
Bisogna inventarsi trucchi per la tenerezza: la creatività ci è stata data per trovare sempre nuove vie d’accoglienza e comprensione. Ci alleniamo per arrivare pronti, in Paradiso.
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La parola ai poeti. Cristina Bove


Penso che la poesia sia un tentativo di sublimare la realtà usando la parola come significato e significante di stati di coscienza che risultano a volte sorprendenti anche per chi scrive. Continua a leggere
Lassù
di Fabrizio Centofanti
Oggi come oggi, non si parla più di Paradiso. Non se ne può parlare. Sì, proibito. Anche per una certa Chiesa. È il quaggiù che conta, le opere, il sociale. Guai a pensare a un minuto dopo la propria morte. Il monachesimo aveva distillato, alla fine, questa idea: vivi ogni giorno come fosse l’ultimo. Significa non vivere il presente? No. Che tutte le energie si debbano rivolgere a ciò che verrà dopo? Nemmeno. Anzi: chi vive ogni giorno come l’ultimo raddoppia l’intensità della gioia e del dolore, ossia della vita. È l’unico modo per vivere davvero. Ma guai a parlarne. È il quaggiù che conta. Ecco la terza parola, quella che completa il quadro. Lo scenario della vita è integro quando sono presenti le tre dimensioni che fanno di un essere un umano: laggiù, quaggiù, lassù. Il profondo , il presente, l’eterno. Quindi parlo, sì, del Paradiso. Raccomando d’immaginarlo, a volte, come penitenza della confessione, perché fantastichiamo sulle cose più turpi e trascuriamo di farlo sulla vera identità, quella che, dopo gli ottanta-cento anni, sarà nostra per sempre. Lasciateci sognare, tenetevi il vostro stress da social media. Oggi come oggi, non si parla più di quello che saremo; ma io ne parlo, e invito anche te a parlarne un po’.
Domenico Pelini legge Gabriele D’Annunzio
Quaggiù
Si parte. Non ho mai pensato che spostarsi equivalesse a cambiare, perché non sono i luoghi – né i tempi – a decidere la storia. Però fa sempre effetto: qualcuno si libera di me, qualcun altro mi perde. Chissà quanti viaggi ha fatto il Cristo, portandosi dietro la sua divinità: guariva, predicava, indicava la strada difficile e semplice della felicità che per noi, così spesso, è un’utopia. Dio ne conosce i meccanismi: per questo conviene fermarsi e contemplarlo, per farci consegnare, ogni giorno, i ferri del mestiere. Non riesco più a capire chi non prega. So che si vive benissimo non credendo in Dio. So bene che ci si può accontentare degli ottanta, cento anni che ci spettano quaggiù. Ma il problema è laggiù. Come fare a non sentire quella voce, come credere che al fondo della vita ci siano i brontolii dell’intestino? Laggiù c’è Dio, bisogna dirlo con chiarezza: così chi non crede può fare una scelta più decisa, può dirsi ciao guardandosi allo specchio. E chissà che un giorno, di fronte, non risponda un’altra Voce.
La parola ai poeti. Fabia Ghenzovich


Quello che cerco nella vita non si discosta molto da ciò che cerco nella poesia, fuori da ogni estetismo formale o informale. Scrivere per rimettere in moto l’Io, questo è l’auspicio: una poesia quindi capace di essere testimonianza del presente, ma anche di trasformazione attraverso la parola poetica che nasce da un sorgente interiore, misteriosa quanto la vita stessa, che è continuo miracolo di morte e rinascita. La sfida è spostare o bucare il limite che richiede uno scavo nella profondità, scavo di una parola necessaria in un dato contesto, di una parola che nasca da tutto il nostro essere nel dentro e fuori di un’esperienza vissuta alla ricerca di spazi di ascolto condiviso. Spesso quando scrivo, conosco l’inizio ma non l’arrivo.
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Laggiù

di Fabrizio Centofanti
Laggiù. Si può intendere in due modi: in basso, nell’abisso, magari all’inferno; oppure nel profondo, in interiore homine, agostiniananente, nel Sé, junghianamente. Il titolo, ovviamente, opta per la seconda ipotesi, ma non è escluso che si debba attraversare una regione infera che – oggi come oggi – occupa quasi tutto il territorio del pianeta.
In ogni caso, da laggiù si vede meglio: tutto, per favore, ma non la maledetta superficie che – oggi come oggi – è un obbligo sociale. Superficiale e sociale sono ormai sinonimi, e l’uomo a una dimensione è da tempo la realtà di tutti i giorni. Come si possa vivere senza alcuno spessore nessuno l’ha capito, ma è quello che accade, e sui fatti non è lecito discutere.
Laggiù mi sento meglio: vedo il mondo vorticarmi intorno, con la sua quota di follia sovvenzionata dallo Stato e dalla Chiesa, che non risparmia le sue contraddizioni. Scandalizzarsi non risolve. Ci vorrebbe un personaggio al di sopra delle parti, qualcuno per nulla interessato al parere della gente. Che so: un Giovanni Battista, un Romero, o in versione più casalinga un don Tonino Bello, o il Turoldo della Ballata della speranza, che fa venire i brividi ogni volta che parte la voce calda e roca di Corsanico.
Laggiù: basta la parola per tirarti fuori dalla tiepidezza, dal branco con l’etichetta approvata mensilmente, dalla tristezza tipica della gente senza volto, a cui qualcuno deve pur ricordare che il problema – oggi come oggi – non è più il morire, ma il non aver vissuto.
L’indirizzo
Annalisa Ciampalini, “Tutte le cose che chiudono gli occhi”.
di Franca Alaimo
Annalisa Ciampalini Tutte le cose che chiudono gli occhi, peQuod Edizioni, 2022
Annalisa Ciampalini ama la matematica e la poesia. Secondo un pregiudizio diffuso, due cose quasi inconciliabili, sebbene non manchino esempi nella storia della letteratura anche recente. Ricordo di avere letto tempo fa sul quotidiano “Il Corriere della sera” un articolo di Umberto Curi che prendendo le mosse dalla distinzione tra nous e metis (le due forme d’intelligenza secondo il mondo greco antico, la prima contemplativa, la seconda attiva-creatrice) osserva che «ciò che nella nozione originaria di metis appare ancora implicito ed indistinto» esplode «nella cultura moderna e contemporanea talora in forma di contrapposizione insanabile», per poi subire un simmetrico rovesciamento dopo l’affermarsi della Gestaltpsychologie e del cognitivismo, secondo i quali «non l’arte, ma la scienza, non gli affetti, ma la razionalità, costituiscono il terreno di espressione della creatività». Continua a leggere
La porta
Ruven Latiàni-Corrado Fantoni, “Confessioni di Fanciulla-Ytalia. Pente-conta Pandemica per la celebrazione di una nuova dea”
a cura di Alberto Fraccacreta
AUTO-DEDICA DI FANCIULLA-YTALIA
io serena immagine di dolce Hesperya
chi fui? chi sono?
stanca anima facile
nostalgia orale ho nei vuoti sventrati
non una torre scorgo: ovunque
il tetro statale market-oscenario
vedo, stravedo: ora ho più di un occhio solo
lume esteso fanale per riconoscer la via
traccio le conquistate vie a ritroso
quando stranieri eravamo
sul finale collettivo del mio pianto antico Continua a leggere
Povertà
Luigi Maria Corsanico legge Dino Campana. 6
L’offerta
Cambiare
Domenico Pelini legge Joseph Brodsky. 13
Ragione
Giuliano Belloni, Illustrazioni di: Scescio, Omero detto l’Alighiero. Anteprima
a cura di Alberto Fraccacreta
2)
Mi chiedo
quanto pesa la farfalla sulla margherita
il moscerino sul gelsomino
l’ape sul fico?
Ogni fiore lo sa.
3)
Nel Parco Nazionale del Silenzio è compito
delle foglie avere idee
i semi prendono le decisioni
i rami sono le regole. Continua a leggere
Lucerne nella luce, di Lucio Brandodoro. XIII Domenica T.O.
Mt 10, 37-42
Agape e Filìa sembrano confrontarsi in questo passo del Vangelo di Matteo. “chi ama ( filìa) ….più di me non è degno di me”. Padre, madre, figlio, figlia, suocera etc… sono rapporti di consanguineità, dati da una affinità non elettiva ma precedente la volontà dei soggetti coinvolti nei rapporti. Non abbiamo scelto di chi essere padre o madre o figlio. Questa affinità genetica può determinare un serio ostacolo all’opzione fondamentale della propria esistenza. I rapporti familiari ripropongono continuamente lo schema di appartenenza che, in sostanza, risulta escludente, definendo confini coincidenti con gli ambiti di appartenenza familiare, etnica, tribale. Questi confini risultano potenzialmente degli ostacoli importanti a uno sviluppo di una più ampia visione della propria relazionalità. Continua a leggere














