Archivi autore: fabrizio centofanti

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Antonio Bonchino, un ricordo

di Emanuela Sangalli

Il nome

La mente, l’anima, l’io… il mio nome.

Quello che altri conosce è guscio d’uovo.
“Antonio”. E cadrà, in qualche modo. Ma nessuno
vedrà quel giorno un pulcino di cenere
o un pigolìo di chiarore. Quel giorno

mi saprò. Io
sarò interamente quel nome che oggi
sulla porta del sonno o dell’abissata orazione
va di lontano lampeggiando. Raramente.
Né mai ricordo. Continua a leggere→

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Gli occhi


Voler saltare il purgatorio per andare direttamente da Gesù: una bella prospettiva. Anche a Lui farebbe piacere sentirsi così desiderato. Tutto dipende dallo sguardo: dove cade? Cos’è che lo attrae più intensamente? Il nostro cuore è là dove gli occhi si dirigono.

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La parola ai poeti. Lara Pagani

Ho cominciato a scrivere in versi con assiduità e a condividere i miei testi relativamente tardi, ossia qualche anno fa.
Ancora oggi il rapporto che sento più congeniale con la poesia è quello da lettrice: mi circondo di libri, ne leggo più di uno alla volta, finisco per sembrare pure un po’ maniacale.
Cerco, nella lettura, non tanto un appagamento quanto un senso di vertigine, di spaesamento; talora basta un verso ad attraversarmi per non lasciarmi più o semplicemente a capovolgermi la giornata.
La mia scrittura è il tentativo di modulare un grido; a volte lo chiudo in una gabbia metrica, altre non mi è possibile farlo. Sento spesso l’esigenza, forse ingenua, di occupare lo spazio bianco con un mio criterio. Raramente sono contenta di ciò che scrivo; raramente, però, ritocco i miei testi.
In questi anni di condivisione ho incontrato, virtualmente e non, tante persone. Grazie ad alcune di loro ho studiato, appreso, approfondito aspetti tecnici del “fare” poesia; da altre ancora ho ricevuto  amicizia, stima ricambiata e duraturo scambio. È questo aspetto, forse, che più mi ha reso felice. Mai, mai avrei pensato che un giorno qualcuno quel mio “grido” lo intercettasse — per abbracciarlo.

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La parola ai poeti. Claudio Mezzina

Io non mi sento un poeta. E subito il pensiero fugge a Gaber, a quell’ “Io non mi sento italiano”, o alla “Desolazione del povero poeta sentimentale” del Corazzini o, ancora, all’ironia, alla potenza dell’antifrasi de “La signorina Felicita ovvero la felicità” di Gozzano. Ed ecco già svelati tre dei miei maestri. Ma Corazzini è quello che più, in questo frangente, mi rappresenta quando dice: «Io non sono che un piccolo fanciullo che piange». E, credetemi (a chi mi conosce non ho da spiegar nulla), non è posa né, riprendendo un’incantevole asserzione di Pavese, indugio «in malinconie inessenziali». Ma sto divagando, torniamo alla domanda. Posto tutto questo, come posso io dire la poesia? Come posso io accerchiare, contornare, sagomare quello che solo i grandi, in sparute ma meravigliose occasioni, sono riusciti a fare? Non posso. Quindi, proverò a metter per iscritto ciò che io credo significhi fare poesia attraverso le loro parole. Continua a leggere→

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La cura


Gli angeli esistono: sono messaggeri dell’amore che prende la forma del servizio, come quando Gesù lavò i piedi ai discepoli. Il Cielo appare quando la pesantezza del potere si trasforma nella leggerezza del conforto, nel volo radente della cura.

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La parola ai poeti. Luigi Finucci

Un rifugio necessario

“Forse non abbiamo bisogno di parole per sopravvivere, forse ne abbiamo bisogno per vivere.” 
Jon Kalman Stefansson

C’è un mondo intero, montagne altissime e mari gelidi noncuranti delle piccole cose quotidiane che interessano le nostre vite. C’è la morte sempre in agguato, una finitezza incessante che bussa alla porta delle nostre misere esistenze, eppure c’è la poesia, o meglio la parola. In molti devono vivere a lungo prima di trovare un luogo che possa essere chiamato “casa” o “rifugio”. Un luogo dove sentirsi al sicuro.

La poesia mi dà la stessa sensazione delle zone dell’infanzia, dove ogni oggetto sembra essere sacro. Ogni volta che mi interfaccio con Essa, mi ritrovo in questo limbo dove riesco ad attingere ai dolori più profondi, agli amori più grandi e alle paure di cui non riesco a parlare. Allora sento di entrare nel territorio della poesia. Continua a leggere→

Lucerne nella luce, di Lucio Brandodoro


La lampada e l’olio

XXXII domenica

[Mt 25,1-13]

A mezzanotte si levò un grido: Ecco lo sposo.

Nel cuore della notte, quando il sonno incombe e tutto sembra sospeso, un grido squarcia il buio. È il momento atteso, il termine di ogni desiderio, il compimento della speranza. È per questo incontro che abbiamo speso ogni grammo delle nostre forze e adesso, rischiamo di non essere pronti perché non abbiamo olio a sufficienza per la nostra lampada?

Che cos’è questa lampada che ci ritroviamo fra le mani? E che cos’è l’olio che ci manca?

La lampada serve a fare luce, a illuminare una stanza, una via lungo il cammino. Qual è la lampada che illumina il nostro buio? Continua a leggere→

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La parola ai poeti. Pietro Russo


La durata d
ell’amore, il fare casa della poesia

Nel processo di costruzione di una identità (di un singolo individuo, di un popolo, di una nazione) e quindi della conseguente alterità (Dio, il mondo, tu, loro), il “fare” della poesia ci mostra una strada costellata di legittimi dubbi e paure ma anche attraversata da un mormorio indistinto che conviene seguire. La verbalizzazione – il testo che leggiamo e/o ascoltiamo chiamato ‘poesia’ – è il passo successivo, e la sua resa è intrinsecamente collegata alla capacità di ascolto.

Dando alla luce il mio primo libro, A questa vertigine, nel 2016, credevo che poesia fosse la giustezza di un attimo inscritto nella storia ma, al contempo, più grande di essa («c’è un silenzio più grande dei nostri anni», scrivevo). A quell’altezza, non avevo ancora fatto i conti con la “durata”, cioè con quella capacità di darsi un ritmo vitale di cui scrive magistralmente Peter Handke: Continua a leggere→

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Meriti


Siamo troppo condizionati dal mi piace/non mi piace. Ciò che fa crescere, spesso, è ciò che è ostico, quello che fatico ad accettare, e di cui farei a meno volentieri. Quando andremo di là, ci sorprenderemo nell’apprendere che i nostri meriti staranno nell’aver fatto quello che con più convinzione avremmo cercato di evitare.

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La parola ai poeti. Francesco Dalessandro

[foto di Dino Ignani]

Appunti (seri e provocatori) sulla Poesia

Del Paradiso non so dirvi nulla. Non ci sono mai stato.
Voyages and Travels of Sir John Mandeville

In una parola, la mia opera è digressiva, e progressiva
a un tempo.
Sterne, Tristram Shandy, vol. I, cap. XXII

L’egoismo del poeta è una dannazione che conosce solo salvezze apparenti.
Enzo Siciliano, su Lord Jim

Appropriandomi di quel che Truffaut scrisse di Hitchcock, dirò che i segreti di fabbricazione non andrebbero mai divulgati e che all’autore, come personaggio hitchcockiano, la spiegazione ripugna. D’altra parte, ricordo che Dante, considerando la poesia una pratica responsabile, intimava al poeta, all’occasione, di saper “aprire per prosa”; cioè, di saper dare ragione di quel che aveva scritto. Continua a leggere→

Tutto il resto


Cosa guardiamo quando siamo in un luogo sconosciuto? A cosa pensiamo? Siamo attratti da elementi diversi, a seconda della sensibilità individuale. Se avessimo lo sguardo di Gesù, faremmo attenzione all’amore reciproco delle persone presenti: è questo che dà senso a tutto il resto.

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La parola ai poeti. Alfredo Rienzi


Qualche pensiero su poiesis, funerali e le quattro vite della parola poetica.

Scrivo poesie da oltre quarant’anni. A metà circa di quest’arco temporale, diciamo nel mezzogiorno del mio arco di vita poetica, l’avvento della rete, di Internet, delle riviste online e, più tardi, verso l’ora dei vespri, dei social e il proliferare di blog ha creato l’illusione che il processo poietico fosse anch’esso cambiato nel tempo. Al risuonare caotico di un ipotetico posto ergo sum la vita della parola poetica pare doversi confrontare con nuovi aliti, venti e bufere. 

Ma sarà (stato) davvero così nel mio incontro con la parola? Provo a raccogliere idee e osservazioni che mi accompagnano da alcuni anni. Continua a leggere→

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La parola ai poeti. Stefania Bortoli

[foto di Claudio di Campli]

Tre sentieri per desiderare

Nella mia esperienza vita – desiderio – scrittura sono inscindibili e il desiderio è come un filo invisibile che attraversa il passato e il presente, tracciando i passi “verso il futuro più breve”. Il titolo Desiderare, con il verbo all’infinito, e l’esergo al libro, sottolinea questo percorso di interminabile ricerca: “Si scrive col proprio desiderio, e io non smetto mai di desiderare”. (Roland Barthes).

Dalla pubblicazione dell’ultima raccolta di poesie, intitolata Con la promessa di dire, (Book editore, 2016) sono trascorsi alcuni anni abitati da conflitti geopolitici, smarrimenti e personali svolte esistenziali. Desiderare è stato scritto durante il periodo di isolamento determinato dal Covid: la necessità di scrivere è diventata urgenza di dire, da custodire con attenzione e cura. 

Il libro, che ho dedicato a mia madre, è articolato in cinque sezioni: Il giardino dell’attesa, Canto del silenzio, Confini d’acque e isole, L’amore accade, La vita tenace che sono tra loro collegate dal filo rosso del desiderio, e dall’inquietudine, nei differenti spazi e tempi della mia vita.  Continua a leggere→

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L’infinito

Cos’è la ricchezza? Prima o poi si capisce che non era ciò che ci sembrava. Si affaccia un senso nuovo, quello dell’appartenenza, del sentirsi amato da qualcuno che è l’amore stesso. È allora che la povertà diventa ciò che permette di ricevere, in se stessi, l’infinito.

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La parola ai poeti. Ilaria Giovinazzo

“L’ombra prepara lo sguardo alla luce”
Giordano Bruno

In questo periodo buio per il mondo, nella mia vita stanno accadono meravigliose sincronicità. Stamattina ho trovato questa frase di Giordano Bruno tra i post che scorrevo prima di entrare a scuola e voglio usarla come tessera da cui partire per parlare di poesia, ed anche della mia poesia. 

Credo che in queste poche parole sia contenuto il senso profondo dell’arte come della vita stessa: senza l’ombra non potremmo mai comprendere il senso e la bellezza della luce. D’altra parte, quello che proprio l’arte riesce a fare è trasmutare in bellezza, in luce, le ombre dell’inconscio, le ferite, le offese della vita. Ombra e luce, come nella pittura di Caravaggio, quando la bellezza nasce dal riverbero della luce che fugge dall’ombra. O come la luce sprigionata dalle crepe dorate delle ceramiche kintsugi, perché, come dice Leonard Cohen “C’è una crepa in ogni cosa. Ed è da lì che entra la luce.” Continua a leggere→