Uso di malestro

di Marina Pizzi

Il computer non perdona, in genere come tutte le macchine dell’umanità. E’ davvero un immenso peccato che sia così: il fulmine dell’incendio-il fulmine dell’inedia. Sarebbe e sarebbe stato la meraviglia dell’invenzione il perdono, il brevetto del dono, di far dono anche dall’errore e, finanche, dalla malafede o, solo, dalla grazia-disgrazia dell’ignoranza.

Giosuè Carducci

carducci

A proposito di ricordi. Ci sono versi che hanno turbato la mia infanzia, due problemi angoscianti che solo da adulta sono riuscita a risolvere. Ambedue riguardano le poesie di Giosuè Carducci. La prima è San Martino (che non è stata scritta da Fiorello!) qui riporto i premi versi:

La nebbia a gl’irti colli
piovigginando sale,
e sotto il maestrale
urla e biancheggia il mar;

Mi chiedevo come mai la nebbia facesse piovere sopra gli irti colle il sale e a che scopo.

La seconda è Pianto antico:

Tu fior de la mia pianta
percossa e inaridita,
tu de l’inutil vita
estremo unico fior,

sei ne la terra fredda,
sei ne la terra negra

Perché sei li metteva nella terra fredda e sei nella terra negra? E cos’erano? Erano dodici fiori, erano dodici cadaveri? E perché?

Terra chiama Marte… Marte chiama Terra

“La faccia su Marte” foto scattata per la prima volta dalla sonda Viking 1 il 25 luglio 1976 (anno terrestre)

————————————-
In copertina della Bianca Einaudi, sotto il bel titolo “Il cielo di Marte”, appare questo stralcio di poesia messo in prima, redazionalmente (cioè come scelta di collana, da oltre 30anni), quale introduzione-cardine (che si reputa significativa-portante) al/il libro del poeta che si è dato alle stampe (mantengo gli a capo tipografici di copertina, non quelli che figurano nel componimento all’interno della raccolta da cui è tratto):” Ecco, quello che pensi sia dio e in / fondo / non è che una radura / che ti comprende, come / su Marte una pianura / avrà la mia prima impronta, esattamente / si manifesta , tanto che non c’è / nulla da dire, niente / da domandarsi più, / nessun luogo in cui andare o far / ritorno. / Talvolta questo accade, certo, e tu / non ne hai né colpa né / merito. Accade questo, ogni giorno.”

Continua a leggere→

Luca Salvatore

E fu su questi fondi che noi sognammo la Nòtte,
a sud di nessun nord, in copia calche di convèrsi,
turiboli smessi per mucchi d’ossa spolpate e rotte,
miasmi in decotti di canapa, burro e noci, aspèrsi!

leggi tutto

Tutte le suore guidano macchine bianche

di Emanuele Kraushaar

tutte_le.jpg

Era un novembre freddo da staccare le mani. Suor Maddalena aveva chiuso la porta della mensa, era uscita fuori, aveva visto il cielo pieno di nuvole ed era salita sulla sua macchina bianca. Poi per la pioggia e per una distrazione è andata fuori strada e per poco non ci ha lasciato la pelle.
E’ stato proprio quel giorno che un giovane e sconosciuto scrittore ha appuntato su un foglio la frase tutte le suore guidano macchine bianche.
Era pur sempre un giorno dopo l’undicisettembre e ogni cosa, ogni piccola e anche fragile certezza, doveva in qualche modo essere segnata, pensava il giovane e sconosciuto scrittore.

(Emanuele Kraushaar, Tic, Atì Editore, Milano 2005)

Dall’agenda 2006 (V)

La confusione tra libidine e passione, che è molto presente in gran parte della cultura contemporanea, ovvero la mancata distinzione tra qualcosa che è anche degli animali e quello che è proprio dell’uomo soltanto, mi sembra una cifra di quest’epoca nemica del pensiero.

Nei campi di patate intorno a Roncegno, durante le vacanze del 1958, vidi tantissime dorifore. Mi piacevano molto quei piccoli coleotteri striati. E non capivo l’odio che i contadini nutrivano per loro. Mi spiegarono che esistevano guerre tra animali e uomini, e che le dorifore distruggendo le piante di patate avevano un tempo affamato l’Irlanda.

Continua a leggere→

Attilio Zanichelli (1931-1994)

Posto le poesie di Attilio Zanichelli, poeta parmigiano dimenticato. Fu amico di Franco Fortini al quale si deve la pubblicazione presso Einaudi della sua seconda raccolta. Le sue opere sono ormai introvabili e fuori catalogo così come si auspica la pubblicazione di sue poesie ancora inedite.

Continua a leggere→

Marino Magliani – Quattro giorni per non morire

magliani libro

Siete poeti? Gente che ama il lampo nella notte e il cerchio nell’acqua, adepti di una metafisica volatile e sprezzatori di lenta tessitura narrativa, troppo vicina – dite voi – alla prosa del quotidiano? O raffinati cultori d’aforismi e scritture liminali, dove l’ordine del discorso è sfidato a duello da ingegni inquieti e renitenti alla leva del potere (ma quanta boria, a volte, e giacobinismo d’accatto, negli epigoni di Montaigne)?
Nei vostri archivi fiction e letteratura stanno ben distanti (almeno tre scaffali più in là) e il romanzo è il parente povero della calligrafica profezia che vi sta a cuore?
Vi do occasione di emendarvi, segnalandovi un libro piccolo e prezioso, che vi riconcilierà con la blasfema compiutezza del romanzo senza tradire la liturgia del Verbo.
E’ di Marino Magliani, un ligure dal passo di montagna, lento e mai faticoso.
Continua a leggere→

Roberto Morpurgo, Pregiudizi della libertà Libro di sarcasmi e di malinconiche superstizioni

di Emanuele Spano

Roberto Morpurgo, Pregiudizi della libertà Libro di sarcasmi e di malinconiche superstizioni, Athanor, Ed. Joker, Novi Ligure 2006, pp. 128,€ 13,00

morpurgo

L’ultimo libro di Roberto Morpurgo, Pregiudizi della libertà, ci presenta uno sterminato, quanto complesso e variegato, catalogo di temi e momenti, svolti con arguzia e sarcasmo attraverso la forma dell’aforisma, l’unica, forse, capace di cristallizare l’attimo e di restituirci senza retorica la riflessione che ne consegue. Ma è lo stesso autore a tentare di dare uno spiegazione al proprio strumento, chiarendocene il ruolo ed il campo, per esempio quando ci dice che: «L’adempimento dell’aforisma consiste nel fatto che non potendo dire tutto in una volta, dice però quel che accade a causa di quella impossibilità», ed è proprio la riflessione sul linguaggio e sul potere della parola a rappresentare il primo motivo di fascino di questo libro, in cui è proprio il dire oggetto della riflessione, ancor prima di ciò che si dice o si vuole dire. Continua a leggere→

da “Pecca di espianto”, 2007-

di Marina Pizzi

[secondo espianto]

  • *
  • caro in un eremo la modalità
  • del remo, il moto in lite di starsene
  • zitto; fartene resine i passi
  • senza placente né curve di cenere.
  • salvo, poi, dalla porticina alla scalea
  • legare al laccio l’improvvisata
  • del ruzzolone dell’ora di chiusura.
  • *
  • Alcune parole non significano
  • sostegno o perdita
  • addendi o sottraendi
  • discoli o condotte dotte.
  • Solo la fune cessa lo scempio
  • del pio con il tetto del tempio
  • dell’io in fase amorosa o farsa
  • o similoro una banca da svaligiare.
  • Solo la cresta del gallo consacra
  • la fase ennesima del marciapiede
  • il ciak del film che non gira più.
  • La dedica del no che dentro m’inciampa
  • paganesimo sismico di falena
  • la luce al sì: brutalità e pozzo
  • il pulpito della nuvola svogliata
  • a te quella con le persiane agiate
  • simbolo e nascita di una rotta
  • di gruzzolo di pane appena sfornato.
  • *
  • a tratti un giretto intorno al giardinetto
  • e la giornata è tratta:
  • dimentichi che la taglia è senza indice.
  • *
  • l’orologio senza lancette dà l’ora esatta
  • sa dare la fonia del fianco al fango
  • la gondola per amanti senza cuore.
  • *
  • festa molesta questa scaturigine
  • casa circondariale
  • sorso di voce
  • tornante dispiacere.
  • *
  • Dilemmi alle mani
  • miniature del nulla
  • quasi la soglia qua
  • bolgia già la cenere.
  • *

INIZIO DELL’EDUCAZIONE

di Claudio Damiani

C’è un problema. Se l’attuale dittatura economico-mediatica o dittatura della pubblicità, può, nei confronti di chi ha qualche attrezzatura culturale, essere tutto sommato limitatamente dannosa, dobbiamo riconoscere che nei confronti degli individui più fragili dal punto di vista culturale, che sono la grande maggioranza, essa ha degli effetti devastanti. Questa è la vera catastrofe, l’emergenza ecologica prima del nostro mondo. Che poi, la limitatezza del danno recato a quei pochi che possono spegnere la televisione, è in effetti molto relativa: perchè, se anche questi sono danneggiati solo nel fatto che sono emarginati, e non perseguitati, o sterminati, tuttavia la loro esclusione ha un ritorno devastante sulla società, che diventa come un corpo senza cervello. Se studiassimo la nostra società, vedremmo che il tratto comune a ogni sua singola parte, l’essenza della sua struttura, è la negazione dell’educazione.
L’educazione è mostrare un’opera (di pensiero, di arte, di sentimento ecc), qualcosa che esiste, permettere a un educando di entrare in uno spazio di rigore, di arte, di realtà, di verità, permettergli di godere di quello spazio. Continua a leggere→

IO TI CHIAMAVO

PIERO BIGONGIARI, da Il silenzio del poema (Marietti, 2003)

Io ti chiamavo, come tu volessi
cercarmi in quella terra di splendore
e non trovassi che il vento e l’afrore
salmastro che opaca le tamerici.
C’era un astro, brillava nei tuoi occhi
indagatori in celesti pendici,
mentre i tuoi ginocchi sanguinavano
tra gli spini.

                          Non cercarmi più oltre,
non chiamavo che la mia dispersione,
il mio io sparito era già in te
ed era la tua stessa intrasparenza,
nella luce accecante. Il nascondiglio
bruciava ogni altra evidenza possibile.

In lui origlio quello che tu dici
della disperazione che fiorisce
e stenta nel suo stesso desiderio
mentre un nome s’avventa – il mio o il tuo? –
e l’uno verso l’altro. E’ sempre ambigua
tra sé e sé l’avvertenza in cui amore
erra nascosto nel proprio splendore,
nel timore che la sua stessa essenza
– a quale dei due amanti? – strappi il cuore.

O è mutua solo la sua tomba?
E’ vera solo la divina voce
che romba solo nel proprio silenzio?

Tecniche semplici per un mondo complesso

di Gherardo Bortolotti

caffe.jpg

105. Accanto al distributore del caffè, ricordo gli anni in cui perdevo spesso il filo del discorso.

106. Mentre aspettavo l’autobus, nel buio delle mattine invernali, sentivo la temperatura ed il gelo come compagni di una vita di avventure lunari, silenziose, metafisiche. Tutta la mia esistenza, a tratti, si raccoglieva nel tepore che sentivo, con le mani guantate, nelle tasche, come se potessi portare i resti dei miei giorni come briciole, il pacchetto di sigarette, le chiavi di casa e lo scontrino del caffè del giorno prima. Sugli zigomi il vento scorreva come sulle asperità di una roccia.

Continua a leggere→

Heavy Mental

abydos.jpg

Non sono isolati. Radio Terra! Come stille dallo spazio fondo saranno, anni luce lontani da casa: la vista darà. Radio Terra! Radio Terra! Incedono dall’universo che non è stato creato, per mota come questa. Radio Terra! Radio Terra! E noi abbiamo scordato la sola parola che sapevano tradurre. Credono noi: gli alieni- marziani, quelli dei loro libri di fantascienza. Radio Terra! Radio Terra! Navigano dalla via lattea verso ogni neonato giorno, lungo il fiume di luce; ci chiamano “freddo e sperduto centro”. Radio Terra! Radio Terra! Io attendo all’esterno, in una qualche parte della linea di confine: non voglio troncare, ricevetemi. Radio Terra! Radio Terra! Loro ascoltano “radio terra”– una forma di arte indefinita – giorno e notte e, al ritmo dei nostri discorsi, scorrono le onde, tramite il pianeta parallelo. Radio Terra! Radio Terra! Hanno trovato un codice per decifrare la cosa “scordata”. Hanno trasmesso. Radio Terra! Radio Terra! Un’invasione. Radio Terra! Radio Terra! Amore.

 

[Abydos, “The little boy’s heavy mental shadow opera – about the inhabitants of his diary”]

 

 

Jung Alchimista

jung1.jpg

A causa di una forte incomprensione interna al sito stesso, ero stato costretto a cancellare la pagina elettronica concernente le mie osservazioni sullo psicologo svizzero Carl Gustav Jung. D’altronde non di me si parlava, ma di opera alchemica e di dottrina junghiana.

Cercavo, nei limiti del possibile, di proporre un quadro sistematico dei principali problemi che le due materie, assai complesse, implicano per uno studioso. Da una parte il notevole apporto dato da Jung nelle psicopatologie avanzate, dall’altro l’impegno dell’alchimia tradizionale nel persistere nell’alvo del proprio humus didattico: e cioè, di rimanere fedele a se stessa.

E’ risaputo che Jung si occupò d’alchimia, lasciando – però – profondamente perplessi gli alchimisti stessi. Da qui, in questa sede, ne era nato un piccolo dibattito, credo – anzi sono certo – fondato sull’esclusivo spirito di ricerca che animava gli interlocutori. Tale armonia, mi pare, ad un dato momento è venuta a mancare.

Ricordo solamente che la materia è complessa, e richiede molta attenzione nella lettura dei testi, sforzo forse inadatto per una pagina elettronica.

Seguendo l’antico principio forense che l’obbligo di dare prova spetta a colui che afferma, non a colui che nega, ma senza la medesima pretesa, tento di riproporre la conversazione che si cercava di condurre. Continua a leggere→

Bloc notes. Se la casa è in fiamme. 5

di Giorgio Morale

Telefono a mia madre.
“Come stai?”.
“Come vuoi che stia?”.
“Qualcosa va male?”.
“Qualcosa? I denti vanno male, le spalle vanno male, il braccio va male, la testa va male”.
“Non c’è niente che vada bene?”.
“Niente. Ho le artriti, lo stomaco non digerisce, mi cadono i capelli”.
“Sono mali che non guariscono”.
“Lo so, una medicina per me non esiste”. Continua a leggere→