Archivi autore: fabrizio centofanti

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La parola ai poeti. Luca Vaglio

La poesia, in fondo, in tutte le forme in cui è stata, e può essere, concepita, è un modo di orientare il linguaggio e, parallelamente, un modo di pensare, di vedere le cose. E, ancora, è un’occasione per esprimere, o per ricreare, un’esperienza del mondo. La mia prima presa di contatto con questa forma di scrittura avvenne molto presto, a scuola, durante le lezioni di seconda elementare. Si trattò di un’esperienza assai significativa e già capace di agire in profondità, di formare e di trasformare la mia idea relativa alle possibilità di espressione. La mia maestra, Eda Vanni, che si merita, pur a distanza di parecchi anni, un grande grazie, dopo averci insegnato le basi della grammatica, della scrittura e della lettura, l’anno successivo, in seconda elementare, ci fece leggere diverse poesie di Giuseppe Ungaretti, di Salvatore Quasimodo, di Giovanni Pascoli e di altri poeti del ‘900. Continua a leggere→

Lucerne nella luce, di Lucio Brandodoro


La pelle, il confine

[Mc  1,40-45]


?La tradizione rabbinica ha sempre considerato attentamente il simbolismo legato ai fenomeni osservabili in natura e, in particolar modo, nel corpo umano. Così, la malattia è sempre vista, non tanto come fenomeno scientificamente studiabile, ma soprattutto per l’alto valore simbolico attribuitole. In questo contesto religioso-culturale, la pelle ha assunto un forte significato legato alla sua funzione (per quanto si potesse cogliere) nel corpo umano.

È un confine, la pelle, fra dentro e fuori, fra sé e tutto il resto. Dunque, una malattia della pelle era vista innazitutto come alterazione di questo confine. Alterando il confine, si altera tutto il rapporto fra le parti segnate dal confine stesso. Si instaura una relazione fra le parti separate dal confine non più rispettosa delle alterità ma, appunto, alterata, confusa, in una parola, impura. Questo concetto (purità/impurità) è legato non alla natura o alla derivazione morale della malattia, ma alla confusione generata dal “non essere al proprio posto” proprio di ciò che avrebbe dovuto segnare un confine, una separazione che poteva permettere una relazione fra diversità. Continua a leggere→

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La parola ai poeti. Francesco Terracciano

I.
Per quanto sia cosa difficile, e rappresenti anche un pericoloso tranello, potremmo dire che la poesia è il tentativo di dire l’indicibile attraverso l’elaborazione del linguaggio che usiamo, ogni giorno, per dire altre cose.
Dal mio punto di vista, dopo tanti anni, questa sembra ancora l’approssimazione meno ingenua a qualcosa che, per sua natura, è (fortunatamente) indefinibile.
Ungaretti sosteneva: “direi, con modestia, che la poesia è una combinazione di vocali e consonanti, una combinazione, però, nella quale è entrata una luce. È dal grado di questa luce che si riconosce la verità della poesia: quando la poesia è poesia, raggiunge l’irraggiungibile, mette a contatto le parvenze con la sola realtà, che è la realtà eterna”. (1)

II.
“La realtà eterna”. I necessari inciampi, il passo spedito e la corsa lungo la strada bella. Ho ripreso il passaggio di Ungaretti non per cercare una comoda sponda, ma per i concetti di “luce”, “irraggiungibile” e “verità della poesia” che mi sembrano ancora importanti.
Quelle definizioni però, per quanto care, sono legate a un mondo ancora classico -nonostante la complessità degli eventi che l’hanno attraversato- quale poteva essere il Novecento dal suo inizio alla fine; nella società contemporanea, invece, l’individuo vede ridimensionata -se non annullata- la sua partecipazione alla vita collettiva, al punto che l’interiorità sembra essere l’unico luogo confortevole da abitare, anche se implica i corollari dell’isolamento e del cinismo: nulla sembra più adatto dell’interiorità moltiplicata ed esibita, tradita a ogni pensiero, malintesa nell’agire, e i social media ne rappresentano un pericoloso canale di divulgazione anche in poesia.
Oggi assistiamo all’esposizione del soggetto senza più la significazione della soggettività, alla moltiplicazione della poesia dell’io senza che quest’ultimo (e quest’ultima) sussista.
Manca, in altre parole, la possibilità per la parola di essere dimora, di scegliere il suo significato, di aderire al proprio tempo; manca la capacità, per la poesia, di essere sovversiva.
A quel tentativo di definizione che facevo all’inizio, va quindi aggiunto uno spazio del possibile, un luogo dove assumere il conflitto e le scelte che il nostro tempo ci pone davanti. Assunzione di conflitto -o di responsabilità, se si preferisce- sono anche la resistenza e l’opposizione, l’elaborazione, il tentativo di sottrarsi ai meccanismi che immiseriscono l’uomo e lo riducono a una copia, a una griglia standardizzata e obbligante.
Si tratta di atteggiamenti che potrebbero rappresentare una via di uscita dal pensiero dominante e dalla sua prassi, così come da una poesia che ha perduto significato e capacità di evocare. Continua a leggere→

Dal nuovo romanzo

Era il giorno della parasceve. Mi rendo conto che il nostro libro prende sempre più la forma narrante del Vangelo, forse perché è il nostro vangelo, la parola che diventa carne nei fastidi quotidiani, nelle paure sotterranee, nelle contraddizioni che sempre affollano la vita. Forse il Vangelo è vero solo in queste pagine, in questo va e vieni tra il progetto e l’attuazione, tra lo sguardo limpido del Cristo e i nostri occhi assonnati, incapaci di vegliare solo un’ora. Avevamo desiderio della luce, e nello stesso tempo l’ombra ci assediava, come se fosse impossibile vivere se non nell’unione degli opposti, che Cusano ci aveva insegnato nelle sue pagine difficili. Forse la vita è in queste righe che si accavallano e si sommano, nei pensieri che passano per labirinti intricati, perché solo Dio è semplice, come diceva don Mario, e noi siamo discepoli pieni di dubbi e di conflitti da sciogliere nel giardino della risurrezione, nei chiari del bosco di un dono immeritato. Era il giorno della parasceve. La luce che tanto attendevamo sarebbe sorta – ne eravamo sicuri – prima o poi.

 

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La parola ai poeti. Laura Boscardin

Seduta nel divano grigio di casa, mi guardo attorno: vedo scaffali pieni di libri, la pianta di aloe che si allunga sopra il tavolo, ascolto le voci delle persone che passeggiano per strada e quando un filo di luce entra timido dalla finestra, mi dico che la poesia è in tutte le cose di questo mondo. Rispondere alla domanda Cos’è la poesia? è una grande sfida. So di essere solo un’umile servitrice, un canale attraverso cui l’energia poetica si innesta e fluisce, è qualcosa di superiore, non nel senso gerarchico del termine, ma in quello spirituale. Credo che la poesia vera si scriva quando si viene chiamati, e quando succede dobbiamo essere pronti ad usare il sangue delle nostre ferite per svelare ciò che vibra e ferve dentro di noi, perché la poesia è luce ed illumina gli abissi interiori più oscuri. La poesia viene da questa necessità che è insieme salvezza e amore. Continua a leggere→

La parola ai poeti. Matteo Pelliti

Rispondo al gentile invito ricevuto da Fabrizio Centofanti di partecipare alla serie di interventi “La parola ai poeti” e, subito dopo aver accettato e aver letto un po’ dei contributi già pubblicati, precipito nel baratro della domanda: “E ora cosa scrivo?”. Quale sia la mia idea di poesia? Forse riproporre le mie poesie scritte nell’infanzia? Oppure le cose ultime a cui sto lavorando? Magari pubblicizzare la collana di poesia giocosa “Frisbee” che ho immaginato e che sta per uscire nei prossimi mesi presso Industria&Letteratura? Dare “la parola ai poeti”, fuori dal perimetro del loro fare poesia, ma anche, spesso, dentro quel perimetro, comporta sempre qualche rischio. Se non altro di tenuta da parte del lettore che si accosti a queste porzioni di autobiografia, o di auto-commento. Quindi? Intanto un’osservazione preliminare: nel novero. Mai come adesso, ma forse è sempre stato così, se già Giovanni Giudici lo osservava in suo intervento sull’Unità degli anni Novanta[1], una delle principali preoccupazioni dei poeti contemporanei pare quello di essere compresi “nel novero” dei poeti contemporanei. Ecco, io vorrei confessare che ho cercato il più possibile di sottrarmi da questa ansia di essere dentro un elenco, un numero, un indice, un’antologia, un albo di abilitati e abili, un gruppo, una corrente, una scuola, una cordata, un cenacolo. Preferisco cercare di captare quel che mi interessa scrivere e come mi interessa scriverlo, con estrema libertà: il foglio bianco è un luogo di libertà, vigilata dai vincoli che mi do scrivendo. Si potrebbe dire che all’aumentare di vincoli aumenta la libertà espressiva. Forse è questo atteggiamento che mi ha portato, alla fine, ad essere incluso tra gli autori dell’OPLEPO, l’omologo italiano dell’OULIPO francese. Il quale dato contraddice, in parte, proprio quello che ho scritto poco sopra (il disinteresse circa l’appartenere a un gruppo, formalizzato o meno che sia). Ecco, la poesia per me è anche il luogo dove sperimentare proficuamente la contraddizione, forse. Continua a leggere→

Mauro Ferrari, Seracchi e morene

a cura di Luca Pizzolitto

Mauro Ferrari, Seracchi e morene (Passigli, 2024, prefazione di Giancarlo Pontiggia).

L’uomo che in fuga dalle raffiche
copre gli occhi al figlio,
la donna che tocca la sponda
pensando d’essere infine,
dopo la traversata
del deserto e del dolore,

salva; i mutilati dal dolore
nel buio in stanze bianche,
il condannato che non sa;
e qui vicino a te l’amico in giardino,
la madre che scende le scale
e il bimbo col suo canto d’innocenza:

contro lo sbriciolarsi insensato
innalzano preghiere
e implorano misericordia
per colpe e peccati incomprensibili.
Ma nulla ferma il martellare cieco.

Allora – e non è poco, forse è tutto –
dobbiamo resistere
amando la bellezza,
crearla se possiamo,
proteggere la sua fragilità
e il vero e il giusto
– gli altri suoi nomi –
tenendo l’asse in equilibrio
mentre tutto vacilla.

(In questo buio e in questo freddo
ho contemplato e serbo in me il tuo corpo
nudo che entrava in acqua sorridente
sotto sguardi inconsapevoli:
perché il segreto è ben riposto
fra gli occhi, che accolgono la vista,
la mente, che comprende,
e il cuore che gioisce: e mai saprai
se la battaglia è vinta o persa,
se l’attimo di luce è un accendersi o uno spegnersi).

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Straordinario

Dovremmo credere come respiriamo, senza sforzo, comunicando la presenza di Dio come un fatto di vita quotidiana. È l’offerta che rende straordinario il gesto più consueto. La nostra morte può essere un viatico per l’altrui conversione, come quella del Cristo.

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La parola ai poeti. Sonia Caporossi

La poesia è un essudato dolente di sensazioni, che si riversa verso l’alto dalla gabbia dello sterno attraverso i filamenti neuronali dell’intelletto per dare senso al senso e materia all’informe. Per ottenere un tale risultato, un poeta deve studiare, arrabbiarsi, dannarsi con sé stesso e fallire tante volte, definendo, alla fine del percorso, una propria poetica differenziale che possa dirsi autonoma, che insomma risulti propositiva e non sterile.

In tutto questo, lo stile è fondamentale, ma ritengo che incaponirsi su una tecnica specifica generi, in poesia come nelle altre arti, una ridondanza che si riverbera su temi, argomenti e contenuti, instradandoli inevitabilmente verso un unicum a rischio della ripetitività. Questo perché, nella mia personale visione, la poesia è essenzialmente forma e il contenuto, di conseguenza, vi si adatta permeandola come un guanto. Non che sia minoritario o meno importante rispetto alla forma: dico solo che il linguaggio poetico, il quale per sua natura possiede intrinsecamente uno statuto differenziale rispetto alla prosa, si alimenta del principio dell’analogia, che ha bisogno di uno specifico adeguamento tra stile e contenuto per commutarsi in un messaggio comunicabile. Continua a leggere→

Gli uni per gli altri

Pregare gli uni per gli altri: è questo il nostro compito. Invece di farci la guerra, di vedere il male inevitabile, i difetti onnipresenti; invece di pensarsi in una giungla piena di agguati, in un mare che nasconde mostri, pregare gli uni per gli altri: ecco un segreto da custodire attentamente.

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Poesie di Tolentino de Mendonca

[foto di Edward Dalton]

A cura di Luca Pizzolitto

Una poesia è un esercizio di dissidenza, una professione di incredulità nell’onnipotenza di ciò che è visibile, stabile, appreso. Una poesia è una forma di apostasia. Non c’è vera poesia che non faccia del soggetto un fuorilegge. Una poesia obbliga a pernottare nella solitudine dei boschi, in campi innevati, in rive incontaminate. Che altra verità esiste nel mondo se non quella che non appartiene a questo mondo? Una poesia non cerca l’inesprimibile: non c’è uomo pio che, nella concitazione della sua pietà, non lo cerchi. Una poesia restituisce l’inesprimibile. Una poesia non conquista la purezza che affascina il mondo. Una poesia abbraccia precisamente l’impurezza che il mondo ripudia.

(Josè Tolentino de Mendonça)

Da “Estranei alla terra” di José Tolentino de Mendonça (Crocetti, 2023, traduzione di Teresa Bartolomei) Continua a leggere→

Lucerne nella luce, di Lucio Brandodoro


Si mise a servirli
(le preposizioni della Libertà)

[Mc 1,29-39]

 

?Durante la pandemia da COVID, abbiamo toccato con mano quanto fosse importante la sensazione di libertà deturpata che si stava percependo intorno a noi e, in qualche modo, dentro di noi.

Sembrava come se, fino a quel momento, non ci avessimo fatto caso, ma, tutto insieme, ci apparve  lo spettro della malattia incurabile. Non era solo un’ ipotesi, si trattava di una vera e propria espropriazione di sé. La minaccia della malattia minava i rapporti amicali e perfino quelli familiari. Continua a leggere→

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La parola ai poeti. Filomena Ciavarella

La parola poetica è stata fin da quando ero piccola l’arma per scavare in profondità nell’esistenza, per dare a me stessa delle risposte alle domande metafisiche alle quali non riuscivo a dare un senso. Mi ricordo che la domenica a sera mio padre mi portava al cinema. Andammo una volta a vedere il film “La Bibbia”, gli chiesi chi fosse dio, perché esiste il male e la morte. Lui mi teneva per mano, mentre camminavano lungo viale Vittorio Veneto del mio paese, mi diceva che non sapeva rispondermi e che ci sono dei misteri inspiegabili nella vita.
Mi ricordo che passavo le ore a voler disegnare in aperta campagna la primavera sul prato, ma il disegno che facevo non era mai perfetto per me e puntualmente  lo strappavo.
Con la scrittura mi sentivo più  a casa, il mio mondo si popolava di anima, il dolore, l’ inquietudine che sentivo cominciava ad avere un senso. Continua a leggere→

Compagnia


Tutto dipende da quello che ascoltiamo. Oggi c’è un rumore insopportabile, a cui rischiamo di abituarci sempre più: la chiacchiera, il non senso, l’urlo per partito preso. Se ascoltassimo il canto del cuore di Gesù, troveremmo compagnia.

La parola ai poeti. Giacomo Cerrai

L’arte è l’idea che ci facciamo delle cose, dice Michelangelo Pistoletto in un’intervista. Penso che potremmo dire lo stesso per la poesia, per quanto le definizioni di essa siano infinite e per lo più inutili. Ma “farsi un’idea” mi piace, mi piace la costruzione “per sé”, personale, che questa espressione implica. Ed è appunto una questione di pói?sis, il “fare dal nulla” di cui parla Platone nel Simposio. E questo nulla cos’è? Forse quelle “cose” a cui fa riferimento Pistoletto, oggetti, impressioni, sentimenti, dolori, piaceri, azioni, materiali, elementi della natura o dello stesso linguaggio, che in qualche maniera la poesia ricostituisce in un’idea nuova, o in un concetto significativo. O in una, diciamo, possibilità di vedere. E lo fa per connessioni, legami, meccanismi cognitivi, saperi artigianali e magari un po’ di quel talento individuale di cui parlava Eliot. Continua a leggere→