Archivio mensile:Dicembre 2023

Tutto ciò che succede ti riguarda

di Stefanie Golisch

Lo stato delle cose.
A un certo punto, le cose sono andate come non dovevano andare, ma qual è quel certo punto? Quando ha cominciato che la difesa della pace e del principio della non-violenza sono stati buttati ufficialmente nella spazzatura della storia?
Sarebbe ipocrita ignorare il fatto che le due guerre in corso, che vengono utilizzate dai mass-media per dividere il mondo in buoni e cattivi, facciano parte di una catena ininterrotta di conflitti armati che raramente concedono una tregua. Si sa, ma è nella natura dell’uomo escludere dal proprio campo visivo ciò che non gli tocca direttamente. L’idea che tutto ciò che esiste è collegato e che le nostre azioni e i nostri pensieri risuonino nel mondo e perfino nell’universo, è per la maggior parte un’astrazione, se non una assurdità a prescindere.
Eppure l’esperienza vissuta insegna che è proprio così. Tutto ciò che succede ti riguarda recita un verso del poeta tedesco Günter Eich: il bene, il male e i vasti paesaggi di ombre e ambiguità che sono il teatro del nostro maldestro vivere. Ogni volta che una persona muore violentemente, tutta l’umanità si macchia di sangue. Il peso della responsabilità non è mai soltanto di chi è direttamente coinvolto, ma di ogni uomo. Continua a leggere→

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Lucerne nella luce, di Lucio Brandodoro

Non spegnete lo Spirito

[1Ts 5, 16-24]

C’è chi vede i deserti fiorire. C’è chi vede le lance diventare falci e le bombe diventare aratri che fendono la terra per fecondarla e non per uccidere.

C’è chi sa fasciare le piaghe dei cuori spezzati. C’è chi porta una buona notizia ai poveri. C’è chi libera gli schiavi salvandoli dal mare, e chi annuncia la fine pena ai carcerati.

?Non spegnete lo Spirito. Continua a leggere→

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Premio nazionale di poesia Elio Pagliarani – IX EDIZIONE

premio nazionale di poesia Elio Pagliarani

 

L’Associazione letteraria Premio Nazionale Elio Pagliarani –
Centro Studi e biblioteca sulla poesia contemporanea

(https://associazioneletterariapremioeliopagliarani.it – https://premionazionaleeliopagliarani.it)

ha indetto la

IX edizione del PREMIO NAZIONALE ELIO PAGLIARANI

presieduto da Cetta Petrollo Pagliarani

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La parola ai poeti. Alberto Bertoni

Darmi all’ippica

    Quasi in contemporanea a quella per l’Inter, a cavallo fra i ’50 e i ’60, è nata l’altra passione centrale della mia vita, quella che non è soltanto un hobby o un gusto del proibito, ma una vera e propria visione del mondo (e della poesia), senza la quale, tuttora, nel mondo (e nella poesia) non saprei proprio come orientarmi: quella per le corse al trotto (nel tempo ho imparato ad apprezzare anche il galoppo, ma quella è un’altra questione). La mia “piccola città bastardo posto” è da sempre una città trottofila, col suo vecchio ippodromo di piazza d’Armi, collocato lì, a due passi dalla Ghirlandina. In mezzo al tumulto di questo processo formativo, a fare da collante e da denominatore comune domina per me l’esperienza dell’ippica, che è la mia prima, profonda pulsione assieme estetica, esistenziale e conoscitiva, nonché uno dei miei principali strumenti di comprensione e di interpretazione del mondo. E, c’è poco da fare, il mio romanzetto di formazione si è consolidato a partire dal 1970, nella sala corse modenese di via Belle Arti, invece che nell’oratorio della mia parrocchia. Lì ho imparato umanità e nichilismo, generosità ed empietà, oltre ad un’applicazione sistematica della cosiddetta Legge di Murphy: se qualcosa può andare male, nella sfera degli atti e degli eventi umani, certamente ci va. Tuttavia, quando arriva nell’ordine una scommessa trio che tu hai studiato e che, dopo il tuo studio, la corsa ha soddisfatto, beh, quella è una gioia ermeneutica (per introdurre un parolone che ha molto che fare col mio lavoro di critico e docente di letteratura) molto spiccata. Comprendo che non è semplice dichiarare un’osmosi formativa fra ippica e poesia: ad un primo, frettoloso sguardo sono due mondi antropologicamente, culturalmente e direi politicamente incommensurabili. Eppure, questa osmosi finisce da sempre per compiersi, nella mia psiche e nella mia quotidiana esperienza di vita, sotto il segno di una tanto inesausta quanto necessaria interazione. Continua a leggere→

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La parola ai poeti. Renzo Paris

Ho scritto la mia poesia a nove anni, mentre ero a letto malato. Per la prima volta ho sentito la “voce antica” che dettava i versi,” . e” a quel modo ch’ei ditta dentro vo significando”(Dante), una voce atona, che ha bisogno di un grande silenzio per essere registrata. Un critico ha scritto che la mia è una poesia “parlata”, come quella della Cavalli, ma i miei versi volano leggeri sul mare nero dell’inconscio. La poesia è il nodo che la prosa è chiamata a sciogliere. Così ho scritto romanzi. Ho messo insieme in una vita una specie di canzoniere in quattro volumi, Apollinaire  mi ha fatto rileggere i classici latini trovandone giovamento anche per la salute.

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La parola ai poeti. Giorgia Leuratti

La poesia, forza incendiaria

Ricollego la poesia a una forza incendiaria, la parola bruciante che rimane in gola, che costringe e necessita d’esser detta. L’atto che la sottende, è simile a una pronuncia scritta– e quindi incisa- un atto che separa l’inesistente o il vacuo da ciò che non mediatamente, assume forma.

Accade che in modo in- perpetuo o intermittente un qualche significato sotterraneo entri con il significante in segreta corrispondenza.  Segreta quanto urlante, la creatura onomatopeica, che è ancora mera associazione inespressa, implora di avere corpo, di esistere e farsi manifesta.

Ciò che guida la composizione è forse la linfa che innesta un processo organico, quello per cui un ultrasuono passa ad essere ronzio confuso e poi, per necessità, parola; un’energia liquida che si aggrappa all’accadimento, uno stupore, un dolore, una commozione, o un tempo contemplativo; per straripare. Continua a leggere→

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La parola ai poeti. Carlo Ragliani

Fare una summa di poche righe su cosa sia la poesia mi sembra atto denudante, senz’ombra di dubbio, ed al contempo tristemente incompleto, propenso all’assiomatico, ed incline all’apodissi. 

Cosa sia l’arte per un autore sembra richiedere d’ufficio una integrazione, e non appare inganno asseverare che se una tale domanda manifesta in primo l’incompletezza dell’opera scritta, d’altro canto manifesta anche la scarsa ricezione di questa; e, quindi, l’altrettanto insufficiente capacità di veicolare l’innominabile sangue da parte degli autori. 

Faccio mia la visione etimologica di poesia: un fare, un’azione di cui siamo certamente imputabili. Deinde, la responsabilità commista al dovere di fagocitare lo spirito del tempo in cui viviamo.  Continua a leggere→

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Intervista a Eleonora Nitti Capone

di Massimiliano Bardotti

1) Come e da dove nasce l’idea di questo libro? E potresti dirci qualcosa sul titolo? 

Tutti i miei libri nascono figli di una vocazione e la vocazione è tentare di vivere il vero del mondo e, perciò, di cantarlo.
Il titolo è una citazione biblica dalla Lettera agli Ebrei, questa dice chiaramente, dichiara la possibilità per l’uomo, grazie al contatto con un riferimento più alto e più grande di sé stesso, una fede in un senso vasto del termine, di compiere l’incredibile, come chiudere a mani nude le fauci aperte dei leoni, o qualcosa di molto più grande ancora.

2) Da dove nasce, per te, la necessità, o l’intenzione, di scrivere poesia? Si tratta più di una scelta o una risposta a una chiamata? Continua a leggere→

La parola ai poeti. Diego Riccobene

Il cerchio della poesia è misterico, questo primamente mi vien da dire. Non tutti accedono, non tutti possono vaticinare, e chi prova a farlo senza averne la prontezza e la disciplina rischia di esserne svenato. È vicenda di responsabilità e necessità. Mi riferisco qui all’ananke e non all’urgenza – parola vittima di maluso nel nostro sermo cotidianus, in seno alla salvaguardia di una genericissima libertà espressiva.

Gwion, cantore celtico per eccellenza, bardo dei bardi, era un giovane contadino quando fu ustionato dalla cozione incantata che la Dea Bianca stava preparando. Egli si bagnò presso il calderone della sophia e si ritrovò in grado di poetare; nondimeno un enigma da lui proposto, similmente a quello emanato dalla Sfinge, lo erse nella conclave degli eletti, per fare ingresso nella quale erano necessari anni di apprendistato, percorsi severi cui l’ollave era sottoposto: l’apprendimento di un bagaglio arcaico e vastissimo da impiegare. Disciplina. Continua a leggere→

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Nostra pace


Cerchiamo riposo in molti modi, aneliamo a un rifugio dallo stress. Si diffondono sempre più le discipline orientali di meditazione. Dimentichiamo, così, la via sicura: riposare pensando a Gesù. A Cristo, nostra pace.

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La parola ai poeti. Federica Maria D’Amato

“La cosa”

Penso a come dire questa fragilità che è guardarti
Mario Benedetti, da Tutte le poesie (Garzanti, 2017)

 

Penso a come dire questa fragilità che è scrivere cosa sia, o non sia, la poesia, tutta la poesia o una sua parte, ma ho timore ch’essa non sempre esista o almeno non sempre e non solo per noi.
Penso a come dire quella fragilità che è spiegare perché iniziai, molto tempo fa, a tentare il verso e perché, in modo fallimentare, io tenti ancora il non-tentabile per definizione.
Meno fragile sarebbe, per me, pensare e scrivere che la poesia (forse) non esiste e non esistono i poeti, se non in rare e fulminee occasioni (occasioni montaliane, occasioni a noi precluse). Continua a leggere→

Il santuario delle ombre, di Amir Valle

di Riccardo Ferrazzi

Il santuario delle ombre,  di Amir Valle. Traduzione di Giovanni Agnoloni

Realismo sucio (letteralmente: realismo sporco) è la tendenza dominante fra gli autori della diaspora cubana, della quale Amir Valle è forse l’esponente di maggior spicco.

In questo Santuario delle ombre, Valle denuncia le efferatezze a cui giungono i trafficanti di esseri umani che si offrono di trasportare dall’Avana a Miami clandestinamente (e a caro prezzo) i cubani che preferiscono l’inferno capitalista della Florida al paradiso castrista. Ma non solo: dipinge anche la realtà, spesso retriva e conservatrice, di un regime ormai privo del suo caudillo (che lo reggeva a base di propaganda e repressione) e non sa fare altro che proseguire su questa strada anche in mancanza di un capo carismatico. Continua a leggere→

Intervista a Prisco De Vivo sui suoi Imperdonabili

di Rosaria Ragni Licinio

È dall’etimologia del termine filosofia (in greco antico philosophia composto di phileîn, “amare” e sophía, “sapienza”, ossia “amore per la sapienza”, che germina la produzione pittorica del pittore e poeta Prisco De Vivo. Questa nozione di filosofia trova le sue fondamenta in Platone, ma anche in Senofonte e nel giovane Aristotele ed oggi trova una sua collocazione specifica nella ricerca della verità e nei modi in cui essa si rivela, cioè attraverso il pensiero inteso come atto totale e totalizzante. Ed è proprio partendo dal concetto di pensiero che si arriva ad una profonda riflessione su quelli che il pittore De Vivo ama definire “i suoi testimoni pericolosi”, protagonisti indiscussi del ciclo I Reperti degli imperdonabili. Le opere che compongono questo ricco ciclo pittorico sono realizzate utilizzando le più svariate tecniche e materiali pittorici e extra-pittorici come: carboncino, acrilico, matite, pastelli, stoffe e pezzi di indumenti vintage, carboni, cenere, carte colorate, fiori secchi, vecchi mozziconi di sigari, corde, spaghi, gesso, metalli e cartoni invecchiati.

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Incontri XXXI

Franz Kafka (1883-1924)
da: Bambini sulla strada di campagna

Andai verso quella città, della quale si diceva nel nostro paese:
“Lì c’è gente, pensate, che non dorme!”
“E perché non dormono?”
“Perché non hanno mai sonno.”
“E perché non hanno mai sonno?”
“Perché sono matti.”
“Ma i matti non hanno sonno?”
“Come fanno i matti aver sonno?”

Rachel Wetzsteon (USA, 1967-2009)

Blue Octavo Haiku

dopo Kafka

Indolenza e impazienza
sedute su grosse poltrone,
pianificando la mia rovina.

Una gabbia malvagia
volava lungo l’orizzonte
alla ricerca di un uccello.

Bruciavo d’amore,
in stanze vuote voltavo
coltelli contro di me.

“Guarda il cancello luminoso”,
disse il guardiano. “Ora vado
a chiuderlo. “

Appena avevano pulito la strada,
cadevano nuovi mucchi
di foglie secche.

Ma nulla uccide la fede
come una ghigliottina,
tanto pesante, tanto leggera.

Felicità? Trovare
il tuo nucleo indistruttibile
e abbandonarlo a sé.

Nel cielo
volava senza fiato
una legione di corvi impossibili. Continua a leggere→

Lucerne nella luce, di Lucio Brandodoro


II Avvento Anno B

(Is. 40,1-5.9-11; 2Pt 3,8-14; Mc.1, 1-8)

  “Nuovi cieli  e terra nuova”. Ogni inizio si comprende dalla fine. L’accorata invocazione di Isaia, “se squarciassi i cieli”, della prima domenica di Avvento, trova una prima risposta: “inizio della buona notizia”. Quando i cieli si squarciano ed è rivelato il vero volto di ciò che era nascosto, appare l’insufficienza di ciò a cui siamo aggrappati. Da qui il “Vegliate” della scorsa domenica. Quando si comincia a prendere consapevolezza della insufficienza e della inadeguatezza della nostra risposta, allora è il tempo dell’inizio. E questo inizio non può che essere novità assoluta. Non sarebbe inizio se fosse semplicemente una ripetizione o la realizzazione di un progetto. Inizio segna una cesura, un ricominciare totalmente nuovo. Quando meno lo si aspetta, in un’ora che non sappiamo, giunge un Inizio ed è una buona notizia. Novità che riguarda cielo e terra. “Nuovi cieli”  segna un modo nuovo di considerare il rapporto con Dio. “Terra nuova” è il nuovo modo di guardare dentro l’orizzonte della storia. Entrambi hanno al centro l’uomo. Non è per nostra iniziativa che si realizzano “cieli nuovi”, ma è per noi, anzi, con noi, che questo accade. La novità assoluta di Dio, nella sua totale indisponibilità,  costruisce la mia nuova umanità. Continua a leggere→

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