La scuola di Serena Bedini 2. Il tempo di scrivere

Non troviamo il tempo per scrivere finché non lo si cerca con assiduità, con determinazione. Tutti noi ne abbiamo, per la verità nella nostra vita c’è il tempo per fare tutto, se ci sembra che non sia così è solo perché ne perdiamo troppo in situazioni vacue, in rapporti inopportuni, in attività inutili.
Scrivere invece consente di ritrovare il tempo per sé stessi, di riflettere, scendere in profondità, come diceva Rainer Maria Rilke in Lettere a un giovane poeta, perché la scrittura – è importante ricordarlo – si nutre di profondità, non di temi pesanti, ma di temi profondi declinati con leggerezza (Italo Calvino, Lezioni Americane). Continua a leggere

Frammenti di Cinema # 85

 

di Pasquale Vitagliano

David Lynch non è il mio regista preferito ma The elephant man (1980) è il film al quale sono sentimentalmente più legato. Come Victor Hugo, secondo Leonardo Sciascia, ci ha insegnato cosa significhi veramente essere cristiani, David Lynch si ha insegnato ad essere umani. Il tema del corpo, del volto, in particolare, della mostruosità sono al centro della sua ricerca artistica. Senza di lui, Coralie Fargeat non avrebbe concepito The Substance (1924) con una rinata Demi Moore. La manipolazione della faccia per avere un volto nuovo e, magari, anche un’anima diversa, ha spesso stimolato il cinema. Già nel 1947 ne La fuga (1947) di Delmer Daves, l’espressione iconica di Humphrey Borgart non appartiene al volto originario del protagonista. Assassino in fuga, decide di rivolgersi ad un chirurgo plastico per modificare i propri connotati. Anche il trafficante Manitas cambia indentità, ma per diventare una donna. Emilia Pérez (2024) di Jacques Audiard è candidato a 13 premi Oscar per il 2025. Il medico di Tel Aviv, che finalmente realizzerà il suo desiderio, l’avverte: si può cambiare il corpo, non l’anima.

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La poesia prima della fine del (o di un) mondo, a cura di Rita Pacilio. Angela Caccia

Capita 
e lasci la preda - o preda 
lanci segnali di soccorso    è allora che 
        t’accorgi 
        di quanti tuttavia sei ricolmo 
        e come è morbido e remissivo 
        il veleno di alcuni fiori 
ma la poesia civile è sangue - indelebile 
nell’affronto/confronto 
bianco e nero Yin e Yang. 

Avventurarsi nella tana del lupo 
esplorare il più forte nel territorio del pericolo 
dormire magari il suo stesso sonno 
e poi 
quello dell’agnello 
svelarne la vulnerabilità l’innocenza 
la calma degli indifesi 
sarebbe un prezzo congruo perché l’umano ci modelli 
peccato che il sofista di turno 
faccia il giro del mondo mentre 
la verità 
viaggia su auto di seconda mano

Tentativo di questi versi, evidenziare come, alcune dinamiche intrinseche – potere e vulnerabilità, sfruttamento e resistenza, preda e predatore – siano nel nostro tessuto sociale dove, oggi più che mai, il forte schiaccia il debole. L’immagine dell’“avventurarsi nella tana del lupo e poi in quello dell’agnello” evidenzia spazi di conflitto che devono sfociare necessariamente in dialogo: solo una valida comunicazione abbatte muri, trasforma le dinamiche predatorie in opportunità per la coesistenza e la solidarietà.

La poesia civile in genere, sottolinea come la scrittura, e l’arte nel suo complesso, siano validi strumenti di denuncia e, al contempo, atto di resistenza nella misura in cui si propongono come veicolo di cambiamento e consapevolezza. 

Non esistono “proprietari di questa terra”, solo usufruttuari: 
[…] siano benedetti
quanti -estranei a quel sole e a quella notte –
in una marcia sonnolenta
si aggirano tra i vicoli dei nostri sogni
a ribadire che tutti siamo fame
e tutti bisogno

[Di lentissimo azzurro ed. Campanotto, 2025]

Come velame che cade. Viaggio lirico nella terra di Molise

di Giancarlo Pontiggia

Leggo, in questi giorni, il bel libro di versi e di immagini che Valentino Campo e Pino Bertelli hanno voluto pubblicare per le edizioni Volturnia con il titolo Come velame che cade. Viaggio lirico nella terra di Molise. Ed è un mondo nuovo che sorge in me, ben diverso da quello – pure amatissimo – di Francesco Jovine, anche se certi racconti di Ladro di Galline e del Pastore sepolto, come Malfuta o della fondazione di un villaggio o Il cavallo del diluvio o Le lacrime degli eredi e altri ancora, sembrano condividere qualcosa delle immagini aspre e potenti di queste pagine. Ma qui è a un Molise eterno che ci volgiamo, a una petramater remota e arcaica, sannita e poi cristiana, ma che sembra ogni volta mantenere l’impronta del suo territorio: e non solo i sentieri, le montagne, i boschi, i tratturi, ma i paesi stessi, e perfino le voci che salgono da quelle terre danno la sensazione di far parte di una natura impervia e immutabile. La lingua di Valentino Campo testimonia di una ricerca personale che va verso l’asprezza dei suoni e la tensione dura delle immagini, a volte anche verso la litania, come nella seconda sezione del libro, dove l’incipit, ripetuto ogni volta, sembra dire di qualcosa di sacro e inalterabile, e fissato una volta per sempre: Fatum, se è vero che questa parola, in latino, esprimeva un ordine fatale stabilito dall’eterna legge di natura. E colpiscono, in questa sezione, certe formule interrogative o certe inserzioni sentenziose (come nel distico finale di XIII) che portano in sé la lingua apocalittica di Eliot. E poi ci sono i morti, che invadono il sonno e le acque, e sembrano intrufolarsi in ogni pensiero, così come negli occhi degli animali. E gli animali stessi, i buoi che impregnano di sé la mente del narratore nella prima sezione del libro. Niente di addomesticato, in questi versi, solo verità. E verità a volte inquietanti, minacciose, che stridono, e tagliano la pagina come qualcosa di rauco e di crudo, di indomato. E con una lapidarietà che è della lingua come del pensiero di chi parla. E penso ancora alla prima sezione, quella sannita, e a poesie come Così come è stato, quasi epigrafica nella sua essenzialità: «Così come è stato. / Il padre di mio padre, / il padre, vigilia / di mia madre, scroto. / Sia figlio di mio figlio, / il padre, ed io / semenza di mio figlio, fiato. / Io sono il bue, / mi dicono sacro / agli dei degli inferi, a questa lama, / alla fenditura / del cielo che s’assottiglia e che dirada. / Il bue inghiotte fili, / impregna l’aria / di là dal campo dove i romani / con croci e spini celano gli altari». Bellissimi i versi, come le immagini di Bertelli: due mondi e due linguaggi che s’intersecano e si potenziano reciprocamente, ma conservando intatta la propria autonomia espressiva.

Sergio Zavoli

di Giorgio Stella

Cielo fermo, fredda luce posata
sopra di noi lasciati soli
a vagare con gli occhi su di te, di stella
in stella, quelle che hai scelto
per le nostre notti, nel velato dominio
dove hai voluto averci con l’immagine tua.
Poi più nulla, deserta maestà,
eppure siamo, in un grano per volta,
la tua prova.

La poesia vista dalla luna. Trentarighe di Alberto Bertoni 3. Stefano Simoncelli

Per sviluppare appieno il suo indubbio talento di poeta, il romagnolo di riviera Stefano Simoncelli (classe 1950) ha dovuto passare oltre due file di scogli molto perigliosi: il primo scoglio è coinciso col suo precoce incontro – nella nobile avventura della rivista “Sul Porto”, fondata nel 1973 – con una delle voci più significative del secondo ‘900 italiano, appartenente al sodale e conterraneo Ferruccio Benzoni, morto a meno di cinquant’anni nel 1997. Quella che un grande critico come Harold Bloom ha chiamato “l’angoscia dell’influenza” dev’essere stata davvero forte e lunga più di un decennio, per Simoncelli. Ma lui (anche tennista di vaglia come già Giorgio Bassani e Antonio Porta) ha progressivamente trasformato nel tempo la tensione agonistica derivata dal confronto con un alter ego tanto potente in una capacità inesausta di lavoro ed impegno, fra giusto omaggio e convinzione sempre più ispirata di poter giocarsela alla pari, con Ferruccio. Continua a leggere

Gli spostamenti del desiderio: il presidio inquieto della parola

Simone Gambacorta su “Gli spostamenti del desiderio” di Raffaela Fazio (Moretti&Vitali, 2023), Finalista del Premio Letterario Camaiore 2024:

Si è soccombenti, potremmo dire parafrasando Bernhard, riguardo ogni nostro rapporto con il reale, qualunque forma esso assuma e qualunque sia la direzione delle nostre istanze, l’orientamento delle nostre attese, la postura delle nostre speranze: è allora nello scarto degli “spostamenti del desiderio” che s’installa il presidio inquieto della parola, con i suoi enzimi interroganti e con i suoi tornanti di consuntivo. Su questo humus intimamente drammatico sorge la poesia di Raffaela Fazio, vero e proprio viatico, per dirla con Bufalino, tanto per la “luce” quanto per il “lutto”.

Giorgio Stella. Una poesia

LE CARROZZE DI BURRO – (…) ad ogni astro si dedica il cielo, fascia retta nell’ onda orizzontale barocca dove la fiamma // è lo spessore della scherma! La postura ha / un rigore… Come sparare (…) // n
nella creta la suggestione per la ceramica ventaglio di un antico patriarca petto di rondine col becco nelle foglie.

Lucerne nella luce, di Lucio Brandodoro

Dal monte al piano

 

(Caravaggio, Madonna dei pellegrini, Roma s. Agostino)

«In quel tempo, Gesù, disceso con i Dodici, si fermò in un luogo pianeggiante. C’era gran folla di suoi discepoli e gran moltitudine di gente da tutta la Giudea, da Gerusalemme e dal litorale di Tiro e di Sidòne. Ed egli, alzàti gli occhi verso i suoi discepoli, diceva:

«Beati voi, poveri,
perché vostro è il regno di Dio.
Beati voi, che ora avete fame,
perché sarete saziati.
Beati voi, che ora piangete,
perché riderete.
Beati voi, quando gli uomini vi odieranno e quando vi metteranno al bando e vi insulteranno e disprezzeranno il vostro nome come infame, a causa del Figlio dell’uomo.
Rallegratevi in quel giorno ed esultate,
perché, ecco, la vostra ricompensa è grande nel cielo.
Allo stesso modo infatti agivano i loro padri con i profeti.

Ma guai a voi, ricchi,
perché avete già ricevuto la vostra consolazione. Guai a voi, che ora siete sazi, perché avrete fame.Guai a voi, che ora ridete, perché sarete nel dolore e piangerete. Guai, quando tutti gli uomini diranno bene di voi. Allo stesso modo infatti agivano i loro padri con i falsi profeti». [Lc 6,17.20-26] Continua a leggere

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Da Exit Imago Mundi di Michele Ziviani (QuiEdit, 2024)

La poesia di Michele Zuviani più che sperimentale è inusitata. Egli spezza la tradizione nello stesso momento in cui la recupera. E’ un scrittura post-impressionista che attinge alle neuroscienze come la pittura si faceva ispirare dalla fotografia.

(Pasquale Vitagliano)

SALA GIOCHI

Di sibili elettronici

l’avventore udia i rombi

che i vetri luminosi

producean insistentemente.

 

Tra il trillo d’un trabiccolo

e il tintinnio costante

d’un gettone gettato

il lume abituato scintillava.

 

Dinoccolato impazza

l’uomo adiacente al bercio

delle trombe vittoriose

dei cherubini festanti.

 

Squillino le trombette,

mentre il giovine abbassa

il cane per sparare.

La canna, però, non emette guaito.

 

Si sfoga così, batte

i pugni e stronca vite.

Con aggraziato movimento

colpisce il bimbo chino a contare.

 

*

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Scrivere di notte su un quaderno dalla copertina nera? Note in margine a un recente volume di Prisco De Vivo e Raffaele Piazza

di Pasquale Giustiniani

    1. La citazione kafkiana – posta in esergo alle opere d’arte di Prisco De Vivo (artista figurativo e geniale poeta e designer) e ai versi di Raffale Piazza (noto poeta e giornalista) -, ci ricorda una certa predilezione dello scrittore praghese Franz Kafka (Praga 1883 – Kierling, Vienna, 1924) per la notte e per il buio. Anzi per il nero, che potenzialmente potrebbe trasformarsi in bianco. Non ancora, in prima battuta, il nero degli imminenti nazismi e dei fascismi e il buio dei campi di concentramento e di sterminio, dove ammassare ebrei, bambini, folli, zingari e diversi, per tipizzarli e studiarli mediante una medicina e una scienza che si stanno oscuramente piegando al Manifesto della razza. Il nero kafkiano – che Prisco De Vivo oggi trova e riprende – è, piuttosto, quello delle copertine degli antichi quaderni per la scuola elementare, con il loro colore scuro e le loro pagine a quadretti, che aspettavano tratti di matita e macchie di pastelli. Matite e tratti che, ora, trasformano le pagine bianche con macchie scure. Metamorfosi del bianco in scuro e delle sfumature di scuro verso il bianco, trasformazioni della materia e degli sguardi. Del resto, nella ruota delle metamorfosi, di ogni metamorfosi, “siede l’uomo nella parte eminente, giace una bestia al fondo, un mezzo uomo e mezzo bestia descende dalla sinistra, ed un mezzo bestia e mezzo uomo ascende de la destra”, come negli sguardi onirici di fra’ Giordano Bruno Nolano. E la mente, di fronte a questo libro regalatoci da De Vivo e da Piazza, non può che andare da Omero a Rowling, passando per il nord-africano Apuleio (II secolo d.C.), fino a Dante, Bruno, Pasolini e, soprattutto, come ora accade in questo volume, che rileggiamo, per Kafka. 

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