Se il Signore ci desse in base a quanto diamo a Lui, saremmo perduti. Solo la libera iniziativa di una generosità senza pari permette lo scatto di reni di ciò che chiamiamo salvezza. L’eternità è una sorpresa esagerata, uno stupore senza fine.
Archivi autore: fabrizio centofanti
Annarita Zacchi, Poesia e lutto
a cura di Leonardo Gandi
Di Annarita Zacchi (Castelnuovo di Garfagnana 1959-Firenze 2022) sono uscite tre raccolte, Rotte terrestri, Teseo 2013, Voi e lo sparso, Chipiùneart 2015, Utopie del corpo, Arcipelago Itaca 2020. Alcune poesie sono apparse in riviste e volumi collettivi. Del 2012 è la plaquette Lavoro e antilavoro, di cui sono state allestite letture sceniche. Un primo gruppo di inediti, col titolo Papaveri e lattine, è stato pubblicato nel 2022 dalle edizioni Diddo. Quest’ultimo volumetto è il solo ora reperibile sui principali store digitali. Per gli altri si può scrivere a [email protected]. Notizie, immagini e filmati, testi inediti sono contenuti nel sito [email protected].
Il testo qui presentato, del 2013, nasce all’interno di una discussione su “poesia e lutto” svolta nel gruppo di autori raccolto intorno a Elisa Biagini, a Firenze. Annarita prende le mosse da un contributo di Andrea Gigli che riflette sul particolare lutto da cui è nata, a suo avviso, la poesia moderna e contemporanea, «quello originato dalla perdita di quasi tutto l’apparato tecnico e formale che l’ha definita per secoli. La funzione catartica non può più essere veicolata da una parola che ha perso il suo essere “canto”, che non è più assunta nei suoi valori fonici, in quel “risuonare nel corpo”, in quella possessione magica necessaria perché tale funzione abbia luogo. Perdita e lutto si associano a un dolore che per ciò stesso appare irredimibile. Il poeta “semantizzato” è integralmente solo, solo nella foresta pietrificata dei significati, e la dimensione della “gioia” omerica (eufrosùne) abbandona pressoché per intero le scritture poetiche della contemporaneità. L’ebbrezza vitale e quella erotica, il dionisiaco, lo stesso stupore estatico di fronte alla morte, cantata perché indispensabile per aprire le porte della memoria, dimensioni tutte ben rappresentate nella poesia antica, sono difficilmente reperibili in quella contemporanea». Continua a leggere
Il profondo
Luigi Maria Corsanico legge Fernando Pessoa. 53
Sabbie mobili
Sui poeti caduti, di Prisco De Vivo
Fin dall’adolescenza, mi appassionai ai poeti e agli scrittori caduti in Disgrazia di Dio, che mi erano vicini come fantasmi di anime in pena. Li ho tradotti in immagini e rappresentati con un’inspiegabile trasporto. Ma ho anche scritto e tanto scritto di poesia.
Negli anni ho cercato, anche, di spiegarmi la mia particolare vicinanza ad alcune sensibilità atee ed eretiche, a queste figure oscure e maledette del pensiero e dell’arte.
Questa mia volontà forse nasceva da un desiderio di redenzione, era come vano tentativo di salvare questi personalità dalla caduta e dal quel precipizio che costava loro l’eternità felice. Così cercavo di bloccare quei figli perduti della memoria per riportarli a Dio.
Prisco De Vivo, 3 Sentieri sul lago
(Omaggio ad Ingeborg Bachmann) 2008
La parte opposta
La parola ai poeti. Prisco De Vivo
Dare la parola ai poeti
Poeti animali parlanti
sciagurano in bellezza versi
profumati – nessuno li legge,
nessuno li ascolta. Gridano
nel deserto la loro legge di gravità.
Dario Bellezza
«Dare la parola ai poeti è come darla ai vagabondi, ai santi, ai profeti, ai pazzi, ai fragili, ai dissidenti, ai santi». Me lo disse un anziano poeta del Nord Italia, di cui adesso non ricordo più il nome, tempo fa, in una stazione ferroviaria desolata, fuori una nebbia fitta.
Più recentemente, mi è capitato di scrivere un testo, Dello scrivere di me stesso e dei poeti:
I poeti feriscono e sono feriti, quindi sono in pericolo. Essi sono chiamati
alla salvezza solo quando fanno poesia. La poesia in fondo non esiste,
esistono solo i poeti: quindi salviamo i poeti. Ma da chi e da che cosa?
Ancora non so da chi… o da che cosa. Ma a ragione, William Blake diceva che «eterno corpo dell’uomo è l’immaginazione», e poeta è chi si eterna attraverso la propria immaginazione. Anche a me, sin da bambino, compagna e sorella, di cui ne ho amorosamente coltivato la radice. Perché radice delle cose è l’immaginazione. Continua a leggere
Il discepolo che amava
La parola ai poeti. Alfonso Maria Petrosino
La Musa entra senza bussare
e ti amputa il cuore
e al posto del cuore
trapianta una corda vocale.
Ars poetica, II
La poesia perfetta:
la Musa
ti usa
e ti getta.
Ars poetica, III
La Musa ti seduce
con dei sottili incanti
e ti riduce a sé
(e il sesso, oh sì, è sublime);
fate al più presto il test
(o forse, meglio, il testo)
di gravidanza e se
lei è rimasta incinta
e poi viene alla luce
la prole di parole
(fantastico anche questo),
di immagini e di rime,
non datevene vanto:
mater semper certa est,
il padre mica tanto.
Circolazione
Una storia d’amore
Massimo Morasso, Frammenti di nobili cose
di Francesco Macciò
Massimo Morasso, Frammenti di nobili cose, Passigli, Firenze 2023, pp. 120, 14,50 euro.
L’opera poetica di Morasso si configura in un corpus ampio e complesso, articolato sostanzialmente in due cicli, due facce che si rispecchiano l’una nell’altra, dove la voce dell’autore si sfrangia in altre voci di cui essa si fa mediatrice, come indica il titolo Il Portavoce assegnato complessivamente a questo primo ciclo (1995-2006), per ricomporsi in unità, dopo il necessario attraversamento nell’altro che è al contempo percorso di ricerca, dilatazione degli spazi poematici e affinamento dei mezzi espressivi, con la messinscena del proprio io, della propria voce.
È quanto possiamo cogliere, a conclusione di questo lungo processo di rispecchiamento e a certificazione di una irrinunciabile caccia spirituale, nel libro L’opera in rosso (Passigli 2016), che introduce l’io – lirico ed empirico – ridestandolo e ridefinendolo fin dall’incipit nella sua centralità (dopo la cesura del quinario e in punta all’endecasillabo allineati come membri di un verso composto): “Davanti al Mac, io sono un amanuense medievale”. Qui, già marcatamente in questo verso proemiale e più diffusamente nella raccolta che precede e in qualche modo prepara la stesura di Frammenti di nobili cose, si annunciano, investiti di responsabilità, alcuni decisivi aspetti della poetica attuale di Morasso. Anzitutto, il consegnarsi alla scrittura: l’efficace cortocircuito che antifrasticamente mescola la sofisticata tecnologia del computer – anche come indicazione di una presenza hic et nunc del poeta alla realtà odierna – a una cura artigianale della parola; e poi, significativamente, l’anelito a un’oltranza nell’effetto alone che l’estensione semantica del termine “amanuense” reca con sé. Continua a leggere
La sorgente
La parola ai poeti. Grazia Frisina
Il mio scrivere poesia non è un’attività continuativa; attraversa periodi di stasi, di lunghe pause e silenzi. Potrei paragonarlo a un campo lasciato a maggese: quando la terra riposa, tutta in sé concentrata, quasi che fosse sigillata, in una sospensione dal tempo, in una chiostra d’inermità. Là, tra le zolle, cova un abbandono, che in parte è morte ma anche un sedimentare di oscure, microscopiche sostanze in attesa di tramutarsi in qualcosa d’insperato. Nella profondità del campo c’è una sorta di fucina, c’è fermentazione, una spinta che porterà forse, a nascite, a fioriture, a rinascite. Dalla mia mente, da questa terra, a tratti dura, selvatica, aggrovigliata, a tratti molle, cedevole, addomesticata, può succedere, soprattutto nei dormiveglia, che fuoriescano fili d’erba, polloni inattesi, attimi d’un improvviso kairòs. Continua a leggere
La vera bellezza
Luigi Maria Corsanico legge Pablo Neruda. 21
Dal prossimo romanzo

C’era il problema di una goccia che cadeva con regolarità dallo sciacquone: prima lentamente, poi sempre più veloce. Avevo chiesto più volte all’operaio del Santuario se potesse intervenire, ma diceva di essere occupato in lavori straordinari. Così quella goccia diventava una compagna quotidiana, come stesse lì per ricordare qualcosa: il tempo che scorreva sempre più veloce verso lo scioglimento di ogni nodo, la catastrofe preparata a goccia a goccia, giorno dopo giorno, con la menzogna ripetuta, le giustificazioni inaffidabili, le mille deviazioni possibili dalla Via che è Cristo. Capivo come fosse un segnale necessario per il mondo, e mi adeguavo volentieri al fatto che l’operaio trovasse ogni volta una scusa fantasiosa. Quando Dio vuole parlarti, è un richiamo costante, regolare. Se fa ancora un tentativo, prima dell’apocalisse, non teme di rompere il silenzio. Non si addormenta, non prende sonno il Custode d’Israele.
La parola ai poeti. Anila Anxhari
Perché non scrivi dei tuoi primi passi nella letteratura italiana, mi chiedono. Premetto che scrivo poesia da quando avevo nove anni. Il mio primo poemetto, scritto in lingua madre albanese, a quattro mani con un’amica, era una lode al dittatore Enver Hoxha. Poi i miei temi in classe erano emblematici, piacevano più ai miei compagni che agli insegnanti. Scrivi strano, mi dicevano. Di nascosto è capitato di infilarmi nell’esame di stato di letteratura delle amiche, pur avendo meno anni, di svolgere il tema per loro. Il mio era un richiamo primordiale, una vocina interiore che mi faceva dire, mi piace la poesia. I soldi che mi toccavano per un gelato li spendevo in libreria, a comperare libri di poesia. Poesia che non mi piaceva, era “il realismo socialista” e io avevo 10/ 11 anni. Avevo letto tutti i libri della biblioteca della città di Durazzo e tutti i libri delle biblioteche personali, di tutti gli abitanti del palazzo, dove vivevo. Continua a leggere
















