La poesia prima della fine del (o di un ) mondo, a cura di Rita Pacilio. Agostina Spagnuolo

Signore del cammino

Mi era parso di aver dimenticato
la tua presenza leggiadra
sulle orme dei miei passi
lungo le scorciatoie del tempo.
Non avvertivo il soffio
del tuo respiro sommesso
nei singhiozzi quando contavi
la mia erranza tronfia e sazia
accecata dall’effimero del mondo.
Ma ho aperto gli occhi al risveglio
del cuore che era soltanto assopito.
Lo so che Tu ci sei,
Signore del cammino,
compagno dei percorsi
sulle latitudini del mondo.
Ci sei quando ti affido i dubbi
che fendono la strada
che pensavo facile
l’aver scelto di percorrere.
Sei la mia stella nella notte oscura
quando brancolo a un approdo
nel mare del dolore.
Ci sei nel varco dei silenzi,
oasi di respiro nel chiasso
delle vanità del mondo.
E nella risalita, l’ultima,
più ardua, non mi abbandonerai.
Dinanzi all’Infinita Tua Presenza,
stretta alla tua mano, per le vie del cielo
con Te dovrò restare.

***
Aurore

Ci sono aurore
che lasciano alla notte
il buio del sentire
e rischiarano di luce
e guidano il cammino.
E basta anche un raggio
a risplendere di Dio,
che ci induca a rifuggire
vanità e ciò che è effimero,
a ricondurci al senso
che spesso si smarrisce.
Com’è semplice la voce
che chiama all’Infinito!

[23 maggio 2010 (per la Beata Teresa Manganiello)]

Postille alla poesia, di Maurizio Soldini 7. Antonio Spagnuolo

Antonio Spagnuolo, Futili arpeggi, La Valle del Tempo, 2024

Il libro Futili arpeggi di Antonio Spagnuolo viene dato alle stampe nel gennaio 2024 per i tipi della casa editrice la Valle del Tempo, Napoli.

Nel frattempo, sempre nel medesimo anno, nel mese di novembre, Spagnuolo ha pubblicato con lo stesso editore una nuova plaquette dal titolo Più volte sciolto, del quale però non terrò conto in queste postille, soffermandomi esclusivamente su Futili arpeggi. Continua a leggere

Sergej Stratanovskij

di Giorgio Stella

La prefica 

 Intonando un pianto funebre sul suo uomo ubriaco, 
                intrecciando il merletto Di parole antiche, 
sull'ubriaco perso intrecciandole 
Per il figlio-mostro, per le percosse quasi quotidiane 
Pianto e singhiozzi intrecciando, 
               parole d'ira 
Sul vivo come fosse morto, 
               perché crepi in un istante, non si svegli. 
 
Morí il mattino dopo, 
              strozzato nel suo stesso vomito 
 Lo seppellí senza piangere, 
               ma da allora non riuscí piú a cantare

I nuovi creatori di Andrea Billau. Per una teologia laica.

Nel suo libro – invero un tempo lo avremmo chiamato pamphlet  – I nuovi creatori. Il nostro destino di liberazione dalla tragicità (Multimage, 2024), Andrea Billau ci propone un tentativo di costruzione di una teologia laica. Dunque, si tratta di un’opera inattesa, in quanto in controtendenza rispetto alla desacralizzazione del mondo e al laicismo d’antan; e sorprendente per la torsione del punto di vista. Egli scrive che la “postura religiosa, al contrario di quanto viene detto comunemente, è una postura di ribellione all’ingiustizia dell’esistente e solo una sua perversione teocratica l’ha resa funzionale al mantenimento del potere.” Se considerate che Billau è un giornalista di radio radicale, la singolarità dell’affermazione è lampante.

Continua a leggere

Lucerne nella luce, di Lucio Brandodoro

Lo stupore

 

 

«In quel tempo, mentre la folla gli faceva ressa attorno per ascoltare la parola di Dio, Gesù, stando presso il lago di Gennèsaret, vide due barche accostate alla sponda. I pescatori erano scesi e lavavano le reti. Salì in una barca, che era di Simone, e lo pregò di scostarsi un poco da terra. Sedette e insegnava alle folle dalla barca.
Quando ebbe finito di parlare, disse a Simone: «Prendi il largo e gettate le vostre reti per la pesca». Simone rispose:

«Maestro, abbiamo faticato tutta la notte e non abbiamo preso nulla; ma sulla tua parola getterò le reti». Fecero così e presero una quantità enorme di pesci e le loro reti quasi si rompevano. Allora fecero cenno ai compagni dell’altra barca, che venissero ad aiutarli. Essi vennero e riempirono tutte e due le barche fino a farle quasi affondare.

Al vedere questo, Simon Pietro si gettò alle ginocchia di Gesù, dicendo: «Signore, allontànati da me, perché sono un peccatore». Lo stupore infatti aveva invaso lui e tutti quelli che erano con lui, per la pesca che avevano fatto; così pure Giacomo e Giovanni, figli di Zebedèo, che erano soci di Simone. Gesù disse a Simone: «Non temere; d’ora in poi sarai pescatore di uomini».
E, tirate le barche a terra, lasciarono tutto e lo seguirono.» [Lc. 5,1-11] Continua a leggere

10

Fabrizio Bajec, Tanka per le quattro stagioni (e altre poesie brevi)

Fabrizio Bajec, Tanka per le quattro stagioni (e altre poesie brevi), nota di Jérémy Tabani.

I poeti hanno un rapporto travagliato con le parole: accettano di usarle, ma non per far dire loro ciò che dicono. Alcuni cercano di esprimere l’indicibile, altre di far confessare alle parole ciò che non hanno mai detto, qualcuno tenta di parlare contro le parole, qualcun altro di nominare ciò che sfugge alla rappresentazione dell’arte… Ma non appena accettiamo di parlare, sentiamo di aver già detto troppo, anche se siamo stati parsimoniosi con le parole. E allora che fare: parlare per non dire nulla, o tacere per lasciare che le cose siano eloquenti a loro modo, col rischio di restare muti? 

In questa raccolta, Fabrizio Bajec ci invita a volgerci verso il vasto cielo che ci circonda, quello sopra di noi, ma anche e soprattutto quello dentro di noi. Perché qui la presenza non si oppone all’assenza, né lo spaventapasseri alla persona, o l’esistenza alla non esistenza. Né la parola contrasta il silenzio. 

Così il poeta sceglie di parlare non in vista della “fine del linguaggio”, per usare il titolo della terza parte del libro, ma piuttosto dalla fine del linguaggio. Come Châteaubriand, che nelle sue Memorie dall’oltretomba si rivolgeva a noi lettori dalla sua presunta tomba, qui il poeta ci apostrofa dall’aldilà di ogni concetto inerente al linguaggio, compreso quello della sua persona.

uscendo dal carcere
libero dagli oggetti
di un nocciolo sognato

La persona che esce davvero di prigione non si rende forse conto che ciò che la imprigionava era proprio questo nocciolo sognato, da intendersi qui come un nodo, ad esempio quello del linguaggio, che tiene insieme tutta una serie di altri nodi intorno a quello della persona? 

Quindi parlare dalla fine del linguaggio non significa la fine di ogni discorso. Né del silenzio. Qui la parola e il silenzio sono ancora vorticosi, ancora abbracciati, perché sono sempre stati già uniti. 
Dove? Nel fuggevole istante.

(Jérémy Tabani)

 

Fabrizio Bajec

Tanka per le quattro stagioni (e altre poesie brevi)

Prefazione di Fabio Pusterla

Vydia edizioni d’arte, 2025 

 

Tre fisse (Domande semplici e concrete)

di Patrizia Baglione

TRE FISSE a Federica Maria D’Amato

Quanto influisce bellezza, dolore e amore nella tua poesia? 

Bellezza, dolore e amore sono di certo una triade ben presente nei miei tentativi poetici, al di là delle vicende biografiche che variamente occupano, sovente in modo trasfigurato, le tematiche della mia scrittura. Ma tengo a sottolineare come queste intensità non fondano sic et simpliciter la mia poesia, bensì spesso ne sono solo il pretesto, dato che il fine è un altro: cercare di comprendere come, variando e modulando il verso, bellezza, dolore e amore spingano un po’ più in là il limite della risorsa linguistica impiegata. La bellezza, in ogni sua accezione, ci stupisce e turba, ed è istintivo volerne comunicare il prodigio, ma credo che, quando questo accade in poesia, bisogna fare di tutto per spremere sino in fondo tutti gli strumenti (retorici, metrici, fonici, etc.) a nostra disposizione, al fine di aggiungere in modo memorabile una qualità ulteriore alla bellezza stessa, arricchirne la definizione ovvero la visione. Quando Vittorio Sereni, in Stella variabile (1982), scrive un madrigale dedicato a Nefertiti, non sta solo omaggiando la bellezza immortale e numinosa della regina egizia, ma ci sta anche dicendo – ricorrendo alla propria formidabile sapienza metrica – che quella bellezza è qualcosa di più di una semplice storia: è un enigma, e intimamente definisce la storia occulta, ma originaria, d’ognuno di noi. La stessa riflessione vale per amore e dolore; prendiamo, a riguardo, Tema dell’addio (2005) di Milo De Angelis, libro di poesie che unisce amore e dolore in una endiadi esemplare. I testi che Milo dedica alla moglie nella tragedia di malattia e morte, risalendo con la memoria ai tempi euforici del primo amore e dell’unione coniugale, non vogliono solo essere un omaggio e insieme la cronistoria d’un rapporto e d’una luttuosa fine: con quei testi Milo ci sta dicendo che ogni attimo del nostro respiro è una scuola d’addio, e che nessuno è salvo dal tema finale.

Continua a leggere

Edoardo Sant’Elia. Filosofia delle narrazioni contemporanee. La Solitudine. 1

La Solitudine 1.   Una trama sottile, imperforabile 

Dal cane vagabondo all’uccello solitario. Quel cane che si aggira “per le strade della solitudine” nell’alba di un capodanno appena concluso, tra “Bottiglie vuote / e vetri rotti / borse di plastica / svuotate / residui filtrati / di anime che festeggiano”; quell’uccello solitario che tuttavia è parte di uno stormo, parte di una “impeccabile coreografia”, ma “Potrà lui chiudere le ali / rompere le fila / senza distruggere la danza?”.  Continua a leggere

Mendicanti

di Antonio Sparzani e Kika Bohr

Milano pullula di mendicanti, dipende un po’ dai quartieri e dal tipo di zona, ma qualcuno spunta sempre fuori. Mendicanti. Persone che cercano di sopravvivere contando sulla pietà/generosità della gente. Sento molte teorie al proposito, che sono falsi poveri, perché alle loro spalle c’è un’organizzazione che li costringe a portare “a casa” ogni sera una cifra fissata, oppure falsi invalidi, che fingono di zoppicare e che invece, quando non visti, camminano bellamente, oppure semplicemente gente “che non ha voglia di lavorare”.
E allora? Non dò loro niente e li guardo con disprezzo? Faccio finta di niente e tiro dritto?
Mi pare che i testi evangelici non diano questi suggerimenti, dicano invece di prestare loro grande attenzione e cura e, in qualche testo, di dar loro tutto quello che hai, che tu sarai ricompensato altrove. Allora? Gli dò tutto quello che ho, e poi? Mi faccio mantenere da amici e parenti? Vado anch’io in giro a chiedere l’elemosina? Col che si sostituisce un mendicante con un altro (che comunque dura poco, perché se io non posso comprare le mie medicine sopravvivo poco).
Gli dò un euro, due euro, cinque euro? Gli basteranno per sopravvivere, mah! Continua a leggere

Marie Ponsot

di Giorgio Stella

A La Une

Che nessuna parola con la sua pensante minaccia
S’insinui nello sfioro dei nostri baci;
Il più tenue respiro che dia forma
Qui sarebbe di troppo.

Cerco all’interno del tuo singolo battito Il diametrale d’oro, dal quale
Sopprimere ogni via plurale alla verità, Sospendere ogni duplice evidenza.
Tu mi eguagli. Io ti
Libero. Possiamo tuttavia
Essere.

(trad. M. Bocchiola)

La poesia prima della fine del (o di un) mondo, a cura di Rita Pacilio. Antonio Fiori


Traviseremo i fatti
diremo cose mai dette
       cambieremo
mantenendo i connotati

Interrogheremo
e saremo interrogati
avremo istruzioni
daremo prestazioni
     perfette

Ogni parola sarà artificiale
cesseranno paure e preghiere
nessuno si potrà lamentare

       Sarà vietato soffrire

[inedita 2025]

*** Continua a leggere

Roberto Minardi, Ordine del sud

a cura di Alberto Fraccacreta

Preghiera d’assalto

Annerisci il suolo, assali case,
mura, portoni, sbandiera il gas,
fa’ che non resti uno stecco,
scortica, avanza senza senno…
Distorci i lineamenti
perché quel ghigno caschi dalle facce
e nutra la tua combustione.
Chi ha detenuto il potere sia arso
chi mai ha messo un arto sulla brace
venga ustionato.
E sarai maledetto,
non capiremo niente,
esploderà il commercio delle tute ignifughe. Continua a leggere