
La poesia è una risposta a un impulso atavico che procede dalla fondazione del pensiero e le domande cardine sul senso dell’esistenza e le possibilità della conoscenza. Parte della condizione umana, la poesia è connessa al nostro destino – fragile, precario, incerto. Nell’età arcaica, era attributo degli oracoli degli dei, Apollo a Delfi o Zeus a Dodona, ma prima del pantheon patriarcale, a Delfi, e altri centri, gli oracoli erano di divinità femminili: Gea, dea primordiale della terra, Febe e Temi, sue figlie, una dea dell’intelletto e l’altra della legge naturale. La mediazione fra i piani del terreno e l’ultraterreno, compreso l’inframondo, la decrittazione dei segni della natura, l’esegesi del futuro, la rivelazione degli arcani del passato e del presente, si dava in versi, in esametro omerico. Era chiaro ai greci il valore sapienzale della poesia, espresso nella configurazione di inni, poemi epici e tragedia. Continua a leggere
Archivi autore: fabrizio centofanti
Affetto
La parola ai poeti. Sarah Talita Silvestri

Kai palin katakypsas egraphen eis ten ghen
E, chinatosi di nuovo, scriveva per terra.
Gv. 8,8
Dover parlare di poesia genera in me sempre del disagio, associato alla consapevolezza dei miei limiti e della mia inadeguatezza sul tema. È come se non riuscissi a dire in modo esaustivo quello che davvero vorrei dire a riguardo. Una luce ad intermittenza, un respiro, una sparizione, una magia, tutto e niente.
Non so perché mi sia venuto in mente quel versetto di Giovanni, inserito nella pericope della peccatrice perdonata, celebre per la durezza e la verità di quelle parole, che alla condanna sostituiscono l’esame interiore di sé, che al furore e alla violenza sostituiscono la misericordia per la condizione umana: «Chi di voi è senza peccato, getti per primo la pietra contro di lei». Continua a leggere
Lucerne nella luce, di Lucio Brandodoro
[Mt 25,31-46]
?Il grande affresco raccontato da Matteo parte da un termine: gloria.
In ebraico, gloria è kabod e kabod si può tradurre con peso.
Dunque siamo nel tempo in cui il peso si manifesta. È il tempo in cui viene presa in considerazione la consistenza, ciò che conta di ognuno, della realtà.
Subito appare chiaro che ciò che conta è il fare o il non fare.
“Ciò che avete fatto..” e “ciò che non avete fatto…”
Questo è il peso che viene dato ad ognuno. Non conta come ci si è comportati verso Dio o verso il culto, conta solo ciò che abbiamo fatto o non fatto verso uno dei più piccoli.
Non si tratta di compiere una certa azione in se stessa, quanto piuttosto di vedere l’altro come termine del nostro agire o come mezzo per ottenere una ricompensa. Prova ne è la meraviglia con cui i due gruppi rispondono: “Quando ti abbiamo visto?” Chi non ha esitato ad avvicinarsi al povero, al nudo, al carcerato, non aveva la consapevolezza di avvicinarsi al re. Semplicemente ha visto qualcuno che aveva bisogno di lui o di lei in quel momento. L’altro era visto come fine del proprio agire, non si chiedeva nessun ritorno per questo.
La parola ai poeti. Patrizia Baglione


E c’è che vorrei il cielo elementare azzurro come i mari degli atlanti
la tersità di un indice che indica questa è la terra, il blu che vedi è mare.
Pierluigi Cappello
Questi versi di Cappello – cui sono molto legata – mi accompagnano in lunghe passeggiate nelle vie dell’eterno. Versi indelebili. Tatuati fino all’ultimo strato di pelle. In fondo è a questo che serve la poesia: a condurci in luoghi sospesi, senza tempo, nel vuoto più assoluto che si trasforma in pieno. Una linfa che scorre tiepida all’interno, che non brucia, ma fa parte del corpo stesso. Un’amica a cui confidare le cose più tenere e disgraziate. Una compagna fedele negli anni avvenire. Delude poco, se non pochissimo. Ti resta accanto mentre tutto il resto del mondo prova a sbriciolarsi sotto i piedi. La poesia è azzurra. Il mio colore preferito. Celeste, come i mari del poeta. Celeste, come tutta la mia infanzia. Sognare ad occhi aperti, continuare a farlo anche di notte. La poesia è soprattutto sfinimento. Andare a dormire a tarda ora senza far riposare neppure le stelle. Cantare l’alba. Chiedersi – poi in fondo – a cosa porti tutto questo.
A viversi davvero
È dunque la risposta.
Patrizia Baglione Continua a leggere
Riempire il mondo
La parola
Nelle braccia
Luigi Maria Corsanico legge Pablo Neruda. 20
Appena cominciato

Il bello di Gesù è che è senza limiti. Noi fatichiamo a fare il bene, ci sembra di esaurirlo, di svuotarci, di non averne più per niente e per nessuno. Gesù, al contrario, è sempre lì che dona senza sosta, come un mare di cui non s’intravede il fondo, come un cielo che sembra spegnersi sulla linea d’orizzonte e invece è appena cominciato.
L’Atlante dantesco di Gianluca Barbera
Atlante dantesco di Gianluca Barbera
Una guida ai luoghi dell’Alighieri e della Divina Commedia
Intervista all’autore di Guido Michelone
In questi ultimi mesi lo scrittore reggiano Gianluca Barbera (classe 1964), oltre i romanzi in cui indaga le vite di celebri esploratori e i misteri dell’Italia contemporanea, si dedica anche ai due maggiori letterati del nostro Paese – Dante Alighieri e Alessandro Manzoni – analizzandoli secondo una prospettiva insolita almeno per quanto concerne la critica tradizionale, ovvero i posti abitati e gli spazi fisici sia concreti sia immaginati nel caso di Dante, che costruisce il proprio capolavoro – La Divina Commedia – architettando Inferno, Purgatorio e Paradiso mediante paesaggi fantasiosi anche se spesso crudamente realistici. Gianluca Barbera in quest’intervista inedita si rivela disponibile a raccontare il primo dei due volumi. Continua a leggere
Stazioni
Un cammino sulle tracce dei monaci basiliani nella Calabria spirituale
di Gino Rago
Il Cammino Basiliano in Calabria è l’Itinerario sulle tracce dei monaci greci in Calabria noti come basiliani, poiché seguaci dell’Ordine fondato da San Basilio Magno (330-379), importantissimo per lo sviluppo del monachesimo in Occidente e per una serie di contributi apportati al mondo rurale dell’epoca, dalle tecniche agricole alla coltura del baco e produzione della seta, solo per citarne alcuni.
I monaci basiliani in Calabria, in virtù del loro essere eremiti e anacoreti, hanno dato origine a diverse forme di abitati in grotta, tuttora visitabili e hanno plasmato il paesaggio, i rapporti e le dinamiche uomo/natura, secondo le esigenze del “vivere rupestre”, un vivere già ampiamente diffuso in tutto il bacino del Mediterraneo.
Accanto a romitori e piccole laure (cavità scavate nella roccia) adibiti a luoghi di ricovero e preghiera, si devono ai monaci basiliani anche i numerosi monumenti e luoghi di culto che sono vere e proprie testimonianze d’arte italo-orientale. Qualche esempio? Non c’è che l’imbarazzo della scelta: dalla Cattolica di Stilo, tra i monumenti-simbolo della Calabria, al Monastero di San Giovanni Thearistis a Bivongi, passando per il Pathirion di Rossano.
Incamminarsi lungo le tappe del Cammino Basiliano in Calabria significa, dunque, percorrere un viaggio alla scoperta delle antiche radici dell’Europa nel Mediterraneo, legando Oriente e Occidente sul filo conduttore della storia, della bellezza, della natura e della spiritualità. Continua a leggere
Che cosa sia
La parola ai poeti. Giuseppe Martella

Senso, direzione, ostinazione, ricerca
Posso iniziare dicendo che no, la poesia non imita, non è velo di alcuna verità ultima, non è sentinella di archetipi lontani e freddi. Almeno in questo Platone è riuscito a fallire come pochi. La poesia non è nemmeno un vantaggio per chi la pratica, può tessere le lodi di dèi ed eroi, ma chi la scrive è tutt’al più visitato da una idea o un ideale, che possono essere puntualmente individuali o apertamente storici.
Quando Apollo, straniero e tra gli ultimi, raggiunge gli Olimpici viene invitato a cantare le disgrazie degli uomini, i loro dolori, i fallimenti e le sofferenze; al riguardo Esiodo non lascia spazio a nessun dubbio. Il canto programmatico, che sia d’amore o sirventese, non incontra maggiore fortuna: Jaufré Rudel è destinato a morire d’un amore vissuto in lontananza e di lontananza. Melisenda lo accoglie tra le sue braccia solo per vederlo morire. E Orlando? Perso d’amore nel bosco, insegue Angelica e non è capace di vedere che lei è solo per Medoro. Scavalcando secoli, e prendendo quasi per caso qualcosa di Pasolini, come gli esordi delle Ceneri di Gramsci, ecco che della terzina di Dante non rimangono che monconi a sostenere campi lunghi di noia e malinconia. E si ha la sensazione che manchi qualcosa. Continua a leggere
Lucerne nella luce, di Lucio Brandodoro
[Mt 25,14-30].
?E’ l’assenza che accresce il desiderio.
Così, un uomo, partendo per un viaggio, lascia, in dono, del denaro.
In ebraico biblico, denaro e desiderio hanno la stessa radice (k-s-f). kasaf (desiderio) e kesaf (denaro). (da Simone Venturini)
Come dire: l’assenza viene riempita dal desiderio. Chi parte lascia, in dono, il desiderio di sé.
È solo una suggestione, ma può offrirci una interessante chiave di lettura del passo di Matteo. Continua a leggere
La parola ai poeti. Ugo Mauthe
Sul filo dell’equilibrio
Che la poesia abbia licenza di non farsi capire in nome di una sua misteriosità-intoccabilità mi sembra un alibi bello e buono, che sdogana qualsiasi affastellamento di parole, sonorità e stupefazione. Dopo questa affermazione un po’ tranchant, lo ammetto, che ho scelto per attrarre la tua attenzione, seguimi, ti prego, nel mio ragionamento.
Nel mio piccolo, sia di lettore che di autore di righe che vanno a capo prima del margine, preferisco pensare che la poesia, una volta scritta e condivisa, debba sempre cercare di “arrivare” al suo lettore: è questa una mia deformazione professionale, da ex pubblicitario: per me il ricevente è sempre da privilegiare rispetto al mittente, quanto meno perché quest’ultimo non ha alcuna rilevanza se il ricevente non gliela concede con la propria attenzione.
Nell’ “arrivare” è implicito un accogliere da parte del lettore, che stabilisce una relazione paritaria con il testo, relazione che fa sì che ogni poesia abbia tanti autori quanti sono i suoi lettori perché a ognuno “arriva” in un modo diverso.
Modus in rebus, di Riccardo Ferrazzi
di Fabrizio Centofanti
Riccardo Ferrazzi ha scritto il quarto romanzo. La notizia mi turba: so che dovrò recensirlo, anche se lui non me lo chiede, perché conosce la mia vita. Mia madre sta male, sono un prete badante, dove trovo il tempo per leggerlo sul serio? Comincio tra mille fastidi, mille impegni. Comincio. Il romanzo di Riccardo ha una particolarità: se lo cominci, sei costretto a finirlo. Obietterete: questo vale per tutti i romanzi degni di rispetto. Vero, ma qui la faccenda è diversa: non è il finale che mi intriga, è – come spiegarlo? – l’anima. Questo romanzo ha un’anima. Forse per questo Riccardo ha voluto che lo leggessi a tutti i costi: per svelarmi qualcosa di se stesso. Insinuerete: il solito romanzo autobiografico! Nemmeno per idea: l’autobiografia tende a slabbrarsi per un difetto di distanza, ma qui è diverso: il tono è perfetto, come scrissi in occasione della traduzione ferrazziana di Lorca. Forse comincio a capire perché questo romanzo mi costringe a rincorrere la fine. C’è una poesia del poeta andaluso in cui una cicala canta e muore. Questo romanzo è il canto di una morte. Ma – curiosamente – è pieno di vita, come se solo al cospetto della morte si potesse amare l’esistenza. Questo romanzo è un giallo: ti tiene col fiato sospeso fino all’ultima riga. Ma non arrivi lì per scoprire come va a finire, ma perché, come la cicala, intuisci che in quella morte c’è un cuore tutto azzurro, che canta con la vita che finisce, che esorcizza la fine con il canto. Forse ho capito. Posso fare anche questa recensione se sono certo di non fingere, se con la madre malata, l’ennesimo povero che irrompe nel confessionale per strapparmi un euro, la corsa nel traffico impazzito, ho capito qualcosa di più, di questa vita, grazie al mio amico. Stasera gli scriverò, glielo dirò: mi hai fregato un’altra volta.
Riccardo Ferrazzi, Modus in rebus, Milano, Morellini Editore, 2023.
La parola ai poeti. Giovanni Peli


Non ho un rapporto pacificato con la poesia, non sono nemmeno più sicuro di sapere cosa sia. So che da anni continuo a scriverla ma non ho più voglia di pubblicarla, che quando finisco una poesia non capisco perché l’ho scritta. Posso parlarne in termini tecnici, dire che è un’arte fatta di parole, metro, ritmo, accenti, rimandi musicali di vario tipo, musica che fa il senso, che aggiunge senso, che lo completa. In realtà però sento che la poesia è qualcosa d’altro. Mano a mano che passano gli anni la domanda “che cos’è la poesia?” diventa sempre più incomprensibile e la risposta diventa sempre più oscura.














