
Finché non sentiamo d’essere uniti all’universo, non c’è speranza di superare l’io. Particella del cosmo, ognuno è chiamato a fare la sua parte perché il tutto funzioni. Responsabili, avvertiamo risuonare l’infinito delle nostre parole, dei gesti, perfino dei pensieri. Nulla è neutrale. Coscienti degli effetti, cominciamo a cambiare. Ogni respiro è un segnale che supera i confini, e sconfinando si ritrova.
Archivi autore: fabrizio centofanti
Il progetto

Il progetto non lo vedi, non lo senti. È nascosto alle ribalte della storia, come ogni verità. Lavora in silenzio, come un operaio che sa fare il suo dovere. Sa soffrire, come una madre in attesa del parto. È in questo defilarsi che trova ispirazione, come i trent’anni di vita nascosta di Gesù, il tempo ignoto di un Dio che non si fa pubblicità. Il successo non interessa a chi è già onnipotente: è il servizio che lo attira. Il Cristianesimo è un sano contagio, una rivoluzione nei programmi, un treno sfrecciante su binari sconosciuti.
Golfi

È come ritrovarsi davanti a un golfo, cogliere le sfumature dei rumori, l’acqua, le foglie, il volo dei gabbiani: entrare in un’altra dimensione, quella dell’ascolto profondo, dell’orecchio interno. La verità è nascosta; da qui l’etimologia: aletheia, togliere un velo, quello della distrazione, dell’essere fuori di sé. Convertirsi è tornare, ritrovare la strada di casa dopo un’assenza logorante. Credere è ascoltare di nuovo, dopo una sorda lontananza.
Treni
È da qui che parte tutto. Dal cuore. Come i treni di don Mario erano segni di un viaggio ulteriore, così ogni segnale, ogni battito, ci aprono la strada, suggeriscono la direzione.
Nulla più di questo, nulla di meno: il di più viene dal maligno.
Da qui vi lascio notizie dell’eterno, che non cessa d’inviare segnali, come vagoni sfreccianti in scie di colore che accendono speranze.
Da qui vi ricordo che c’è ancora qualcosa di vero: starò in ascolto per tutti, fosse l’ultimo atto della storia. Non c’è parola che possa esprimere il silenzio, ma il silenzio è più eloquente di qualunque parola.
Luigi Maria Corsanico legge Charles Bukowski. 7
La cifra della fede
Le Reliquie di Gorret, le Cose di Borges e l’abuso di letteratura
di Augusto Pivanti
Daniele Gorret, Reliquie, Giulio Einaudi Editore, Torino, 2023
L’itinerario immaginifico di Daniele Gorret – dalle Campagne e acque del suo esordio, nel 1984, fino alle odierne Reliquie – si snoda in un paesaggio rarefatto eppure denso di richiami e figure; un paesaggio nel quale – indifferentemente si tratti di poesia, di prosa o di mediazione omoritmica – il lettore viene indotto a interrogarsi su un senso laico di “(tempo)eterno” e di “(spazio)infinito”.
Emergono evidenti – in Gorret – i risultati di un (peraltro dichiarato) “abuso di letteratura”, condizione che porta ad un parallelismo stringente con la testimonianza di Jorge Luis Borges (le vaghe ore, la memoria impura, il lungo abuso di letteratura e al termine la misteriosa morte). Continua a leggere
Benedetto
Istinti

Che ne facciamo degli istinti?
Prendiamo in esame un esempio facilmente comprensibile. Agli uomini – generalmente – piacciono le belle donne: come gestire l’inevitabile attrazione? Gesù lo spiega dal vivo, nell’incontro, al pozzo di Sicar, con una samaritana molto bella, collezionista di mariti. Le chiede da bere: lei è sorpresa, per i motivi che sappiamo, ma soprattutto perché quest’uomo non fa avances. Non solo, ma lascia intravedere un potere sconosciuto, un’acqua che zampilla per la vita eterna, una realtà superiore che si chiama spirito. La donna è affascinata, dimentica i noti rituali, è entrata in un’altra dimensione.
Gesù ci insegna che l’attrazione per la bella donna non si supera con qualche forma repressiva, ma suscitando un desiderio più completo. La questione non è guardare la bellezza: è che la bellezza è tutta un’altra cosa.
Domenico Pelini legge Saint John Perse. 6
Credibilità
“Così l’anima invoca un soffio di poesia” – poesie scelte di Rita Pacilio
“Così l’anima invoca un soffio di poesia” – poesie scelte di Rita Pacilio (Marco Saya Edizioni)
Prefazione di Vittorino Curci
Le opere d’arte sono cose. Anche le poesie. La poesia in quanto cosa oppone resistenza alla lettura che consuma senso e emozioni, come capita coi gialli o i romanzi più accessibili, dice il filosofo sudcoreano-tedesco Byung-Chul Han. Sono certo che con questo libro di Rita Pacilio il lettore potrà fare esperienza di una lettura che non consuma senso e emozioni ma, come sempre accade con la buona poesia, li moltiplica. Continua a leggere
Lucerne nella luce, di Lucio Brandodoro. XV Domenica T.O.

Ascoltare e comprendere [Mt. 13,1-23]
Sembrano essere questi i due verbi centrali nel brano di Matteo: quello seminato nella terra buona è chi ascolta e comprende.
E sembra anche che non ci sia molta differenza tra i due.
Il verbo greco che possiamo tradurre “comprendere”, infatti, ha anche il significato di “ascoltare”. L’uso che se ne fa qui sembra voler sottolineare la quasi coincidenza dei due o, comunque, una innegabile interdipendenza.
Non si tratta di stabilire una priorità e una possibile conseguenza (prima si ascolta e poi, forse, si comprende), quanto piuttosto di trovare i nessi possibili (necessari?) fra i due verbi.
Chi ascolta si pone nell’atteggiamento di non accettazione supina della realtà. Presuppone che “qualcuno parli”. Dunque è in un atteggiamento aperto ad una alterità che, in quanto tale, non si mostra mai completamente.
Inoltre, l’ascolto presuppone l’inquietudine del desiderio. Solo chi desidera, riesce ad ascoltare. È proprio nel “cor inquietum” che risiede la possibilità di ascolto. Chi è pieno di sé (l’uomo che se ne va sicuro di montaliana memoria) non ascolta perché non presuppone una alterità. Ha in se stesso il proprio centro di ascolto, il proprio baricentro e, dunque, non cerca, non si interroga. Ha già tutte le risposte.
Nella Bibbia, l’ascolto è l’atteggiamento richiesto e il primo dei comandi: SHMA ISRAEL (ascolta israele). Da esso dipende tutto il resto. Non ci sarà costruzione di storia senza questo atteggiamento, che non è solo iniziale, ma costante e di fondo.
Nell’iconografia cristiana, molto spesso, nella rappresentazione dell’Annunciazione, Maria è colta in “atteggiamento di ascolto”, con il libro aperto. Come dire che Maria concepisce nell’ascolto. Nel racconto di Luca, però, Maria non comprende. Ciò che le viene annunciato la coglie in imbarazzo, nel “timore”. Dall’ ascolto non consegue, immediatamente, la comprensione. Anzi, sembra quasi che la “non comprensione” sia la chiave di lettura. Potremo dire che non capendo, Maria capì che era il Signore.
La comprensione, dunque, non si pone come capacità logica di dare un ordine a ciò che si ascolta. Piuttosto, sembra che qui, la comprensione sia nel lasciare che l’ascolto dia il suo frutto. La fecondità di Maria, come di chi accoglie la parola seminata, è tutta nell’ascolto, ma è questa fecondità che rivela la reale comprensione.
Comprende chi riesce a mettere insieme, ad individuare il filo conduttore, senza che questo diventi mai acquisizione definitiva e definitoria di senso. Comprendere non è mai un aver compreso, archiviando, così, ogni ulteriore tentativo di ricerca e di domanda. È un processo che si nutre costantemente di ascolto, quindi, di desiderio. Ogni fecondità da qui è generata.
Un cristianesimo propositivo ha generato guasti. Solo quando abbiamo sposato la domanda dell’uomo, siamo stati profeti, suscitatori, cioè, di ulteriore domanda che obbliga all’ascolto dell’altro, all’accoglienza dell’altro, alla non esclusione presuntuosa, arrogante e violenta.
Non abbiamo principi non negoziabili da vendere, abbiamo, piuttosto, un cuore inquieto da aprire a tutte le inquietudini che generano condivisione e fecondità.
“Tutta la creazione geme e soffre nelle doglie del parto” (Rm 8,22): è il partecipare a questo travaglio che fa di noi donne e uomini che ascoltano e che comprendono.
Le conseguenze
da qui
Facciamo finta di ignorare le cause della guerra. L’America di John F. Kennedy voleva la pace: per questo è stato assassinato. Vogliamo dar credito a narrazioni incompatibili con questa verità? Ogni scelta è possibile: sono le conseguenze a pesare sulla storia.
Massimo Morasso, Il sogno di Zhuangzi
di Rosa Salvia
La letteratura è un gioco? Jorge Luis Borges in “Finzioni” (I edizione Oscar Mondadori
gennaio 1980), al fondo del suo sistema letterario e affabulatorio, la pone come una
inconfutabile verità. Scrivendo, egli gioca con l’eternità, con la realtà, con i miti, con
i labirinti, perché la sua fantasia ubbidisce al gioco e non alle convinzioni.
Le ipotesi della sua metafisica non sono oggetti di fede, ma semplici possibilità,
ciascuna delle quali, anche la più inverosimile, entra nelle regole del dado, dell’azzardo.
E fa parte della sua eresia il concetto (che lo accomuna al contemporaneo portoghese
Fernando Pessoa) che il testo definitivo non appartiene alla letteratura, bensì all’artificio,
al paradosso (che ci riporta a Kierkegaard…), alle domande più che alle risposte, al sogno. Continua a leggere
Maggioranza

Che possiamo fare per contrastare la barbarie? Nulla. Ma quel nulla è prezioso, perché la vita sa prendere le offerte della povera gente per costruirvi il tempio del significato, di ciò che in mezzo alla babele del mondo è verità.
Cos’è la verità? direbbe Pilato lavandosi le mani, nel gesto che siamo sempre tentati di ripetere quando cogliamo l’inutilità dell’impegno, l’inanità dei nostri sforzi. Eppure, fermiamoci un momento: non è vero che la babele del mondo è arginata dalla scelta del silenzio, dall’ascolto della profondità?
È arginata in me, e questo basta. Se fosse arginata anche in te, con l’apporto e il supporto della verità, saremmo maggioranza.
La parola ai poeti. Raffaela Fazio
Non mi interessa la poesia. Non mi interessano i poeti.
Mi interessa chi riesce a rendere il mondo più ospitale, più umano, proprio quando il tessuto connettivo si indurisce o si opacizza o minaccia di spezzarsi. Mi interessa chi è capace di risvegliare la realtà celata dentro la realtà, solleticando all’interno di ogni cosa quella voce composita che, mai accondiscendente, somiglia sia a una scossa, sia a una promessa. E lo fa non creando ponti verso l’invisibile, ma scardinando ciò che ha davanti, aprendolo, facilitando l’irruzione di ciò che è esperibile diversamente, più intensamente, lasciando spazio allo stupore. Mi interessa chi permette di continuo un cambiamento di prospettiva, senza rinunciare alla ricerca di un orientamento, come messa a fuoco dell’essenziale, non come camicia di forza, nella consapevolezza che il senso già dato non cessa di darsi, così come il tempo, pur dispiegandosi, è ricapitolato dentro ogni singolo istante, e il pulsare di un’intera vita è fedele alla sua più piccola parte. Continua a leggere
Perdipiù

Avere il coraggio. Non ce ne vuole molto, perché, se si comincia, non se ne può fare a meno. Potremmo metterci d’accordo: basta falsità, accomodamenti, omologazioni inopportune e non richieste.
La prima tappa è il silenzio: una rivoluzione. Ci sentiamo obbligati, a parlare. Nessun medico lo ordina, tranne lo psicanalista. Il silenzio fa scendere dentro, cercare in cantina il Dio che trasforma ancora l’acqua in vino. La chiacchiera è liquido inodore, insapore. Ogni parola dovrebbe – potrebbe – nascere da una lunga attesa, come fosse un dono da porgere con attenzione. In principio era la Parola, dunque è qualcosa d’importante. La letteratura le dà peso, la mette in primo piano, come sulla scena. Potremmo accordarci anche su questo: niente chiacchiere a vanvera. Come disse Gesù: di ogni parola infondata gli uomini renderanno conto nel giorno del
giudizio. Questo gioco della parola e del silenzio è l’alba della civiltà. All’inizio le parole non venivano sprecate: osso delle mie ossa, si chiamerà išša perché da iš è stata tolta. Roba essenziale. Avere il coraggio dell’intensità . Non ce ne vuole molto. Se cominci a eliminare il superfluo, non ne puoi fare a meno.
La parola ai poeti. Leopoldo Attolico
A distanza di tanti anni mi sento di ascrivere una grossa “responsabilità”alla Vispa Teresa. Prima di scriverla, la Poesia per me è iniziata con lei. Vettore l’ottantenne zia paterna, fan di Palazzeschi, che trovando in me il terreno adatto, mi somministrò massicce dosi di Vispa Teresa per giorni e giorni, alternandola ai versi di Aldo. A sei anni i suoi passaggi più “impegnativi”erano musica filtrata dalla sensibilità linguistica della zia rapportata alla mia età. Credo si sia trattata di una vera e propria infatuazione giovanile, un “trauma” decisivo in quel momento della mia vita. Ero poi io a chiedere novità, e fu il turno di Cecco Angiolieri, Guido Gozzano, Angiolo Silvio Novaro. Era la zia a chiedermi “pensierini” scritti nell’anno successivo a queste prime conoscenze che erano ormai diventate lettura quotidiana. Sotto la sua guida appassionata sapevo scrivere quasi perfettamente, e il mio spontaneismo creativo, alimentato dalla lettura diretta, andava alla grande. Se penso alle poesiole scritte alle medie devo notare la precisa matrice di un ego ( cosa normale data l’età ) non in grado di farsi storia di tutti, “vulnus” che non sfuggì alla solerzia della cara zia : “Non scrivere soltanto di te e della tua vita; scrivi pensando anche alla vita degli altri , ai sentimenti dei loro cuori “. Continua a leggere










