Archivi autore: fabrizio centofanti

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Antonio Spagnuolo, Oceano (inedita)


Come l’oceano avvolge sponde
tra le onde dai roventi clamori
esattamente la misura trapassa ricordi
nell’arduo riverbero della mente.
Impone il dubbio al bivio,
fissa parole per gioco di invisibili
sostituzioni, nel rigore di scogli.
Inutile persino il tentativo
semplice ad interpretare passioni
per parabole nel sentiero arcuato.
Il tempo ha un altro spazio
per le palpebre al grido
che piega l’universo in cominciamenti
e sbalza altre macchinazioni
al confronto di luci in bardatura.

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Poesie tratte da Odisseas Elitis, È presto ancora… (Donzelli 2000)

a cura di Luca Pizzolitto

Un abisso sembra ergersi fra noi e il mondo, mentre “la vita reca l’obolo della foglia d’ulivo”: leggere Odisseas Elitis significa sperimentare e scandagliare i meandri del vuoto, rimanere altrettanto ancorati alla ricerca del “movimento segreto delle cose. Per Elitis questo inesauribile cercare, manifestare, comprendere, si definisce in poesia, unico spazio di infinita vitalità e divenire, avamposto indiscusso di luce e di speranza.

(…)

“Permettetemi di chiedervi di parlare nel nome della luminosità e della trasparenza. Lo spazio in cui ho vissuto e dove sono stato capace di riempire me stesso è definito da queste due frasi. (…) Non sto parlando della comune e naturale capacità di percepire gli oggetti nei loro dettagli, ma della forza della metafora di trattenere la loro essenza, e di portare loro a uno stato di purezza che il loro significato metafisico appare come una rivelazione”.

Tratto da Francisco Soriano, “Il mistero della luce. Sulla poesia di Odisseas Elitis” (Pangea, 4 novembre 2022) Continua a leggere→

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Repetita iuvant, forse.


Altro a cui pensare

di Fabrizio Centofanti 

Aldo è morto. Voi direte: e chissenefrega. Era un barbone. Bisognava sudare sette camicie per farlo lavare e non ci si riusciva quasi mai. Beveva, gridava, litigava. Oltretutto, se n’è andato nella settimana santa, che per noi preti è un massacro senza pari. Ci mancava lui, in questo caos. Puzzava, Aldo; ultimamente, era coperto di pidocchi e pulci, per cui alcuni avevano timore di accostarlo. All’obitorio ho pregato imponendogli la mano: lo Spirito Santo non teme malattie dermatologiche. C’erano altri due cadaveri, avvolti in lenzuoli stropicciati e impregnati di macchie. Se la fine è questa, mi chiedo che senso abbia la nostra corsa senza tregua: se l’affanno infinito, dico, approda a un obitorio sporco e gelido, squallido di pulci e di pidocchi, ma chi ce lo fa fare? Ho sussurrato ad Aldo di non aver paura: don Mario sarebbe venuto a prenderlo, con la veste bianca. Gli ultimi giorni, quando il male lo stava consumando sempre più rapidamente, il sacerdote li ha passati correndo dietro al suo barbone: un affanno finito qui, nell’obitorio gelido. Ma la cura tenace ha trasformato questo inferno in un sepolcro nuovo, un giardino fuori del tempo. Un uomo dalle vesti bianche accoglie i parrocchiani che piangono Aldo, alcolista e puzzolente, e annuncia loro: perché cercate tra i morti colui che è vivo? Non è qui, è risorto. Le pulci e i pidocchi non capiscono: loro hanno altro a cui pensare.

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La finestra


Dove non arriviamo noi, arriva il Cristo. È come una finestra che si apre su un mondo, quello in cui siamo ciò che siamo davvero. C’è qualcosa di meglio? La verità ci attende come un paesaggio sognato dal primo respiro sulla terra.

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La parola ai poeti. Giovanna Rosadini

[foto di Dino Ignani]


Dal salone viola genovese alle bianche stanze torinesi alla solitudine corale milanese

(discorso di accettazione del Premio Pavese 2023)

Scrivere è un ritorno – innesco che apre voragini
di senso, un andare disarmati incontro
ad ombre infestanti e guerriere. Scrivere
è il gesto che consuma l’attesa, e porta ai confini
di un’eco dimenticata, di una vita forse
prigioniera fra lamiere, e ancora sconosciuta.

Qualche anno fa (ormai una decina, tempus fugit) mi fu chiesto un contributo per un volume collettaneo, La formazione della scrittrice, curato da Giulio Mozzi. Decisi di intitolarlo “Dal salone viola genovese alle bianche stanze torinesi”, riassumendo così quella che fino ad allora era stata la mia esperienza di autrice con un trascorso di redattrice ed editor per Einaudi.  Continua a leggere→

Letti da Davide Castiglione. Fabio Teti

Su A – M – P – U – T – E – C – T – U – R – A, di Fabio Teti

Appunti su A-M-P-U-T-E-C-T-U-R-A, di Fabio Teti, pubblicato un paio di settimane fa su «Formavera» e che rischia, se non rilanciato, di sparire nel marasma delle pubblicazioni e polemiche online. Continua a leggere→

La parola ai poeti. Davide Castiglione


Negli anni mi sarò imbattuto in centinaia di definizioni o similari tentativi di accostare la poesia: in saggi, post, nelle stesse poesie a tema metaletterario. Robert Frost ha paragonato lo scrivere in versi liberi al giocare a tennis senza rete; per William Carlos Williams la poesia è una macchina di parole; Paul Valery, ci informa Valerio Magrelli in un’intervista, la associa addirittura alle feci[i]. E via dicendo. Mi fa sorridere ma non mi sorprende che sia così: di solito le definizioni tanto più proliferano – facendosi spesso metaforiche, idiosincratiche, diventando anzi un sottogenere letterario a sé stante – quanto più il fenomeno in questione appare sfuggente, eppure al tempo stesso centrale alla vita o alla vanità di chi tenta di circoscriverlo. Verrebbe da pensare alla sensazionale foto del buco nero Sagittarius A*, che non è in realtà una foto scattata direttamente ma una ricostruzione a posteriori ottenuta combinando i dati di otto telescopi sparsi nel mondo. Ma si tratterebbe di un’analogia fuorviante, perché a differenza di quelli veri, i nostri telescopi (poeti, saggisti, opinionisti, semplici lettori) non comunicano fra loro in maniera coordinata, e insomma non sembra possibile incrociare in un’immagine organica le migliaia di definizioni o suggestioni esistenti. Sarebbe inoltre un giochino retorico troppo stucchevolmente postmodernista dire che la poesia è precisamente tutto quanto resta al margine di questa rete di definizioni o pseudo-tali. Continua a leggere→

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Trasversalità, di Rosa Pierno. Marco Vitale

Marco Vitale Gli anni, Nino Aragno editore, 2018

Gli anni (Aragno editore, 2018) raccoglie tutte le raccolte poetiche di Marco Vitale dal 1993 e mai titolo fu più onnicomprensivo visto che il tempo è il principio costitutivo della scrittura del poeta. Il tempo viene osservato sia nella diacronia sia nella sincronia offerta dalla memoria; rispettivamente, quel filo apparentemente continuo e quella serie di frammenti da cui non è più possibile ricomporre alcuna continuità. Le sue occorrenze sono raccolte dal poeta con la certosina accuratezza del filologo, sempre attento a che, sull’acqua stagna della pagina, non se ne fissi mai una definizione, che ne raggelerebbe lo scorrere, che negherebbe il gioco inesausto della scrittura stessa. E, nonostante tutto, è un tempo non cronologico. Continua a leggere→

Il fiorino bianco

 

di Fabrizio Centofanti

I primi squilli importanti furono alla colonia di Peveragno, in provincia di Cuneo, organizzata dalla Mobil: lunghi tavoli di bambini chiassosi davanti alla minestra e un grido che si alzava puntuale: Centofanti a telefono! Dopo un po’, in quell’urlo, l’assistente di sala fu sostituito dalla pipinara con forchetta e coltello, ritmicamente battuti contro piatti e bicchieri. Era un rito quotidiano che ci metteva in ridicolo, ma al tempo stesso ci salvava da una solitudine fatale, che finì col rovinare molti miei coetanei.

Lo squillo del telefono si trasformò rapidamente: fu l’invito al compagno di classe per un pomeriggio di battaglie con nordisti e sudisti: soldatini di cui andavo fiero e che avevo sistemato in due file pronte a ingaggiare scontri memorabili, con drammatici spargimenti di polvere. Meno memorabile dovette essere l’invito, di cui il compagno si dimenticò. Fu una delle delusioni più brucianti della vita. Le telefonate alle ragazze inaugurarono un periodo di dolori e gioie spropositati, di attese infinite e di sudori freddi. Squilla, non squilla? Da questo dipendeva la felicità o la depressione. In seminario passai gli anni alla cabina telefonica, perché il mio amico don Mario ebbe un ictus prima del mio ingresso e m’informavo sempre sulla sua salute. Ma la telefonata più drammatica mi raggiunse in un Fiorino bianco, mentre tornavo dal porto nuovo di Ostia; era mia madre: Papà è ricoverato d’urgenza. Un quarto d’ora dopo, ancora lei: Papà è morto. Avevo le mani sul volante, ma non ero io a guidare. Il grido si alzò, puntuale: Centofanti a telefono! Ero ancora lì, davanti al piatto di minestra della colonia a Peveragno, ridicolo e felice, perché mio padre si preoccupava, si prendeva cura di me. Perché mio padre c’era.

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La mappa


I vizi producono tristezza, le virtù, al contrario, gioia. Finché non comprendiamo che crescere conviene, sbatteremo la testa contro il muro. Conversione significa chiarezza su cosa la vita è e cosa non è. Gesù ci ha regalato una mappa, il Suo Vangelo.

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La parola ai poeti. Matteo Persico

Oggi mi sento particolarmente coscienzioso, per cui non mi metterò a raccontare cazzate compiacenti. Siamo in camera caritatis, giusto?

Con la poesia non me la passo benissimo. La nostra relazione sta vivendo, per così dire, una fase di forte flessione. Non scrivo un testo completo da quasi un anno e mezzo. Non mi sto autocommiserando, per carità, è semplicemente ciò che sta accadendo, bisogna che ne prenda atto. La tizia mi ha mollato e chissà quando tornerà. Ora come ora la sto odiando.

Due mesi fa ho tentato di forzarmi e buttare giù qualcosa, mi sarebbe bastata una nota sul telefono su cui appuntarmi un soggetto, o che ne so, un paio di versi sputati di getto sulla giallognola carta virtuale del mio Xiaomi comprato di seconda mano – macché, è di primissima mano, nuovo di pacca, solo che mi diverte fingermi il proletario che non sono, penso mi dia qualche chance in più di essere ascoltato da chi di dovere. Ho scritto la bellezza di sei-versi-virgola-quattro-parole periodiche. E “periodiche” sono destinate a rimanere, quelle quattro parole spiantate, perché ciò che ho scritto non aveva senso: banale, ripetitivo, squallido, molesto nel suo formalismo. Non ho potuto neanche regalarmi la soddisfazione violenta di strappare via i fogli, visto che ormai ho deciso di impormi la dottrina paperless. Ho passato quindi cinque secondi netti in preda alla disperazione, poi mi sono chiesto chi sono io per condannarmi? La PS5 era già accesa e la poesia in Italia la leggiamo in quattro poveri stronzi. Eh già. Continua a leggere→

La candela


Sembra sempre che ci manchi qualcosa: nel bene e nel male siamo insufficienti. Gesù ci dice di attingere da Lui tutto quello che vogliamo. Ci fa paura? La vita comporta sempre questo rischio, che vale la candela.

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Poetry Therapy, di Dome Bulfaro

Fine dell’isolamento forzato? 

A partire dall’esperienza planetaria della pandemia, si avvia una riflessione sugli isolamenti forzati e autoforzati, causa di sofferenza, che vi erano prima e ci saranno dopo il Covid-19. L’editoriale indica, nella sua parte scritta e nel documento video, come questo Numero Uno sia stato concepito per far fronte agli isolamenti forzati e alle pandemie, al fine di sviluppare, tramite la poesia, anticorpi e un sistema immunitario i quali, seppur metaforici, possono agire e aiutarci concretamente nel trovare uno stato di salute e una consapevolezza migliori.
Questo numero, per quantità e qualità di materiali che lo compongono (compresi alcuni documenti scaricabili e archiviabili) è da considerarsi numero doppio, come doppio è stato lo sforzo di tutto il gruppo Mille Gru per realizzarlo.

 

Per più ragioni considero questo numero di “Poetry therapy Italia” decisivo.

Innanzitutto perché Mille Gru, in un contesto quasi privo di strumenti utili ai poeti terapeuti e ai suoi potenziali utenti, ha curato due antologie di poesie “terapeutiche” complementari che fanno fronte comune contro le pandemie. La prima, Anticorpi poetici, è nata per dare parola al dolore che proveniva dal basso (grazie ai testi che hanno partecipato al concorso letterario aperto a tutti che abbiamo lanciato durante la quarantena), la seconda Poesia per ogni pandemia nasce da addetti ai lavori legati alla poesiaterapia, col fine di attivare percorsi di auto-mutuo aiuto. Continua a leggere→

Al palo


Se la fede è relazione perché non parlare con Gesù? È quello che desidera, ma pensiamo sia troppo lontano, troppo in alto. L’alto è il profondo, in religione: finché manca questo cambio di passo, si resta ancora al palo.