Ho iniziato a 21 anni a scrivere versi e ho smesso a 47. Un tempo cercavo di descrivere le mie epifanie, le mie “corrispondenze”; cercavo di esprimere la mia voce interiore. Scrivere per me allora era cercare di cogliere quel che Auden chiamava “il nervo delle cose”: l’essenza del reale e la profondità di me stesso. Certamente da giovane ero affascinato dalla concezione e dalla figura romantica del poeta; allora avevo un’opinione edulcorata della comunità poetica, di cui non conoscevo minimamente i lati negativi. La poesia può essere espressione d’amore, pensiero della morte, tentativo di rendere eterno un istante, espressione del proprio disagio e/o della propria solitudine, denuncia sociale, intenzione rivoluzionaria, desiderio di cambiare il mondo, descrizione della bellezza, ricerca di spiritualità, creazione di miti. Può essere una sola di queste cose, essere quindi monotematica, o tutte queste cose insieme. Credo nella poesia come espressione della sensibilità e della razionalità umana (per quel che è possibile). La parola poetica a mio avviso può dirci sempre qualcosa di nuovo sul mondo e sull’animo umano. La parola poetica può mettere ordine nel mondo: innanzitutto nel mondo interiore di chi scrive. Da questo punto di vista non ritengo che la bellezza sia verità, ma che la riflessione poetica-filosofica possa condurre alla verità umana (per cui sempre provvisoria e instabile, mai definitiva). Quindi mi definirei più un razionalista moderno che altro. Queste erano le mie intenzioni poetiche. Quando scrivevo cercavo di eliminare qualsiasi ridondanza, di ridurre al minimo le parole. Cercavo di ridurre all’essenziale, talvolta sfiorando l’afasia (e per afasia intendo un’afasia non fluente caratterizzata da uno stile telegrafico). D’altronde pensavo che non si potesse far finta di niente: la crisi del linguaggio poetico era evidente da Montale in poi. Scrivere versi allora per me diventava una operazione di sottrazione e non di accumulo: il mio ritmo era basato soprattutto sul levare più che sul battere. Naturalmente spetta agli altri e non a me valutare gli esiti. Poi però ho smesso di scrivere versi. Col tempo ho maturato la convinzione che non era quella la mia predisposizione, né la mia vocazione. Non ero intimamente soddisfatto delle mie “poesie”; volevo fare una poesia aforistica, ma spesso mi venivano fuori più aforismi che poesie.
Archivio mensile:Dicembre 2023
Come un miracolo
20 righe (per niente) facili

di Pasquale Vitagliano
Quanti tipi di famiglia ci sono? Il tema è attuale e quasi sempre divisivo. E’ un tema centrale, perché è un tema di civiltà. E interessa la letteratura, che è il luogo della libertà. Sulle pagine di un romanzo possiamo aprirci a riflessioni senza pregiudizi e senza partito preso. Da Tolstoj con Anna Karenina in Occidente (e la Russia stava e sta in Occidente) ci domandiamo se la famiglia sia una culla o una gabbia. A partire dalla famiglia naturale, per arrivare alle famiglie arcobaleno. Per esempio, il mondo in cui è cresciuto Alessandro Manzoni, figlio di Giovanni Verga e non di Pietro, conciliava il massimo della libertà sessuale con il massimo dell’ipocrisia convenzionale. Ho pensato a tutto questo leggendo il romanzo di Nicola Apollonio, Questione d’Amore (Edizioni EspressoSud, 2023).
La porta di servizio

Ci dimentichiamo di Maria: è troppo in alto, troppo fuori delle nostre coordinate. “Il troppo stroppia”, diceva mio padre. In realtà, con Maria non è mai troppo: è la Madre che ti aiuta quando meno te l’aspetti, che anticipa preghiere e desideri, che in Paradiso, se è chiusa la porta principale, ti apre quella di servizio.
Lucerne nella luce, di Lucio Brandodoro

Festa dell’Immacolata
[Gen. 3, 9-15.20; Lc 1,26-38]
La domanda rivolta ad Adamo (Dove sei?) è al contempo situante e spiazzante.
Non ci aveva mai pensato Adamo a porsi questa domanda.
Dove vuoi che sia? Dove sono sempre stato
È solo a partire da una domanda rivoltaci che proviamo a situarci.
Solo da un altrove viene a noi la domanda che ci situa.
Non sarà possibile avere di noi un’ idea di dove siamo se non siamo sollecitati dall’ apparire dell’ alterità.
Quando l’altro pone la domanda siamo obbligati alla risposta.
È importante questa dimensione della consapevolezza. Sembra che non si giunga alla consapevolezza di sè se non a partire da una domanda rivolta da una altro che non siamo noi. La realtà su noi stessi ci appare solo a partire dalla interpellanza dell’ altro.
È l’altro il principio di realtà.
In altre parole, la possibilità che ognuno ha di pensare se stesso è solo a partire da una relazione. È qui, nello spazio creato dall’ apparire dell’altro e dalla sua interpellanza, nello spazio della relazione, che si aprono gli occhi su noi stessi. E ci scopriamo nudi. E abbiamo paura.
Qui nasce il pudore. Non è vergogna, quella di Adamo. È pudore. Non origina da una mancanza o da una azione compiuta che si vorrebbe non aver commesso. Origina da un senso di insufficienza. È dallo scoprirsi nudo che origina il pudore di Adamo. Nasce, il pudore, dalla percezione che l’altro possa cogliere di me ciò che non sono io, possa cogliere una parzialità di ciò che sono e non percepire la totalità. Il pudore nasce dalla consapevolezza di essere più di quanto si mostri, più di quanto si appaia.
La nudità si rivela un equivoco. Sembra dire tutto di noi, privati di orpelli e di accessori, e invece nasconde la verità su ciò che siamo, dirottando l’ attenzione di chi ci guarda su altro che non
siamo noi. È fuorviante la nudità, per questo fa paura ad Adamo. Anche stavolta non si tratta di i rimorso morale. La paura è paura di rompere una relazione perché l’altro non ci capisce fino in fondo, perché coglie solo parzialmente ciò che siamo.
Non ha paura chi si affida. L’ atteggiamento di Maria, di fronte all’angelo, non è dí paura ma di timore, che è ben altra cosa. Il “timore del Signore” nasce dall’affidarsi, dalla fiducia. Non c’è paura perché chi ci interpella conosce di noi la nostra totalità . Si dona tutto e tutto chiede. In questa relazione di affidamento reciproco, tutta la bellezza di una umanità pura che si gioca la sua libertà nella fedeltà al progetto originario
La parola ai poeti. Raffaella Rossi
“L’amor che move il sole e l’altre stelle”
Inizio con Dante Alighieri e con l’ultimo verso del Paradiso (canto XXXIII verso 145). La poesia per me è come il verso 145 scritto dal sommo poeta nell’opera più importante della letteratura italiana: la Divina Commedia. Dante, giunto alla fine del suo viaggio e accompagnato da Beatrice, arriva nell’Empireo, il luogo dove è presente Dio con tutta la sua essenza, la sua luce, dove volano in assoluta libertà gli angeli e i beati. Il poeta, consapevole che l’amore è il motore di tutto il mondo, si abbandona nella luce divina, comprendendo che come il cielo, le stelle e il sole, anch’egli è amore. Immagino la poesia proprio in questo modo, un mistero, un’esperienza di totale bellezza come è stata l’esperienza di Dante al cospetto di Dio. Un viaggio che ancora non riesco a narrare: poesia, parola incastrata nello sterno, tra il cuore e la punta dello stomaco, personalmente è in questo posto che sento erompere i miei versi. C’è qualcosa di profondamente spirituale che mi lega alle parole, piccole formiche operanti, si allineano su un foglio per costruire i miei versi, poesie e prose; anche in questo momento sento le formiche disporsi lungo le dita. La poesia muove il sole e le altre stelle.
In tutto questo mistero c’è sempre tanta razionalità, un nucleo di idee che progressivamente vengono fuori da quel mio punto definito. Per essere poeti ci vuole molta forza, come ho sempre scritto fare poesia significa anche “sfiorare l’inferno” perché la bellezza, la luce, la verità, si raggiunge soltanto dopo aver incontrato l’abisso, anche Dante arriva in Paradiso dopo aver attraversato l’Inferno e il Purgatorio. La poesia è proprio come un contrasto interno che unito all’armonia genera la mia verità, è un po’ come quel polemos introdotto da Platone, ossia l’azione volta a portare alla luce il contrasto e la discussione sull’archegos (ciò che è all’origine di tutto). Il mio polemos, padre di tutte le cose è la poesia. Una poesia che mi parla da dentro, una voce muta e a cui dono la mia stessa voce, contrasto e armonia fanno di me una persona in continuo divenire, sono grata alla poesia, sono fango modellabile dalla mia stessa anima.
Claudio Bandera, Farina di pane
di Enrico Fraccareta
Il 24 novembre, per i tipi di Rossini Editore, esce il nuovo romanzo di Claudio Bandera, Farina di pane. Una specie di meteorite piovuto da chissà quale mondo in chissà quale luogo e, soprattutto, da chissà quale epoca, a rammentarci cosa significa il romanzo. Non il solito romanzo di genere, utile figliastro letterario; non l’improbabile trama involuta degli sfilacciati tempi odierni col suo ostinato cazzeggio linguistico, parente stretto del basso impero musicale e del social-delirio che ci pervade, ma semplicemente, sì semplicemente!, un prodotto dotato di stratificazione storica, letteraria. Un affresco, di mode, stili, attraversamenti generazionali, intersezioni linguistiche, coinvolgimenti emotivi forti; dove si intravedono il rosso e il verde della vera navigazione umana. Un romanzo corale di cui si era persa la semenza, una commedia umana che ci interroga, ci costringe a interrogarci, spingendo sulle leve della riflessione e della coscienza, che sempre più sembrano mancare nei poveri giorni d’oggi.
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Claudio Bandera è scrittore, regista, musicista, produttore, direttore artistico di eventi di prestigio internazionale, nonché di note trasmissioni televisive. Ha lavorato a progetti cinematografici con produzioni di Roma, Parigi, Londra, New York, Los Angeles. Ha collaborato a lungo in passato con Enti, artisti, strutture didattiche di fama mondiale: dall’Opéra di Parigi al Teatro Bolscioi di Mosca, dal Teatro Nazionale di Kiev al Teatro alla Scala di Milano e La Fenice di Venezia. Autore con Francis Lai di Non Abbiate Paura eseguito presso la Sala Nervi, Vaticano, in occasione del Giubileo 2000 alla presenza del Papa, è produttore, ideatore e direttore artistico di svariati spettacoli teatrali ed eventi musicali.
Qualcun altro
PREMIO DI POESIA “L’ASSEDIO DELLA POESIA” 2024

LA VALLE DEL TEMPO – EDITRICE NAPOLI
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La casa editrice “La valle del tempo” indice il premio “L’assedio della poesia” per la pubblicazione di una silloge.
Al premio possono partecipare autori italiani e stranieri maggiorenni, inviando in PDF un file contenente trenta poesie in lingua italiana, in allegato email al seguente indirizzo: [email protected] entro il 28 febbraio 2024.
Indicare in oggetto: Partecipazione al premio “L’assedio della poesia”.
Inserire nel corpo della email: Nome, Cognome, Data di nascita, Indirizzo completo, Telefono, email.
La giuria sarà composta da: Antonio Spagnuolo, presidente, Carlo De Cesare, Mario Rovinello, Maurizio Vitiello, Rita Felerico, Carlo Di Lieto.
Premiazione nel mese di maggio in data e luogo da stabilire.
Primo premio: pubblicazione della silloge nella collana “Frontiere della poesia contemporanea” più Diploma.
Secondo premio: Diploma e proposta di pubblicazione.
Terzo premio: Diploma e proposta di pubblicazione.
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Non è richiesta quota di partecipazione.
I dati personali saranno custoditi secondo legge.
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Napoli – novembre 2023
La parola ai poeti. Rosanna Frattaruolo
Avevo lasciato la poesia sui banchi di scuola alle superiori; laureata in Economia, mi sono trasferita in Romagna nel 2002. Sul treno da Conselice a Lugo di Romagna, che toccava tante piccole stazioni, ho scritto la mia prima poesia. Quel giorno, come ogni giorno, le immagini al finestrino si rincorrevano annientandosi una per una davanti ai miei occhi: addosso una fragilità, un senso di precarietà della vita che non poteva perdersi come quelle immagini che svanivano alle mie spalle. Rendere indelebile il disagio provato, dopo aver maturato una sorta di consapevolezza del presente che passa e non torna, è stata un’urgenza. E nella mia testa, prima che sul foglio, ho cominciato a comporre una poesia. Ancora oggi mi chiedo come la poesia sia accaduta, non avendo in quel periodo alcuna frequentazione poetica o suggestioni poetiche a cui attingere.
Avrei potuto adottare come modalità espressiva il racconto, la prosa, il diario; invece ho sentito l’urgenza di scrivere in versi quel senso di precarietà della vita, quella fragilità che sentivo entrarmi dentro. Ed ecco, la poesia accade e interviene a farmi dire quel che in altro modo non potrei dire. O in poesia, dunque, o niente.
La stessa urgenza che, credo, abbia sentito Peter Handke nell’utilizzare un codice poetico per esprimere un concetto di durata che in altro modo non poteva essere espresso. Il suo “Canto alla durata” nella traduzione di Hans Kitzmüller così comincia: “È da tanto che voglio scrivere qualcosa sulla durata / non un saggio, non un testo teatrale, non una storia – la durata induce alla poesia […]”. Continua a leggere
Luigi Maria Corsanico legge Federico Garcìa Lorca. 29
Il faro

Ricordo un santuario vicinissimo a un faro, che non sono più riuscito a ritrovare. Eravamo andati con don Mario, in uno dei viaggi interminabili in cui sembrava di approdare nel Regno dei cieli. La preghiera è come il faro: arriva a illuminare lontano, vale a dire nel profondo. Bisogna solo aspettare che giri dalla parte giusta, e tutto diventa più chiaro, per miracolo.
Incontri XXX
Reiner Kunze (Germania, 1933)
sotto gli alberi che stanno morendo
Abbiamo offeso la terra, si prende
indietro i suoi miracoli
Noi, di questi miracoli
uno
Stefanie Golisch (Germania, 1961)
Sotto un cielo cadente
Io non sono fatta per te e tu non sei fatto
per me, siamo fatto per renderci liberi
l’uno dell’altro
r.m.drake
essere umani è
essere rotti e
rotti è un modo
proprio di essere belli Continua a leggere
Sigillo nel nome, di Antonio Spagnuolo
Saresti figura del mio delirio,
della mia solitudine, del mio singhiozzo,
per l’illusione dell’eterno raggio
che confonde il pensiero nel terribile
gesto del dubbio.
Esalti improvvisa il mio grido d’amore
ove trovare il cenno della beatitudine,
come radice di una pianta antica
che impaziente sorride nel perdono,
come le vele dai fianchi arrugginiti
che giocano al tramonto nel miraggio
di labbra fatte petali.
Ti inseguirò tra la memoria di una dissolvenza
e l’impronta delle braccia in croce,
contro le affollate speranze dell’ignoto
che affollano parole dal profondo.
Sulle mie mani anche oggi la tua lampada
resta sicura a disperdere le tenebre
che fra terra e cielo posano macigni.
Occasione
Giselda Pontesilli, “Appunti su Mario Perniola”
Cercando le idee chiave che reggono l’opera di Mario Perniola (1941-2018), si può partire da quanto, nelle sue Storiette autobiografiche (pubblicate nel 2016), egli dice di sé. Dandosi, con discrezione, del voi, egli si dichiara:
“[…] erede della tradizione dei samurai senza padrone, i ronin, cioè di quei guerrieri solitari non organici rispetto a chicchessia in cui nel corso del tempo [voi, cioè lui stesso] avete finito per riconoscervi” (1);
così scrive, definendosi dunque, più che filosofo, guerriero, poiché, come ben spiega nella sua penultima opera, L’estetica italiana contemporanea (del 2017):
“In questo periodo storico l’autorevolezza della filosofia è gravemente compromessa dalla comunicazione massmediatica, che ha riportato intere popolazioni allo stadio infantile, nonché dall’arroganza della tecnica e del dogmatismo scientistico che, occultando il proprio rapporto con gli interessi economici, si è posto come unico portavoce della verità”. Continua a leggere
Il giogo
La parola ai poeti. Paolo Polvani
Dimestichezza con la scrittura e le sue cose
Alcuni dicono che l’impulso a scrivere trovi il suo fondamento dentro una ferita.
Non mi sono mai posto la domanda: perché scrivo? Ho sempre vissuto la scrittura come una pioggia, come un evento ciclico inevitabile, una maniera in cui il destino chiama e mostra la sua vera faccia.
Guardando indietro, trovo un forte attaccamento alle parole, una vera fascinazione.
Ho trascorso i primi cinque anni della mia vita a Livorno, e nelle mie orecchie per prime hanno risuonato parole scintillanti, un accento che del Tirreno riportava profondità e luce. Continua a leggere
Lucerne nella luce, di Lucio Brandodoro
Tempo di Avvento. Tempo di attesa. Tempo di desiderio.
Di fronte a qualcosa che accade, non si resta ad occhi chiusi, pacificamente dormienti. Chi attende non dorme, ma scruta.
La realtà va scrutata, perché ci si accorga che qualcosa sta accadendo. Non è una evidenza che si impone, di fronte alla quale non è possibile non vedere. Ciò che sta accadendo necessita di occhi capaci di scrutare, di mente allenata ad intuire, di cuore capace di contenere.
Di fronte all’accadimento che attendiamo siamo chiamati ad operare un discernimento, che aprirà o chiuderà vie percorribili. Continua a leggere
La parola ai poeti. Adriana Libretti


Sento che vivere è viaggiare, e viaggiare è crescere. Sento che occorre un mutamento nel paesaggio. Sento che è fondamentale un mutamento nel cuore.
(Anna Maria Ortese, Corpo celeste)
Mi sono ritrovata in compagnia della poesia dopo averne perso il contatto per anni; averla di nuovo accanto mi dona una speciale felicità. Continua a leggere












