Archivi autore: fabrizio centofanti

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Claudio Bandera, Farina di pane

di Enrico Fraccareta

Il 24 novembre, per i tipi di Rossini Editore, esce il nuovo romanzo di Claudio Bandera, Farina di pane. Una specie di meteorite piovuto da chissà quale mondo in chissà quale luogo e, soprattutto, da chissà quale epoca, a rammentarci cosa significa il romanzo. Non il solito romanzo di genere, utile figliastro letterario; non l’improbabile trama involuta degli sfilacciati tempi odierni col suo ostinato cazzeggio linguistico, parente stretto del basso impero musicale e del social-delirio che ci pervade, ma semplicemente, sì semplicemente!, un prodotto dotato di stratificazione storica, letteraria. Un affresco, di mode, stili, attraversamenti generazionali, intersezioni linguistiche, coinvolgimenti emotivi forti; dove si intravedono il rosso e il verde della vera navigazione umana. Un romanzo corale di cui si era persa la semenza, una commedia umana che ci interroga, ci costringe a interrogarci, spingendo sulle leve della riflessione e della coscienza, che sempre più sembrano mancare nei poveri giorni d’oggi.  

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Claudio Bandera è scrittore, regista, musicista, produttore, direttore artistico di eventi di prestigio internazionale, nonché di note trasmissioni televisive. Ha lavorato a progetti cinematografici con produzioni di Roma, Parigi, Londra, New York, Los Angeles. Ha collaborato a lungo in passato con Enti, artisti, strutture didattiche di fama mondiale: dall’Opéra di Parigi al Teatro Bolscioi di Mosca, dal Teatro Nazionale di Kiev al Teatro alla Scala di Milano e La Fenice di Venezia. Autore con Francis Lai di Non Abbiate Paura eseguito presso la Sala Nervi, Vaticano, in occasione del Giubileo 2000 alla presenza del Papa, è produttore, ideatore e direttore artistico di svariati spettacoli teatrali ed eventi musicali.

Qualcun altro


Poggiare la testa sul petto di Gesù, come il discepolo amato quella sera: chi ci impedisce di farlo, visto che Lui è l’Emmanuele, il Dio che non ci perde di vista neanche un attimo? Osare è del cristiano, alla rassegnazione ci pensi qualcun altro.

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La parola ai poeti. Rosanna Frattaruolo

Avevo lasciato la poesia sui banchi di scuola alle superiori; laureata in Economia, mi sono  trasferita in Romagna nel 2002. Sul treno da Conselice a Lugo di Romagna, che toccava tante  piccole stazioni, ho scritto la mia prima poesia. Quel giorno, come ogni giorno, le immagini  al finestrino si rincorrevano annientandosi una per una davanti ai miei occhi: addosso una  fragilità, un senso di precarietà della vita che non poteva perdersi come quelle immagini che svanivano alle mie spalle. Rendere indelebile il disagio provato, dopo aver maturato una  sorta di consapevolezza del presente che passa e non torna, è stata un’urgenza. E nella mia  testa, prima che sul foglio, ho cominciato a comporre una poesia. Ancora oggi mi chiedo  come la poesia sia accaduta, non avendo in quel periodo alcuna frequentazione poetica o  suggestioni poetiche a cui attingere. 

Avrei potuto adottare come modalità espressiva il racconto, la prosa, il diario; invece ho  sentito l’urgenza di scrivere in versi quel senso di precarietà della vita, quella fragilità che  sentivo entrarmi dentro. Ed ecco, la poesia accade e interviene a farmi dire quel che in altro  modo non potrei dire. O in poesia, dunque, o niente. 

La stessa urgenza che, credo, abbia sentito Peter Handke nell’utilizzare un codice poetico  per esprimere un concetto di durata che in altro modo non poteva essere espresso. Il suo  “Canto alla durata” nella traduzione di Hans Kitzmüller così comincia: “È da tanto che voglio  scrivere qualcosa sulla durata / non un saggio, non un testo teatrale, non una storia – la durata  induce alla poesia […]”.  Continua a leggere→

Il faro


Ricordo un santuario vicinissimo a un faro, che non sono più riuscito a ritrovare. Eravamo andati con don Mario, in uno dei viaggi interminabili in cui sembrava di approdare nel Regno dei cieli. La preghiera è come il faro: arriva a illuminare lontano, vale a dire nel profondo. Bisogna solo aspettare che giri dalla parte giusta, e tutto diventa più chiaro, per miracolo.

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Sigillo nel nome, di Antonio Spagnuolo

Saresti figura del mio delirio,
della mia solitudine, del mio singhiozzo,
per l’illusione dell’eterno raggio
che confonde il pensiero nel terribile
gesto del dubbio.
Esalti improvvisa il mio grido d’amore
ove trovare il cenno della beatitudine,
come radice di una pianta antica
che impaziente sorride nel perdono,
come le vele dai fianchi arrugginiti
che giocano al tramonto nel miraggio
di labbra fatte petali.
Ti inseguirò tra la memoria di una dissolvenza
e l’impronta delle braccia in croce,
contro le affollate speranze dell’ignoto
che affollano parole dal profondo.
Sulle mie mani anche oggi la tua lampada
resta sicura a disperdere le tenebre
che fra terra e cielo posano macigni.

Giselda Pontesilli, “Appunti su Mario Perniola”

Cercando le idee chiave che reggono l’opera di Mario Perniola (1941-2018), si può partire da quanto, nelle sue Storiette autobiografiche (pubblicate nel 2016), egli dice di sé. Dandosi, con discrezione, del voi, egli si dichiara:  

“[…] erede della tradizione dei samurai senza padrone, i ronin, cioè di quei guerrieri solitari non organici rispetto a chicchessia in cui nel corso del tempo [voi, cioè lui stesso] avete finito per riconoscervi” (1); 

così scrive, definendosi dunque, più che filosofo, guerriero, poiché, come ben spiega nella sua penultima opera, L’estetica italiana contemporanea (del 2017):

 “In questo periodo storico l’autorevolezza della filosofia è gravemente compromessa dalla comunicazione massmediatica, che ha riportato intere popolazioni allo stadio infantile, nonché dall’arroganza della tecnica e del dogmatismo scientistico che, occultando il proprio rapporto con gli interessi economici, si è posto come unico portavoce della verità”. Continua a leggere→

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Il giogo

Il giogo di Gesù è soave: la leggerezza dello Spirito è un tratto distintivo della divinità. Stando così le cose, non possiamo trascurare l’impegno di alleggerire i pesi della gente, di far balenare la gioia anche in mezzo alle tragedie.

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La parola ai poeti. Paolo Polvani

Dimestichezza con la scrittura e le sue cose

Alcuni dicono che l’impulso a scrivere trovi il suo fondamento dentro una ferita.
Non mi sono mai posto la domanda: perché scrivo? Ho sempre vissuto la scrittura come una pioggia, come un evento ciclico inevitabile, una maniera in cui il destino chiama e mostra la sua vera faccia.
Guardando indietro, trovo un forte attaccamento alle parole, una vera fascinazione.
Ho trascorso i primi cinque anni della mia vita a Livorno, e nelle mie orecchie per prime hanno risuonato parole scintillanti, un accento che del Tirreno riportava profondità e luce. Continua a leggere→

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Lucerne nella luce, di Lucio Brandodoro

I di Avvento

Tempo di Avvento. Tempo di attesa. Tempo di desiderio.

Di fronte a qualcosa che accade, non si resta ad occhi chiusi, pacificamente dormienti. Chi attende non dorme, ma scruta.

La realtà va scrutata, perché ci si accorga che qualcosa sta accadendo. Non è una evidenza che si impone, di fronte alla quale non è possibile non vedere. Ciò che sta accadendo necessita di occhi capaci di scrutare, di mente allenata ad intuire, di cuore capace di contenere.

Di fronte all’accadimento che attendiamo  siamo chiamati ad operare un discernimento, che aprirà o chiuderà vie percorribili. Continua a leggere→

La parola ai poeti. Adriana Libretti


Sento che vivere è viaggiare, e viaggiare è crescere. Sento che occorre un mutamento nel paesaggio. Sento che è fondamentale un mutamento nel cuore.

(Anna Maria Ortese, Corpo celeste)

Mi sono ritrovata in compagnia della poesia dopo averne perso il contatto per anni; averla di nuovo accanto mi dona una speciale felicità. Continua a leggere→

Disinnescare da dentro. La testimonianza di Etty Hillesum

di Raffaela Fazio

Etty Hillesum, giovane ebrea olandese morta ad Auschwitz nel novembre del 1943, risponde alla guerra, o meglio all’odio che la guerra comporta, con un duplice movimento di disinnesco, interiore ed esteriore: 1) un profondo scavo introspettivo per estirpare dentro di sé le radici delle pulsioni negative (le stesse che si riconoscono negli altri), superando quei sentimenti “a buon mercato” e non risolutivi come il rancore e il desiderio di vendetta, e mantenendo vivo il senso di gratitudine, di fiducia e di accettazione, accettazione che non è rassegnazione o fatalismo, ma capacità di trasformare la prova in forza, in energia costruttiva e benevola; 2) un’appassionata, quotidiana dedizione agli altri, nella consapevolezza di ciò che ogni scelta implica e nell’incrollabile amore per l’umanità, nonostante le aberrazioni e le atrocità del suo tempo. 

Etty guarda in faccia il dolore e non si tira indietro. Vuole esserci. Vuole essere là, per condividere il destino della sua gente, alleviandone come può la sofferenza e testimoniando fino in fondo che “la vita è bella e ricca di significato” e che “ogni atomo di odio che si aggiunge al mondo lo rende ancora più inospitale”.

A mio parere, il messaggio di Etty non solo è sempre attuale, ma è anche sempre attuabile se si coglie il suo fulcro: non preoccupiamoci di cambiare il mondo, ma pensiamo a cambiare noi stessi. Cambiare noi stessi è sempre possibile (per quanto richieda un lavoro costante): questa è la nostra vera libertà. Una libertà che nessuno, in nessuna circostanza, potrà mai sottrarci. Il resto poi verrà.

 *

(per Etty Hillesum)

Dentro
mi porto tutto
anche a fatica, col fiato corto.
La vita, una cesta piena
sino alla fine.
E se interrotta
farò il mio meglio
sulla soglia di un’altra stagione
passerò – staffetta –
il testimone.

Raffaela Fazio
da Gli spostamenti del desiderio (Moretti&Vitali, 2023)

Qui, il link a: “Versipelle. Poesie di guerra e di pace. Raffaela Fazio e Etty Hillesum” (15/11/2023)

https://www.youtube.com/live/chvFyl__ZQs?si=lURcPwnnZ25vmJMp

La Spagna in lettere, di Annelisa Addolorato. Clara Janés (terza parte)

di Annelisa Addolorato

Il post di novembre lo dedico, facendole anche gli auguri di buon compleanno (la scrittrice spagnola compia gli anni in novembre), di nuovo a Clara Janés (quest’anno per la terza volta). E do spazio anche alle parole di Youssef Bissani, che recentemente ha discusso a Barcellona la sua tesi di dottorato, intitolata Presencia del sufismo en la poesía española contemporánea (presso la Universitat de Barcelona), in cui ha dedicato un’ampia parte del testo all’opera della scrittrice, poetessa, traduttrice e intellettuale spagnola, da sempre versata riguardo a misticismi occidentali e orientali, sia come traduttrice che come scrittrice. Traduco dallo spagnolo le sue parole: “L’opera di Janés è un invito al dialogo tra le diverse tradizioni e culture. Attraverso le sue poesie, saggi o traduzioni, esiste la volontà di avvicinarsi all’altro e svelare i segreti delle altre culture. In  fondo, si tratta di uno modo di cercare questa unità nella molteplicità che caratterizza le esperienze mistiche, poetiche e amorose. Continua a leggere→

La parola ai poeti. Antonella Sica

Sono stata, come tanti, un’adolescente triste e solitaria. Ricordo che mi sentivo quasi condannata ad essere un’osservatrice silenziosa delle vite degli altri, come il Tonio Kröger di Thomas Mann che ai margini della sala da ballo, nella penombra, osserva i ragazzi e le ragazze “dagli occhi azzurro-acciaio” volteggiare nella loro giovinezza senza pensieri.
Un verso che, in quel capitolo della mia vita, mi ossessionava era la chiusa di Falsetto di Montale: “Ti guardiamo noi, della razza di chi rimane a terra.”
Questa attitudine a osservare, quel vuoto di me, è diventato negli anni la mia più grande ricchezza. Ho lavorato per anni come filmmaker; avvolta nella placenta di una sala di montaggio mi sentivo a mio agio, trascorrevo ore a mettere in relazione fra loro le immagini, a meravigliarmi di quanto potesse mutare il senso del lavoro mutandone la posizione, la durata, il ritmo. Il montaggio, per me, è poesia. Continua a leggere→