Archivi autore: fabrizio centofanti

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La Spagna in lettere, di Annelisa Addolorato. Montserrat Abumalham

di Annelisa Addolorato

La poesia è dichiaratamente e sempre la prima passione (forse presente anche nel suo dna) e fonte anche per la narratrice, arabista, già cattedratica di Lingua e letteratura araba presso la Universidad Complutense de Madrid, Montserrat Abumalham, a cui dedico questo post settembrino di LA SPAGNA IN LETTERE. Sono tre i testi di narrativa di questa autrice spagnola – di origine libanese, nata a Tetuán alla fine degli anni ’40 – a cui faccio riferimento e di cui traduco i titoli in italiano: Ti ricordi Shahrazad? (2001), Tutti stranieri (2019) e Panni sporchi (2022). Menziono subito la poesia, perché sia nei suoi libri di narrativa, sia nelle sue lezioni e seminari di Dottorato, non fa mistero della sua grande conoscenza e passione per la poesia araba, e non solo. Continua a leggere→

Trasversalità, di Rosa Pierno. Gabriella Drudi

Gabriella Drudi “Senza titolo”, frammenti, Anterem n. 56, I semestre 1998

I frammenti di Gabriella Drudi, pubblicati dalla rivista Anterem n.56, I semestre 1998, sono tratti da Senza titolo, edito dallo Studio Durante nell’autunno del 1989 in occasione della mostra – dedicata a Samuel Beckett  – di Claudio Adami, Luisa Gardini, Nunzio, Pizzi Cannella, Marco Tirelli, Toti Scialoja.  Artisti diversissimi fra loro, dunque, ma nei quali la Drudi riconosce un comune atteggiamento nei confronti dell’arte: essi, infatti, guardano alla tela:

“come al luogo dove può accadere di tutto e persino uno scambio di residui umani non meno persuasivi di tanti eccessi
e non sostegno di vaste ideologie, estetiche salvifiche, o raffigurazioni di una cascata spumeggiante per depressione del letto vuoi esterno vuoi interno
il preteso silenzio è brulicante di parole, la pittura cosiddetta astratta ci ossessiona di figure, così come la nostra supposta vita interiore che si dà in un video di voci fugaci e scorie di apparenze”.
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In origine (L’albero)

Tornare agli archetipi significa riprendere il gioco necessario con il mondo, non dargli una risposta. 

Risaliamo la corrente fino all’Albero-Frutto, in cui non c’è distinzione e tutto è unito, il bene e il male, l’inizio e la fine.

La Donna, mangiandone, assimila questa coesistenza tra gli opposti, che si porterà dentro per sempre. Non sarà più separata neppure dal mondo: la conoscenza è ormai interiore, è un sapore, non è più solo distaccata visione.

Forse, l’errore della Donna non è il desiderio, ma l’impazienza. Nell’assaggio, è stata la prima. E la prima è anche l’unica, in quell’attimo fondante di solitudine, di non-condivisione.

Tornare agli archetipi significa riprendere il gioco necessario con il mondo, non dargli una risposta. 

Risaliamo la corrente fino all’Albero-Frutto, in cui non c’è distinzione e tutto è unito, il bene e il male, l’inizio e la fine.

La Donna, mangiandone, assimila questa coesistenza tra gli opposti, che si porterà dentro per sempre. Non sarà più separata neppure dal mondo: la conoscenza è ormai interiore, è un sapore, non è più solo distaccata visione.

Forse, l’errore della Donna non è il desiderio, ma l’impazienza. Nell’assaggio, è stata la prima. E la prima è anche l’unica, in quell’attimo fondante di solitudine, di non-condivisione.

In origine

L’albero

[…] 

Io sono l’albero-frutto

succoso

in tutte le mie parti.

Da me si passa

per morire.

La donna lo sapeva:

per generare

barattò l’eterno con la storia […]

 

Per custodire il fuoco, di Luigi Maria Epicoco

di Alida Airaghi

Mantenere acceso il fuoco

 

L’epigrafe tratta dal Vangelo di Luca, 12 49, “Sono venuto ad appiccare un fuoco sulla terra, e come vorrei che fosse già divampato!”, bene riassume l’appassionata sollecitazione che Luigi Epicoco suggerisce nel suo saggio einaudiano Per custodire il fuoco. Vademecum dopo l’Apocalisse. All’umanità di oggi manca il fuoco, che erroneamente si è sempre accostato all’immagine dell’inferno, mentre l’incandescenza, l’ardore, la luminosità della fiamma sono simboli di vita, di slancio, di passione, laddove invece è il ghiaccio che meglio rappresenta l’isterilimento di qualsiasi desiderio, l’assenza di energia, la mortificazione di ogni aspettativa. Continua a leggere→

La linea d’ombra di Ezio Settembri

di Angelo Restaino

La prima raccolta poetica di Ezio Settembri (Macerata, 1981), D’altra luce, edita da peQuod, collana portosepolto di Luca Pizzolitto, nel 2023, è un libro che tutti i poeti almeno per tirocinio dovrebbero provare a scrivere. Chiunque faccia poesia dovrebbe provarci perché vi si pone in versi in modo esemplare un tema lirico di partenza, la ricognizione del manifestarsi dei segni familiari nella memoria e nel sangue, l’usarli come rampa di lancio per il volo futuro che ci si sceglie. Settembri ha saggiamente posto questo tentativo all’inizio del suo pubblicato, riuscendoci completamente e confezionando un esordio che si pone come un solido e visibile riferimento nel (fortunatamente, per chi scrive: a chi legge, poi, tocca il piacere di sceverare) tanto che si scrive e pubblica “andando a capo”. Continua a leggere→

Lucerne nella luce, di Lucio Brandodoro


Primi e Ultimi

[Mt, 19,30; 20,1-16]

Quando Gesù chiama, c’è sempre un atto di rottura: giratosi, uscì etc… C’è, in sostanza una interruzione di una continuità. Come dire: da questo momento in poi, nulla sarà più come prima.

Non è solo una rilevazione di fatto, un comportamento suo, personale; è piuttosto una proposta di stile e una richiesta a fare altrettanto.

“Che ci guadagniamo, noi che abbiamo lasciato tutto, per seguirti?” è la domanda di Pietro e dei discepoli. Continua a leggere→

13

Giacomo Bergamini

Specchi e riti

questi lividi
esortati da respiri
questo boccone di domande
e questa morte evocata
a bassa voce
questi sogni disegnati
sulle acque
a gesti raccontati
a sbadigli
questo calendario crudele
inchiodato dalle date
e affollato di angosce
e a forza lieto
una malattia citata
in un sermone
che i chiodi raccolgono
a memoria
e che la ragione diserta
come un alibi sfuggente
e protetto
gremite recite e saluti
dolorosamente giustificati
da pretese pressanti
e un po’ uterine

Poetry Therapy, di Dome Bulfaro

Chi è il poetaterapeuta?

La consapevolezza di chi è il poetaterapeuta è il principio attivo che in modo particolare abbiamo sondato in questo numero.

In pochi hanno compreso che la poesia è una delle più potenti medicine che, dalla notte dei tempi, l’uomo utilizza per curarsi.
Tutte le arti sono pratiche medicinali, se hanno in sé i principi attivi da cui dipende l’azione curativa, la quale definisce la tipologia del medicinale.

Nel discorso del 21 maggio 2005 per la cerimonia delle lauree al Kenyon college, il poeta David Foster Wallace afferma che:

La libertà del tipo più importante richiede attenzione e consapevolezza e disciplina, e di essere veramente capaci di interessarsi ad altre persone e a sacrificarsi per loro più e più volte ogni giorno in una miriade di modi insignificanti e poco attraenti. Questa è la vera libertà. Questo è essere istruiti e capire come si pensa. L’alternativa è l’incoscienza, la configurazione di base, la corsa al successo, il senso costante e lancinante di aver avuto, e perso, qualcosa di infinito. Continua a leggere→

11

Il Progetto


di Fabrizio Centofanti

Il desiderio di scrivere mi aveva sempre accompagnato: c’era una ragione? Ricordo una cena a Riva degli Schiavoni, con don Mario, in cui ebbi la certezza che la mia identità era cogliere quel bello, quel buono, quel vero, e farne un codice da comunicare, come se Venezia racchiudesse in sé il segreto del mondo. Chissà se quelle nostre righe, un giorno, avrebbero testimoniato un cambio d’epoca, il passaggio dalla menzogna diabolica alla luce del vero. Era il motivo per cui ogni giorno strappavamo al silenzio le poche parole che nessuno, altrimenti, avrebbe scritto? L’opera poteva essere questa, e noi i servitori di un progetto che altro non era che il paradiso anticipato, un ritorno alle origini, cielo e terra nuovi. Don Mario ce lo aveva fatto assaporare: ora toccava a noi tenerlo in vita.

21

La parola ai poeti. Emiliano Cribari

Io non mi occupo mai di poesia. È la poesia che occupa tutto il mio tempo mentre io cerco disperatamente gentilezza.

Più invecchio più annaspo.

Certe giornate finiscono liquide in fondo al sonno, precario, insieme ai residui, scadenti, scaduti in sorrisi ammuffiti, di ciò che ho trovato.

Una guerra è imminente. La guerra c’è già.

È la guerra del profitto, del prodotto. È la guerra dell’avidità. Lancia segnali di fumo, sfinita, la carità.

Pieni di diritti, di denaro, gli uomini marciano poveri di desideri, di povertà.

Gli uomini marciscono senza obiezioni, quasi all’unanimità.

C’è un visibilio di calabroni che annaspano in fondo a trappole fatte di birra e di miele: anelano aria, biascicano parole tipo yoga e meditazione.

Mio nonno pregava e non lo sapeva, camminava bestemmiando per ore alla ricerca di un pezzo di pane da dividere con altre persone.

Trasversalità, di Rosa Pierno. Robert Walser

La scrittura a matita su volatili reperti: “I microgrammi” di Robert Walser

Un succulento libro/catalogo quello ordito in occasione della mostra, tenutasi nel 2015/2016, presso la Casa Croci Mendrisio, a cura di Antonio Rossi, con la collaborazione di Anna Fattori e di Simone Soldini, di parte dei “microgrammi” dello scrittore bernese Robert Walser: circa cinquecento piccoli fogli riempiti da una grafia minutissima al punto da risultare apparentemente illeggibile. È questa davvero un’occasione ghiotta e irripetibile per conoscere alcuni testi, ma soprattutto le modalità dello strabiliante progetto a cui Walser si è dedicato negli ultimi anni della sua vita (1924-1933). Non senza però dimenticare i due studiosi Bernhard Echte e Werner Morlang, i quali per anni hanno lavorato con acribia su questi testi, curando la prima edizione dei Microgrammi in 6 voll. uscita negli anni 1985-2000 con il titolo “Dal territorio alla matita”, e gli studiosi del Robert Walser-Zentrum di Berna, la cui collaborazione si è mostrata preziosa. Continua a leggere→