende liberi, / e che un servo di scena può essere felice come il padrone, / e che sa bene come i servi sono simili a quei cagnolini, / e che scodinzolano non appena annusano l’odore del biscotto.
Emilio Piccolo[1]
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di Antonino Contiliano
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Nel “kuore dell’impero, mescolando memoria e desiderio” – scrive Stefano Docimo, Attualità o no del comunismo- TEMPI DI CATASTROFE, TEMPI INTERESSANTI (www.retididedalus.it, luglio, 2012) – è possibile ancora pensare alle promesse del “comunismo” e alle sue premesse?
Il cuore dell’Impero, chiamando a testimoni l’Identificazione biometrica (Mario Lunetta, Ivi) e l’Algo-Mondo(Marco Palladini, Ivi), infatti non predilige “un’equa distribuzione dei pani, dei pesci & delle tecnologie” (Mario Lunetta) e “non conosce Algos, il gran dio dei dolori /che ci fa umani oltre le equazioni incognite, / anestetizza ogni operazione di vita” (Marco Palladini). E tuttavia sembra che le premesse per attivare il mondo delle promesse della democrazia comunista non manchino se i “tempi di catastrofe” dell’Impero appaiono “tempi interessanti”.
CATANIA
Strana città, Catania. Bella e contraddittoria, come molte città del Sud. Paradossale, a volte. Capace di affascinare e di contrariare, di sorprendere e di deludere. Dipende dalla prospettiva da cui la si guarda, dallo stato d’animo contingente del visitatore di turno. Difficilmente, però, lascia indifferenti. E questo è senz’altro un punto a suo favore: l’odio gramsciano per l’indifferenza, non passa da questa città… che però – bisogna ammetterlo – non si salva dal rischio di scivolare in un’apatia atavica, che talvolta la avvolge. Del resto, quella celebre esortazione di Giovanni Paolo II (“Catania alzati, rivestiti di luce e giustizia”), scolpita su una lapide posta sulla facciata di uno dei palazzi di Piazza del Duomo, a ricordo di quel 4 novembre 1994, giorno in cui il pontefice polacco solcò il suolo del capoluogo etneo, rimane una voce che merita ancora oggi di essere ascoltata con molta attenzione da una città che spesso rimane seduta… salvo, appunto, sgranchirsi le gambe di tanto in tanto. Questa natura dicotomica, poi, è anche segnata dalla sua posizione geografica: distesa tra la Montagna e il mare (è bene ricordarsi di chiamare l’Etna al femminile: per i catanesi non è il vulcano, ma ‘a Muntagna), ammicca tra l’oscurità della pietra lavica e la luminosità rutilante di un sole generoso. Una città capace di far disperare per le sue inefficienze, ma anche di far innamorare per il fascino dei suoi luoghi. Perché – è bene precisarlo – Catania è una città che pullula di luoghi-simbolo. Primo fa tutti, la statua dell’Elefante situata al centro di Piazza del Duomo: un luogo che possiede una tale potenza evocativa che non può non lasciare traccia nelle pagine dei narratori a cui la città ha dato i natali. Ne ho scritto più volte anch’io, già a partire dal mio primo romanzo “Identità distorte” (2005): “Al centro della piazza barocca l’elefante in pietra lavica, u liotru, svettava sulla fiumana di corpi assiepata dinanzi alla Cattedrale, nel tratto che va dall’imbocco di Via Etnea a Porta Uzeda. Con i suoi occhi bianchi u’ liotru osservava placido i volti appesantiti e caduchi degli uomini e delle donne in attesa. Dietro un sorriso abbozzato pareva percepire i suoni, le voci, i bisbigli della città. Di quella città di cui esso stesso ne era simbolo. Di quella città dove bene e male, luci e ombre, sacro e profano, si erano avvicendati in un flusso continuo di eventi che gli erano scivolati addosso; lievi, uniformi, come l’acqua a linzolu della Fontana dell’Amenano. E tutto aveva compreso, assorbito, captato; quasi che l’obelisco egizio di granito di Syene, che imperioso si stagliava dalla sua schiena per più di tre metri e mezzo d’altezza, non foss’altro che una potente, maestosa, antenna ancestrale”. Continua a leggere
“FIORI CIECHI”, DI MARIA ANTONIETTA PINNA
Recensione di Giovanni Agnoloni
Fiori ciechi, di Maria Antonietta Pinna (Annulli Editore) è un’opera che spiazza, come sanno fare le migliori tra quelle che spostano il punto di osservazione dall’uomo alla natura. Qui i protagonisti, sia pur “antropomorfizzati” nel pensiero, sono dei fiori. Ho detto “nel pensiero”, ma avrei dovuto dire “nelle emozioni”, perché questi personaggi, che animano Florandia, un’immaginaria Repubblica dei Fiori, sono dei piccoli archetipi emotivi, coacervi di passioni e moti viscerali.
A volte mi sembra di trovarmi di fronte a una “variabile impazzita” del Connettivismo, ma non è così. Vi sono spunti descrittivi di lirismo cosmico, ma a mio avviso prevalgono elementi (sia pur originalmente interpretati) di forte simbolismo e surrealismo. Continua a leggere
Lo scoppio ritardato del poetry slam
di Max Ponte
Il rinnovamento della poesia orale; la possibilità di una federazione italiana
Il poetry slam è una gara di poesia fondata sull’oralità, nata negli U.S.A. e approdata in varie parti del mondo. L’inventore è Marc Kelly Smith che crea la prima scena di slam ufficialmente nel 1987, mentre colui che lancia tale modalità di poetare nel nostro paese è il poeta Lello Voce. L’importazione di questo gioco o sport letterario avviene relativamente tardi se vogliamo. Certo non è una novità assoluta se pensiamo che la memoria delle tenzoni e delle rime pubbliche (citerei gli strambòt di Villanova d’Asti, rime in piemontese lanciate ogni anno per la festa del paese alla cittadinanza, che sin da piccolo mi hanno incuriosito e che risalgono all’età medievale) è ancora viva nella tradizione italiana. Siamo nel 2001 comunque e il poetry slam è arrivato in Italia. “Su una cosa non c’è dubbio alcuno: che ad aver organizzato il primo Poetry Slam italiano è stato il sottoscritto, con Nanni Balestrini e Luigi Cinque, nel marzo del 2001” scrive Lello Voce sul suo sito. Continua a leggere
Provocazione informa d’apologo 233
Avevo un amico da molti competenti ritenuto poeta grande anzi grandissimo, il quale, benché esortato e perfino pregato, si era sempre sottratto alla pubblicazione di anche uno solo dei suoi scritti.
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3. Il posto migliore
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Siamo di nuovo in Viale Europa: la vita è lo spazio in cui si vive, l’angolo di mondo in cui un dettaglio ne richiama mille; perfino le assenze, ciò che ha smesso di esistere per sempre: il negozio di alimentari Liberati, il bar Rossana, la vetrina di Eurosport dove, incantato, contemplavi l’ultimo modello di scarpe da ginnastica. Continua a leggere
Hendrix 70
27 novembre 2012. Domani. Jimi Hendrix avrebbe settant’anni. Come sarebbe Jimi settantenne? Difficile, quasi impossibile immaginarlo. Improbabile che continuerebbe a sculettare sui palcoscenici, come Mick Jagger, o Keith Richards. Oppure sì? Avrebbe rivoluzionato la musica rock, come sognava qualcuno, oppure il Mercato se lo sarebbe mangiato a colazione? Continua a leggere
Sara e Elia, di Rosa Salvia
Sara giunse ad Haifa servendosi di mezzi di fortuna, autobus e autocarri militari. Si fece portare solo per un primo tratto lungo il percorso per Ramat David, e preferì fare a piedi l’ultimo tratto che fiancheggiava la colonia agricola dove sperava di trovare suo marito Elia. Quel tratto di strada correva fra colline rudi che pareva fossero state messe lì apposta per proteggere da un nemico l’ampia pianura nel cui centro sorgeva il kibbutz. Un paio di volte sostò a percuotere la strada solida col piede. Non riusciva a convincersi del tutto che quello fosse terreno consacrato. Ad un certo punto s’inginocchiò sul ciglio della strada, fra i sassi e l’odore della polvere. Aveva un bisogno quasi fisico di toccare quella terra, ma le gambe non la reggevano e fu costretta a rialzarsi. Continua a leggere
2. Odori
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Basta girare l’angolo per avere ricordi più precisi. E’ Viale Europa, dominata dalla chiesa che sporge come un cubo di calce sopra la collina; un’immagine che ti ha sempre messo in soggezione, come se l’angoscia, la paura del buio, i sensi di colpa si concentrassero esclusivamente tra gli spigoli delle mura bianche e il grigio della cupola, che col corpo squadrato ha tutta l’aria di un osservatorio che snobba le stelle e si dirige su di te. Continua a leggere









