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La parola ai poeti. Lorenzo Mari


Per dare una risposta che probabilmente non è una risposta a una domanda che non è soltanto una domanda (ma anche
un segno di amicizia da parte di chi la estende, un segno che richiede e, soprattutto, che provoca gratitudine) su una questione, la “poesia”, che quasi sicuramente non è più tale (ovvero immediatamente o facilmente riconoscibile come tale), propongo un mio testo tratto daSoggetti a cancellazione (Arcipelago Itaca, 2022).

Non lo faccio con la sicumera – peraltro ampiamente legittima, nel caso specifico – di Giuseppe Ungaretti, al quale attribuisco, andando a memoria, l’aneddoto per il quale gli fu chiesto quale fosse il significato di una certa poesia e Ungaretti, per tutta risposta, rilesse quel testo per intero, senza commentarlo. Non lo faccio nemmeno con la sicumera, diametralmente opposta, di chi – non avendo, magari, nulla da dire – costruisce una dichiarazione di poetica che – magari, mantenendo le apparenze di un discorso super partes, o comunque che rifugge il gioco delle parti – difenda il proprio operato e quello del proprio circolo ristretto. Continua a leggere→

Saltando in paradiso


di Fabrizio Centofanti

Ricominciare a vivere
diventando piatti come ponti
mentre infuria il pensiero
il serpente nascosto nel cespuglio
Aggrovigliare il tempo
è il mestiere dei filosofi
mentre il poeta decide di sciogliere
i legami
di tagliare corto
coi concetti

*

Saltando in paradiso
trovi cose utilissime
gente che ti spiega la vita
e conosce il futuro
È bene fare sortite
incamerare più dati possibile
soprattutto in questi tempi infidi
in cui ogni parola può essere l’ultima
Io vado e torno
assaporando la calma nei momenti
più agitati
Nel cielo c’è una musica
che intercetta le anime
le fa ritrovare
per miracolo

*

La gente d’oggi
ha una passione morta
un vulcano spento
in attesa del tram
come se emettere l’ultimo respiro
fosse una pratica da compiere
per senso del dovere
Abbiate pietà del poeta
ha bisogno di sentire
La mattina fa il verso alle tortore
per sembrare meno solo

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Trasversalità, di Rosa Pierno. Stefano Iori

Stefano Iori, Il tocco dell’ignoto, peQuod, Ancona, 2023. Con una nota introduttiva di Flavio Ermini

Il nuovo libro di poesie di Stefano Iori, Il tocco dell’ignoto, peQuod, Ancona, 2023, si dipana tra poesia e filosofia. Il libro infatti si compone di poesie e testi filosofici, ma il poeta non percorre campi mediani, nel senso che non effettua tra loro una sintesi e non ne scarta le differenze; piuttosto esegue un’interpolazione dei due estremi, ossia li collega e conserva entrambe le esperienze con i loro dettagli. È come se il poeta stringesse assieme le due forme del poetare e del filosofare, costringendole a procedere sempre unite, a tenere tutto l’orizzonte del possibile in una linea, non omogenea, naturalmente, in forza della specificità delle due risorse creative, eppure continua. Lo straordinario apporto di codesta scelta, creativa a tutti gli effetti, consiste nel fatto che non scompare l’abisso tra le due forme espressive; tuttavia, esse sono ritenute inscindibili anche dal lettore. Per poter ottenere tale risultato occorre affondare le mani nell’immaginazione e nella meraviglia, che sono gli ingredienti necessari e sufficienti. Nell’attuale fase storica, con la perdita di quelle certezze che implicano un ambiente stabile per l’essere umano, l’illusione diviene strumento di speranza e desiderio, si trasforma in un beneficio, facendo emergere il pensiero dalle acque stagne degli schemi preconfezionati. L’illusione è la risposta al tocco dell’ignoto. Il tocco dell’ignoto è forse qualcosa che ci sfiora dall’esterno, come i primi chiarori e i suoni sinestetici che sono latori, dopo la prima morte, di un’attenzione risvegliata, da che eravamo in letargo mentale e percettivo. Essere presenti alla vita è indispensabile per attingere all’oltre che ci riguarda. Continua a leggere→

Sicurezze

Ci piace l’alba, perché è sempre giovane. Così dovrebbe essere l’amore per Gesù: creativo, sorprendente. Dio comunica la Sua eterna novità anche a chi, come noi, tende a ripetersi, a cercare sempre false sicurezze.

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Noi stessi


Nascondersi in Gesù: c’è qualcosa di meglio? Viviamo tra rischi e meccanismi di difesa, in guerra con gli altri e con noi stessi. I momenti migliori sono quando ci sentiamo stretti al Cristo, guidati dal Suo genio, abbracciati dal Suo affetto. Solo allora ci sentiamo noi stessi.

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La mia Chiesa. Pensieri sparsi

di Mauro Germani

La mia Chiesa – Pensieri sparsi

La mia Chiesa è qui e altrove, ha porte sempre spalancate, è penombra e luce.
La mia Chiesa contiene il mondo, ma non è di questo mondo.
La mia Chiesa è voce sussurrata e voce che s’innalza, preghiera e canto.
La mia Chiesa è il grido della terra, ma anche silenzio, cuore in ascolto, meraviglia che non ha parole.
La mia Chiesa è la gioia degli infelici, il pianto redento degli sconfitti, il tremore sacro degli ultimi.
La mia Chiesa ha figli ovunque, conosce il nome di tutti e di ognuno la storia, i desideri, gli affanni.
La mia Chiesa non esclude nessuno, sa quanto è facile sbagliare, perdersi nel buio, abbandonare e sentirsi abbandonati.
La mia Chiesa aspetta sempre i non credenti per guardarli negli occhi e mostrare, se vogliono, il posto riservato a loro, perché Dio è per tutti.
La mia Chiesa abbraccia i peccatori ma combatte il peccato, non confonde i desideri con i diritti.
La mia Chiesa chiede il sacrificio, la libertà d’inginocchiarsi e di pregare.
La mia Chiesa è pellegrina, non è immobile, è ogni volta antica e nuova.
La mia Chiesa non ha partiti, non è di destra, né di centro, né di sinistra.
La mia Chiesa è indifesa e forte, è sempre contro la guerra e si adopera per la pace in ogni occasione.
La mia Chiesa non accetta compromessi, sta sempre con chi è ultimo, con chi non ha voce.
La mia Chiesa è la grande mensa dei poveri, il pane e il vino benedetti, la cena sempre apparecchiata.
La mia Chiesa è l’infanzia che dimentichiamo, lo stupore e l’innocenza che abbiamo perduto.
La mia Chiesa compie miracoli grandi e invisibili dentro i confessionali, nel balbettio di chi chiede perdono.
La mia Chiesa è una mano santa che benedice e che non teme di sporcarsi nel fango del mondo.
La mia Chiesa è con tutti i sofferenti, gli assetati di giustizia, gli esclusi, i migranti, i dimenticati.
La mia Chiesa sa donare una carezza agli ammalati, è una madre che soffre e che conforta col suo sorriso.
La mia Chiesa prega con ogni moribondo, lo accompagna dove è atteso da sempre.
La mia Chiesa è la promessa della resurrezione che verrà.

La parola ai poeti. Mia Lecomte

[foto di Dino Ignani]

Nel 1919, invitato dalla prestigiosa rivista surrealista «Littérature» a rispondere alla domanda «Perché scrive?», Blaise Cendrars replicava laconicamente: «Perché sì». Motto caustico, tanto importante per l’autore da essere ribadito e declinato qualche anno dopo nella poesia che chiude la sua raccolta “brasiliana” Feuilles de route (1924): «POURQUOI J’ÉCRIS. Parce que…»[1]. In quei puntini di sospensione c’è tutta la poetica di Cendrars, il suo rifiuto dell’enfasi, delle ragioni magniloquenti che ammantano il privilegio di dirsi scrittore, poeta, lo sprezzo di una certa idea di letteratura e del sistema che la rappresenta.

La poesia non appartiene, è qualcosa di universale e intimo ad un tempo, di cui a tratti, per motivi imperscrutabili, è data la possibilità di prendere atto, e di riferire. Continua a leggere→

Gradualità


Un passo alla volta, questo è il segreto. Vorremmo risolvere subito, scoprire la formula che sciolga tutti i nodi, ma la vita funziona altrimenti. Da qui all’eternità: ogni giorno un pezzo di coscienza in più, focalizzando sempre meglio ciò che passa, e ciò che resta.

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Anita Piscazzi, L’erranza

di Giannino Piana

ANITA PISCAZZI, L’erranza, peQuod, Ancona 2023, pp. 65.

          Poesia e mistica hanno una radice comune.  Ad accomunarle è il modo di guardare la realtà circostante, e ogni evento umano in particolare, non con gli occhi superficiali di chi ragiona in termini utilitaristi e strumentali, ma con un atteggiamento improntato alla gratuità, scendendo in profondità dentro la realtà per coglierne il senso vero e rispettarne il mistero che l’avvolge. Lo sguardo interiore risale poi nella mistica – è questa la sua specificità – fino all’ultima sorgente, al Dio della rivelazione che si manifesta nello splendore della natura e nell’intimità dell’io – l’intimior intimo meo di Agostino di Ippona – anticipando il momento in cui – come ci ricorda Paolo di Tarso – “Egli sarà tutto in tutti”.    Continua a leggere→

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Capiremo


Se sapessimo che i nostri desideri si dirigono verso un unico obiettivo, sarebbe tutto più semplice. Alla fine, vedremo con chiarezza che cosa cercavamo, oltre le bandiere, al di là dei miraggi e le illusioni di ogni forma. Allora – allora – capiremo.

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Armonia


Espressione del volto e parole dovrebbero articolarsi in armonia, corrispondersi punto per punto. Quante volte, invece, stridono come il gesso sulla lavagna della scuola. Forse è lì che abbiamo imparato a mascherarci, a nasconderci, anche solo per pudore o timidezza. Cominciamo da capo, facciamo combaciare nuovamente corpo e cervello, gesto e sentimento.

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Repetita iuvant, forse


La faccia di Gimondi

di Fabrizio Centofanti 

Il mare di Ostia per me era il Belsito, i panini preparati dalla mamma e la cabina per cambiarsi, mentre mio padre, allo stabilimento, ci arrivava in giacca e cravatta, direttamente dal lavoro. Il mio rapporto con la vita dipendeva da queste apparizioni: noi bambini rotolavamo nella sabbia come le biglie dei ciclisti; la figura scura di mio padre ci trascinava nel mondo degli adulti, la sua durezza, il giudizio, quella che allora chiamavamo la spina dorsale. Della spina dorsale a me importava poco. Mi occupavo più della biglia con la faccia di Gimondi, delle sue lunghe giravolte sulla pista di sabbia, la sua sicurezza affascinante per me che ne sentivo la mancanza. Il Belsito era un luogo, uno dei tanti, dell’inadeguatezza di fronte all’ombra di mio padre, che aleggiava per poi materializzarsi all’improvviso come un deus ex machina a strapparmi dai sogni di bambino. Di spiagge, poi, ne ho viste tante, fino a Isolabella, nella baia di Taormina, dove i ricchi discorrono con l’erre moscia e le signore ti squadrano dall’alto in basso; ma il mare è così bello che cancellavo il resto e guardavo i panfili e le ragazze in bikini come si guarda la luna – occhio di pantera e tutto, tutto sembrava dire: C’è un mondo che non sarà mai il tuo, perché sei sempre quello del Belsito, anche se ormai, nella cabina, ci porti la ragazza che hai rubato a Ciro; lui ti aspetta davanti al Venezia con la banda di bulli al gran completo e tu vorresti essere la biglia con la faccia di Gimondi, imitarne le lunghe giravolte sulla pista di sabbia, la sicurezza struggente, per correre correre e attaccarti alla cravatta di papà che torna direttamente dal lavoro col giudizio e il mondo degli adulti, con la spina dorsale che a te interessava così poco, ma che vorresti avere adesso, per una volta sola, nella vita

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Verità


È facile lamentarsi: quante cose non vanno per il verso giusto? Quante ferite, quanti non sensi, quale macigno di cattiveria non segnano profondamente il nostro cuore, fino a farlo urlare, imprecare, maledire? È facile lamentarsi, troppo facile: più difficile è accogliere il dolore, farne un carburante per assicurarsi che l’anima viaggi, si avvicini sempre più a quel sogno che si chiama verità.

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Daniele Ricci, Lezione di meraviglia

a cura di Alberto Fraccacreta

Il mare dorato
sotto la bianca luce del cielo.
Sono solo come sempre
nella cabina 12161.
Ascolto il fragore dell’acqua
tagliata dalla nave.
La coperta sul letto è rosso bruciato con sfumature chiare.
Da fuori entra un’aria calda e umida,
porta una fissità leggera
a questa mia inquietudine.
Qualcuno dovrà pur bussare alla porta,
ma prima sentirò i suoi passi
cammini invisibili tra questo divano
e il nulla.
Non il mare, non le parole
per recuperare nel silenzio una memoria,
solo l’indifferenza del mondo
e la nostalgia di un ritorno senza scampo.

Daniele Ricci, Lezione di meraviglia, peQuod 2022 Continua a leggere→

Canali


Vogliamo sempre fare, ma tutto comincia dall’accogliere. Se non abbiamo vita, non possiamo donarla. Attendere è il segreto: che il getto arrivi a noi dalla sorgente, per diventare canali ed irrigare il mondo.

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