Archivi autore: fabrizio centofanti

Informazioni su fabrizio centofanti

https://gesuperatei.wordpress.com http://www.lapoesiaelospirito.it https://youtu.be/wnH1GlOPZk0

Odilon-Jean Périer, Carmi

a cura di Alberto Fraccacreta

Une marée nocturne

Ma chambre garde au coeur une vertu glacée
ce soir d’hiver je suis son plus rude ennemi.
Mais je puise une faim de victoire et de cris
dans le silence même où elle est enfoncée.

Sans peur, sans joie, avec une voix mesurée,
mûrie et nourissante à la façon des fruits,
je dis que mon poème est heureux de la nuit.
Il se forme et il monte avec un bruit d’armée.

Pour ce dieu résonnant d’une excessive faim
je déchaîne dans l’ombre en élevant la main
une très studieuse et très ardente fête;
c’est bien. J’éteins la lampe et je serre les dents:
ma chambre se soulève. Avec l’aube, les vents
enflent la voile. Et nous partons dans la tempête! Continua a leggere→

Viaggi


Gesù viaggia con noi, ci segue, si gode il panorama. Un Dio senza desideri lo lasciamo volentieri a chi ha smesso di vivere prima di morire. A noi piace così: con lo sguardo perduto fuori del finestrino della macchina. Chi più di Lui può apprezzare la creazione?

13

La parola ai poeti. Nader Ghazvinizadeh

È possibile che la poesia alimenti le mie manie. Procrastinare il presente, incorniciarlo,  passarci sopra un fissante. “Gobbo obbedire alla voce narrante”. La poesia è la lingua  perfetta per il filtro narrativo che applico ad ogni cosa che accade. È perfetta perché si assolve da sé, perché appartiene alla sfera della predestinazione infantile, incollando l’età  del mito a quella della prassi. Scrivere mi dà l’illusione che qualcosa si compia, nel  momento stesso in cui cadono le parole. Un compimento biografico, comunicativo. La  mia comunicazione è pura malafede. “Acqua di acquario, fuoco di posacenere”. Fatico a  capire le poesie degli altri. Fatico perché alle poesie altrui non applico la malafede.  Quando le capisco le capisco al volo, cioè mistifico, invento. Posso fare a meno della  poesia, come si fa sempre a meno delle cose importanti. I miei ultimi versi sono meno  avvenenti di quelli vecchi ed é normale che sia così. Il mio percorso si sta allontanando  dalla facilità, dalla gratuità, che per me sono già retoriche. Per retorica intendo la vita e la  poesia che si prendono l’una con l’altra alla lettera. Nei decenni sono tornato alla lettura  di Lavorare stanca. Le prime volte mi colpiva quella scrittura dimessa, ripetitiva. Quella  scrittura dava ai gesti ripetitivi una solennità che appartiene al mito. Erano gesti che  immaginavo senza parole. I gesti senza giorni, che perdono senso nel ripetersi,  acquisivano invece in Pavese un spessore da litosfera. Tutti i miei versi sono segnati  dall’impazienza. La stessa impazienza che mi porta a voler cristallizzare in un attimo una  poesia, la tiene anche sospesa per anni, come stesa al sole. Le poesie ancora da scrivere  abitano nella mia mente nello stesso luogo dove divago, dove faccio finta. Un giorno  cadono le parole una per una dalla mente, con una facilità elegante e al contempo  irritante e ricomincia a girare la ruota.  Continua a leggere→

Riparare

Bisogna riparare: il mondo, fuori e dentro noi, è pieno di falle. Sembra impossibile rimettere in ordine, restaurare le tante corruzioni, ridare splendore a ciò che è opaco. Provare per credere: con Dio nulla è impossibile.

15
0

La parola ai poeti. Loredana Semantica

L’invito a condividere la propria visione di poesia, l’esperienza di scrittura, le vicende umane legate all’ambiente, significa compiere un processo inverso a quello poetico, esprimere il razionale e lucido rapporto con la poesia.

La poesia, forma artistica-letteraria, si serve dello “strumento” parola, ma spalanca connessioni insolite tra i gangli neuronali, travolgendo il senso ordinario dell’espressione verbale e rivelandone un altro sotterraneo, non immediatamente percepibile allo stesso scrittore nell’attimo ispiratore e nemmeno a molti dei lettori meno accorti.  Continua a leggere→

6
0

Repetita iuvant, forse

Levate la pietra

di Fabrizio Centofanti 

Oggi abbiamo riscaldato un po’ la chiesa, perché qualcuno potrebbe stare male. La sacrestia, invece, è sempre un frigorifero. Prima di varcarne la soglia, per la messa, mi concentro sui tre amici: Gesù, Maria e Padre Pio. Chiedo loro aiuto, perché celebrare è lanciarsi nel vuoto, sprofondare in uno spazio sconosciuto, e ti tocca volare. La sacrestia è la pedana di lancio, con le pareti spoglie, le ragnatele che pendono dall’alto. Lì sei ancora un uomo, con le incertezze e le paure. Dopo, quando superi l’archetto, non sei più tu a guidare il gioco.

Senti la fede della gente, sai che loro, come te, stanno aspettando una parola, che attraversa l’aria, che soffia, e chiede di entrare. T’inginocchi davanti al tabernacolo e ti lasci andare: il ginocchio piegato è il segnale convenuto per il cambio della guardia; ora le parole ti vengono dettate, ma tu sai che non sono parole, è un groppo alla gola, un’emozione forte, l’emozione di Dio. In quel momento diventi una parte della chiesa, un pezzo di mondo che sta per trasformarsi. Continua a leggere→

15

La parola ai poeti. Paolo Pistoletti

Tre poesie. E un pensiero sulla poesia del ritorno

Inizio con tre poesie dal mio recente libro Al di qua di noi (Arcipelago itaca, 2023). La prima e la terza,  qui di seguito, sono quelle che aprono e chiudono anche il libro. Lo aprono e lo chiudono sempre con lo stesso pronome: “Io” – sì, ma io chi?

Il vero tempo non passa.
Lo spazio è già tutto qui, è già tutto qui.
Quindi non spostarti, ma siedi
e impara.

Me lo ha detto una volta uno
che adesso è
ovunque.

DENTRO E FUORI LA CASA

[chi da per sempre
torna chi parte
sono]

Io che poi la strada
prende il mio posto.
Tu che poi io
via alberata
sostituisci me.
Che mi fui affidato
da nessuna pietà celeste.
Che chi ho qui ha di nuovo
male alle foglie, alle case
alle mura.
Che da fuori del temporale
ho già l’aria
di chi non c’è.
Dall’incessante giungo.
A lui ritorno.
Fine pena mai.
Si carica un altro mondo
da qualche altra parte
che non so. Così un altro io
che sarò stato
si sottrae dal mio nome.
Mi manchi all’appello mia dispersione
tra gli innumerevoli.
È l’ora
di non esserti più.

È l’ombra di andarsene.
Del mio tempo
verso dentro
una terra liquida
prima di nascere. Postumi dal cielo
amniotico
tra le acque rotte
mi ritrovo ogni volta
nato come dopo una sbronza
di dèi. Ancora un io vuoto
a perdere
un corpo
da ogni mio corpo come un estratto
da ognuno di me.
Mi succedo
dal mio sé.
Dal non ricordo oramai
di quante vite. Continua a leggere→

La parola ai poeti. Lucia Triolo

 

 

La poesia non è affare per persone dabbene

La spinta all’esperienza poetica è, a mio avviso, frutto di un trauma, di una ferita. Parlo di trauma, di ferita, per indicare non tanto un evento doloroso quanto l’irruzione di “qualcosa di sorprendente” che sconvolge un ordine, un sistema di regole e certezze acquisite ed espone a una condizione di squilibrio e di precarietà. Un trauma fa avvertire il lato debole, rende sensibile ad esso; rende precari|. Ci si accosta alla poesia sempre feriti. Questo è, a mio avviso, il punto di partenza che essa offre. Così la poesia non può mai essere affare per persone dabbene. Rifugge ogni pensiero edulcorato dell’esistere sia intimo, personale che sociale e pubblico. Come un cavaliere medioevale, chi scrive va, lancia in resta, all’attacco ma nudo, senza corazza, facendosi scudo soltanto con la propria ferita. Ciò lo mette in una condizione scomoda. Non so se possa valere in generale, ma in campo poetico chi scrive non è depositario dell’identità del proprio “se”, né di una qualche verità  ultima che lo riguardi. La poesia non cammina su tacchi a spillo o dentro morbidi stivali. Perché è essa stessa, a sua volta, un evento che capovolge, mettendo chi la pratica a testa sotto e a piedi in aria. Continua a leggere→

Augusto Pivanti, Eunoè

Prefazione di Elisabetta Longari

Come acqua che (tra)scorre
Così titola il progetto fotografico di Laura Daddabbo, che accompagna le parole dell’autore di Eunoè: acqua che scorre e trascorre, nel generarsi infinito degli ordini e delle maree.
“Basta il suono di un rubinetto a suggerire le cascate del Niagara”: da questa immagine partivo per concepire un testo in occasione della mostra “H3O” all’Acquario Civico di Milano, nel 2011; testo che qui riprendo.
Non v’è elemento che risuoni in noi più profondamente dell’acqua. Lo rivela – con straordinaria ricchezza di esempi – Gaston Bachelard nel suo studio sulla rêverie, e lo racconta particolarmente bene Claudio Magris in Danubio. Continua a leggere→

La Spagna in lettere, di Annelisa Addolorato. Clara Janès

di Annelisa Addolorato

Questo post di luglio è nuovamente dedicato alla scrittrice Clara Janés, che ringrazio e che ha ispirato la mia ricerca poetica, in parte a partire da quella accademica: come già menzionato nel posto di aprile di LA SPAGNA IN LETTERE, nei miei libri in spagnolo Viaje entre palabras (Amargor, Madrid 2009) e Hacia el enigma (Printservice, Pavia 2008) si trova parte del mio lavoro sulla sua scrittura. 

Poetessa, romanziera, traduttrice, studiosa, viaggiatrice, saggista e conferenziera internazionale (nata a Barcellona nel 1940). Instancabile e grande, in tutti i casi e in tutte queste vesti e declinazioni, e di cui mi piace qui ricordare alcune delle tantissime opere, ricordando che ha scritto e scrive opere di ogni genere letterario, dalla poesia al romanzo (tra cui Los caballos del sueño), dal taccuino di viaggio (come Sendas de Rumania), alla raccolta di racconti brevi, alla pièce teatrale (come Voz de oscura llama, su Juan de la Cruz – S. Giovanni della Croce), e anche libri e spartiti musicali e libri poetici cantati, da lei stessa (tra tutti ricordo Kampa), e anche saggi (tra cui, dedicato al poeta catalano avanguardista Cirlot, e no mundo y la poesía imaginal) e curatele (come per esempio Las primeras poetisas en lengua castellana, cosposa antologia delle prime poetesse in lingua castigliana) e traduzioni poetiche e letterarie. Ecco altri suoi titoli tra le sue numerosissime sillogi poetiche, molte corredate anche da collage e poesie visuali, di cui ha realizzato anche varie mostre, anche in Italia, oltre che in altri paesi: Creciente fértil, Lapidario, Rosas de fuego, Peregrinaje, Los secretos del bosque, Diván del ópalo de fuego, Fractales, Paralajes, La voz de Ofelia, Poesis perennis e cito anche una delle tantissime traduzioni delle sue opere (in moltissime lingue del mondo), in questo caso poetiche, e a cui tengo molto, essendone anche stata cotraduttrice (con Cesare Greppi), cioè il libro curato dalla professoressa emerita e studiosa Mariarosa Scaramuzza Vidoni (Milano 2000, CUEM) In un punto di quiete (Fractales), che scrive dell’opera di Clara Janés, tra l’altro, nella sua bella introduzione: Continua a leggere→

Una volta per tutte


Il cielo sembra lontano: anche in aereo c’è sempre un al di là, che sfugge alla presa, che è sottratto al nostro sguardo. Verrà  un giorno, tuttavia, in cui il cielo toccherà la terra e ciò sarà – lo voglia Dio – una volta per tutte.

14

Salut d’amour

Un saluto d’amore inaspettato, al suono del violino, da un viottolo accanto, come se Dio sapesse, come se avesse organizzato tutto, come se avesse mosso il violinista, chissà da dove, chissà da quando, a quell’ora, in quel momento, il Salut d’amour di Edward Elgar, mentre preghi, come volesse cambiare tutto in Paradiso, quaggiù, nell’inferno dei viventi, un miracolo da ricordare, fino all’incontro.

 

*

14

La parola ai poeti. Riccardo Martelli


L’evento spirituale (vibrazione), indefinibile e tuttavia determinato, è il fine dei singoli mezzi artistici. Un determinato complesso di vibrazioni è il fine di un’opera. L’affinamento dell’anima attraverso il sommarsi di determinati complessi di vibrazioni è il fine dell’arte.” (W. Kandinsky).

*

quelle erano effusioni confuse tra le rocce di un asteroide

quando guardo scivolare parole e gesti nella paraculaggine che ci innerva

sovente uso dei cazzeggi psichedelici per allontanare il tempo

mentre in auto formalizzo sulle cose del mondo

*

lacerti architetture sincronie: faccio compostaggio

fin qui ho usato un mix di saggismo e incompiutezza

dieci minuti fa ti ho sollevato e ti sei aggrappato

alla mia giacca con forza inumana ora in strada penso

a certe spezie e al deodorante per auto da acquistare e pure

che ogni donna rimanda allo splendore della bimba che fu

 

*

NOTA   BIO-BIBLIOGRAFICA

 

RICCARDO   MARTELLI

 

Via SARAGOZZA 139/3
40135  BOLOGNA

Cell.  3396526227

 

Ha pubblicato la raccolta di poesie  “Calamite Arimaniche e il Senso Tattico” , Campanotto Editore, 2001, prefazione di Alberto Bertoni.  

Ha pubblicato la raccolta di poesie “Oro Lustrale”, Cierre Grafica, 2009, postfazione di Gio Ferri.

Nel web è presente nei siti: «blanc de ta nuque»(golfedombre.blogspot.it/2014/06/riccardo-martelli.html); «la dimora del tempo sospeso»; “www.anterem.it/autori_del_premio_lorenzo_MONTANO”, “poesiaultracontemporanea”.

E’ presente come autore nelle antologie: “Poeti ad alta voce“, Giraldi Editore, 2005;  “Terzo Censimento della Poesia a Bologna”, Giraldi Editore, 2006; “In forma di scritture”, Edizioni Riccardi, 2012; “Pasti caldi giù all’ospizio”,  Transeuropa edizioni, 2023.