Archivio mensile:Ottobre 2008

Cacciatori, a voi la terra, l’aria, l’acqua e gli animali

di Mauro Baldrati


Ricordo discussioni molto animate, con scambi di accuse pesanti, tra cacciatori e ambientalisti, in Romagna, terra di caccia a oltranza, dove la maggioranza della popolazione maschile si dedicava a questo sport. Durante la stagione venatoria era sconsigliabile passeggiare per le campagne, perché arrivavano echi di spari, talvolta vicinissimi, e si incrociavano uomini vestiti da soldati, con giubbotti mimetici, anfibi, fucile a tracolla o già imbracciato.
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Dizionario idiosincratico della lingua italiana

IMPEGNO

Stiamo ammalandoci di eccesso di igiene. Così dicono gli scienziati. L’ossessione per la pulizia indebolisce le nostre difese immunitarie, e in questo modo ci ritroviamo con un esercito disoccupato che se la prende con nemici inesistenti, provocando allergie e intolleranze alimentari verso sostanze innocue. Anche nel linguaggio si avverte la stessa ossessione per la pulizia. Il sintomo più evidente sono le parole collutorio, quelle con cui ci si sciacqua la bocca e che basta sputarle per sentirsi più sani e puliti. In realtà sono vocaboli eviscerati, svuotati di senso per l’abuso. Impegno è uno di questi. Apparentemente è innocuo, ma a me il solo sentirlo provoca un’allergia fastidiosa. Adoperato in ambito letterario ricorda molto il coniuge ricco, che non è mai così benvoluto come quando se ne può denunciare la scomparsa. E’ la sua funzione precipua, il mancare. Ci si lamenta costantemente della sua assenza, pare che non ce ne sia mai abbastanza. Le rare volte in cui viene riconosciuto, sembra che il solo nominarlo produca effetti miracolosi, guarisca addirittura dalle scrofole. Sì, è vero, scrive da cani; in effetti non ha niente da dire, però, signora mia, che impegno! E’ l’esatto contrario di ciò che avveniva a scuola, quando ci dicevano “è intelligente ma non si impegna”. Ecco, in letteratura chi si vanta del proprio impegno, chi lo sbandiera ad ogni occasione, sempre in prima fila negli appelli e nelle petizioni (i cosiddetti sotto-scrittori), di solito lo fa per sopperire a qualche deficienza imbarazzante. Parafrasando Brecht, beata la letteratura che non ha bisogno di scrittori impegnati.

Pro e contro il riccio

Forse non sono l’unico a non aver trovato L’eleganza del riccio tutto questo capolavoro. Ecco un pro e contro tratto dall’ultimo numero della rivista Inchiostro.
PRO – di Chiara Bonaconsa

In Francia, Muriel Barbery insegna filosofia ai professori di liceo. In Italia, con il suo “L’eleganza del riccio” ha venduto oltre trecentomila copie, scalando tutte le classifiche. E leggendo la storia di Renée Michel, portinaia della lussuosa palazzina nella parigina rue de Grenelle e autodidatta in incognito, non si fatica a capirne il motivo. Continua a leggere

Io lo chiamo cuore

Era un fazzoletto d’erba all’EUR che chiamavano triangolo. Due palme formavano una porta naturale, per l’altra si potevano piazzare due maglioni o i pantaloni della tuta. Sullo sfondo il laghetto artificiale, dove sfilavano canoe da corsa, che poi si riunivano nella Piscina delle Rose. L’infanzia è un mondo che non ha niente a che vedere con il mondo: conta solo la tua anima innocente, che scorrazza nel triangolo dell’EUR e tenta di mettere il pallone tra le palme. Un’oscura profezia di desideri sconosciuti? I carabinieri provavano a sfrattarci, ma noi ritornavamo, come i bambini terribili dell’Intifada. Avevo doti innate da centrocampista, e mentre sfioravo il pallone con delicatezza, in una sorta di danza leggera, mi accorgevo d’inseguire altro. I carabinieri mi ricordavano che avrei dovuto lottare palmo a palmo per realizzare i miei obiettivi, che sempre si sarebbe presentata un’autorità ostile al tiro decisivo, come se la vita non avesse requie, e il laghetto artificiale fosse un oceano pronto a sollevarsi in onde smisurate. Crescendo, continuai a giocare, le partite si fecero più dure, lo sguardo più cattivo nei contrasti, e l’altro non era più il compagno di danze e di tocchi delicati, ma il coriaceo antagonista che avrebbe potuto rompermi una gamba. Eppure, in me, hanno vinto le palme, i maglioni da battaglia e i pantaloni della tuta al posto della porta, le fughe innocenti dai carabinieri rassegnati, l’oscura profezia di un desiderio che ancora mi attraversa in queste notti insonni di sognatore recidivo, scorrazzante come allora nel fazzoletto d’erba all’EUR, che chiamano triangolo. Io lo chiamo cuore.

(versione audio)

La polifonia del mondo – Viola AMARELLI

linda allison
(Linda Allison, The Coral Reef)

     (Da: Notizie dalla Pizia, 2005, e-book, www.vicoacitillo.net)

(la veggente)

So, i granelli di sabbia
la misura dei mari,
le direzioni d’aquile e di venti.
So dove l’ali di farfalle ogni momento.
So, l’urlo e il muto,
quello che è stato come ciò mai nato.
So, fatica di termiti
lucertole al salice inseguite.
So, che sapere non serve,
so l’infelice.

 

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William Shakespeare, sonetto CXXX, traduzione di Massimo Sannelli

 

Non c’è niente del sole dentro gli occhi
della mia donna e il corallo è più rosso
della sua bocca! Perché ha il seno spento,
mentre la neve è bianca? E se i capelli

sono fili, il suo filo è un filo nero.
Ho guardato le rose bianche e rosse
di Damasco: non c’è nessuna rosa
sulle sue guance, e altri odori vincono

il suo respiro. Io l’amo quando parla,
ma giuro che la musica è più bella.
Ammetto che non so cos’è una dea:

la mia donna calpesta solo terra.
O Dio, questo è un amore tanto raro
quanto ogni Lei paragonata a tutto!

Interzona #14: promemoria di Jakobson

Promemoria: studiare la letteratura per i suoi valori. A questo proposito, ricordo una nota affermazione di Jakobson:

“Oggetto della scienza della letteratura non è la letteratura, ma la letterarietà (literaturnost’). Invece finora gli storici della letteratura hanno soprattutto scimmiottato la polizia che, quando deve arrestare una determinata persona, agguanta per ogni eventualità chiunque e qualsiasi cosa si trovi nell’appartamento e anche chi per caso si trovi a passare nella strada accanto. Così anche per gli storici della letteratura tutto faceva brodo: costume, psicologia, politica, filosofia. Invece della scienza della letteratura si ebbe un conglomerato di discipline rudimentali. Pareva che ci si dimenticasse che queste rientrano, ognuna, nella scienza corrispondete, storia della filosofia, storia della cultura, psicologia ecc., e che queste ultime possono naturalmente utilizzare anche i monumenti letterari come documenti difettosi, di seconda scelta” (1).

(1) Citato da B. EJCHENBAUM, La teoria del metodo formale, in I formalisti russi, Torino, Einaudi, 1968, p.37

f.s.

[Tutti i numeri di interzona]

LA MOSSA DEL MATTO AFFOGATO di Roberto Alajmo

Per chi conosce bene il gioco degli scacchi la mossa del matto affogato non è una novità. Si tratta di uno scacco matto speciale, il più umiliante: il re, bloccato dai propri stessi pezzi non può più muoversi.
“…Attraverso una serie di sacrifici, l’avversario ti ha chiuso in gabbia. Uno dopo l’altro sono i tuoi stessi pezzi ad averti circondato e messo in un angolo da cui non puoi più scappare. Nel giro di poche mosse sei passato dall’illusione di poter vincere sfruttando i suicidi in serie dell’avversario, alla frustrazione di doverti suicidare tu, senza possibilità di scelta, e di fronte alla minaccia di un unico cavallo superstite. Per quanto l’avversario sia ormai dissanguato, l’ultima mossa servirà solo a stringerti il cappio attorno al collo…”
Il brano tra virgolette è estrapolato dal nuovo romanzo di Roberto Alajmo: “La mossa del matto affogato” (Mondadori, 2008, pagg. 241, euro 17).
Un romanzo come una partita a scacchi, dove il titolo di ciascun capitolo è il codice di una mossa (dalla prima fino allo scacco finale). Un romanzo di ventisei capitoli, una partita in ventisei mosse. Continua a leggere

Titoli di coda

di

Francesco Forlani

Per fare la spesa, lo scrittore dedica, in media, quel tanto di tempo che sua moglie, la moglie dello scrittore, vorrebbe che lui vi sacrificasse, ma, siccome le storie delle coppie confidano il segreto del proprio successo ad una contabilità imperfetta, colei che noi abbiamo definito la moglie dello scrittore è convinta che lui non faccia abbastanza per la casa. Perché il focolare domestico abbisogna di legno e di fuoco, di mani sapienti e forti, di occhi precisi, un misto d’intuizione e d’organizzazione. Continua a leggere

Era mio padre – recensione specchio

di Maddalena Mapelli

L’occhio del treno è una foto scattata da un treno in corsa, e vedo il volto di Franz riflesso sul finestrino.
E’ un autoritratto: l’autore della foto è Franz Krauspenhaar che impugna la sua Pentax Optio M40. Credo sia una foto recente.

Questa foto è la mia immagine del libro Era mio padre.

E’ un’immagine che mi piace condividere su Ibridamenti come proposta di recensione specchio. (*) Continua a leggere

Il mondo ha liberato la Chiesa, di Vito Mancuso

Lo scritto di Roberta De Monticelli contro le dichiarazioni di monsignor Giuseppe Betori, pubblicato da questo giornale il 2 ottobre scorso, ha suscitato vaste e appassionate reazioni, comprese quelle degli stessi interessati, si veda mons. Betori su Avvenire il giorno dopo e la De Monticelli con una lunga intervista leggibile sul sito della rivista MicroMega. Con questo articolo a me non interessa entrare ancora una volta nel merito della discussione che teoreticamente ruota attorno alla sottile distinzione istituita da mons. Betori tra libertà di coscienza e libertà di autodeterminazione, distinzione di cui, come ho già espresso pubblicamente, non riesco a cogliere la pertinenza. Continua a leggere

“La verità del dubbio” di Mariella Cerutti Marocco

di Ottavio Rossani

Mariella Cerutti Marocco approda, con La verità del dubbio (Oscar Mondadori, 2008, pagg. 66, Euro 12), sua seconda raccolta dopo Nuvole di nulla, a una sicura padronanza degli strumenti stilistici e a una consistenza di temi che le permette di alleggerire l’inquietudine dei dubbi esistenziali e l’angoscia delle visioni del nulla dietro la verità degli oggetti. “il mio cuore vuoto/ la mia testa vuota./ Solo gli oggetti vivono/ in questa stanza, intorno a me”. Il libro è corredato da un’introduzione di Giuseppe Conte (parla di “immagini limpide, con una sintassi chiara, con una dizione semplice, quotidiana”) e da una postfazione di Maurizio Cucchi (sottolinea che l’autrice “cerca di muoversi nel profondo o di cercare nel passato” con una “sua limpida vena lirica, che percorre… l’intera raccolta” ma anche con “una concretezza, potremmo dire fisica e quotidiana”). Continua a leggere

Viva la scuola. Ricominciare a pensare

Un articolo di Luigi Monti, la proposta di una maestra arrabbiata, le ultime dal governo, segnalazioni, appelli

Dopo la scuola
di Luigi Monti

Autunno. Per la scuola è stagione di riforme che non possono riformare e di dibattiti che non vogliono spiegare. Le vere e allarmanti novità del ministro Gelmini in materia di scuola e istruzione, più che nel contenuto (tagli, voto in condotta, maestro unico, educazione civica: si tratta, al massimo, di retrive ottusità, più che di inedite perversità), stanno nel metodo e negli intenti. Per quanto riguarda il primo, lo abbiamo visto all’opera fin dall’esordio di questo esecutivo: decreti legge, maxiemendamenti, voti di fiducia che creano false emergenze e nulla hanno a che vedere con quelle vere, del paese come del mondo. Atti di forza che sfibrano gli ultimi scampoli di partecipazione democratica rimasti e confermano quel potere taumaturgico di cui un blocco sociale sempre più consistente sembra aver investito il cavaliere e i suoi vassalli. Continua a leggere

Autostrada

L’autostrada è fuga. Se la vita è una morsa che ti stringe dappertutto – e guai a lamentarsi, l’hai voluto tu -certamente l’autostrada è fuga, di cemento e vernice, di asfalto irregolare come i tuoi pensieri, liberi di accendersi, frenare, ripartire. E’ l’autista di un camion, immobile, all’uscita del casello di Loreto: lo guardo meglio, ha gli occhi fissi, è morto; il camion invece è integro, come si fosse fermato solo per l’incrocio. E’ il pneumatico squarciato all’autogrill di Napoli; non mi ci fermo più, ma quando passo di là mi chiedo cosa accadrebbe se rischiassi, se l’esistenza non fosse solo schivare i fallimenti. E’ don Mario con il mal di pancia che non so come fare, ma alla fine me la cavo, alzandolo su una gamba nella toilette della stazione di servizio; vivo su una gamba sola, mi viene da pensare: ero un fenicottero, in un’epoca remota, volavo, senza sapere quali e quante ne avrei viste, in un tempo più umano e più terribile. E’ il mare di chilometri bevuti per rimbalzare da un benefattore all’altro, quella volta che andammo a Parma e dimenticai l’insulina per il mio amico invalido; organizzarono un pranzo da Charlie, ma rispedirono indietro il cameriere, già pronto per servire; non ci invitarono più e dirottammo sul prosciutto – straordinario – al primo bar che apparve; usciti da una favola, rientrammo dalla porta di servizio trasformati in zucche, ma felici. E’ la corsa pazza per trovare un uomo di cui conoscevamo solo il nome; girammo la città come marziani, fin quando lo sguardo incrociò l’orologio: era l’ora di tornare; lo ritrovammo di fronte a casa nostra, Antonio. E’ l’ultimo viaggio di chi diceva, in auto, di non farcela più; non avrei mai pensato che mio padre potesse morire, come gli altri. E’ tutte le volte che mi sono addormentato, dopo cinque o seicento chilometri filati per arrivare in tempo: e il nastro d’asfalto era ancora lì, dritto come un cero alla Madonna.
L’autostrada è vita, non sai mai se disperarti o ridere quando arrivi all’ultimo casello, con i pensieri che si preparano alla stretta di chissà quale altra morsa, quale altra fuga.

(versione audio)

Lo scrittore senza libro

di Loris Pattuelli

“Insegnare è imparare due volte”.
Chi l’ha detto? Joseph Joubert (1754-1824), una delle persone più incapaci e inconcludenti dello scorso millennio. Dopo un incipit del genere, non è facile rimettersi in carreggiata e spiegare tutte le cose per benino. Una voce mi dice che sarebbe opportuno aggiungere qualche altro “memorabile” aforisma, ma a che pro? Io adoro Joubert e, se devo dire la verità, non è poi che mi dispiaccia l’idea di poterlo gustare anche in forma di cioccolatino. Il mio amore è a prescindere e, scherzi a parte, penso che questo scrittore sia proprio speciale, forse anche troppo per il pozzo di San Patrizio dei nostri rivolgimenti. Madame Victorine de Chastenay, una sua cara amica, parlava di “un’anima che ha incontrato per caso un corpo e adesso cerca in un qualche modo di cavarsela”.
Joubert, ma chi era costui? L’8 febbraio 1815 scrive sul suo quaderno: “Tormentato dalla maledetta ambizione di mettere sempre tutto un libro in una pagina, tutta una pagina in una frase e questa frase in una parola. Sono io”.
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