Archivi autore: fabrizio centofanti
Raccomandazione
Intervista a Luigi Palazzo
1) Se dovessi riassumere in poche frasi come è nata e perché è nata questa tua raccolta poetica, come lo faresti?
Chiude un cerchio che avvertivo la necessità di chiudere. Ho scritto a me stesso, provando a prendere di petto alcuni fantasmi che ancora orbitavano e che sentivo di poter affrontare con un atto di comunicazione al pubblico. Continua a leggere
La Vita Desta, di Giovanni Scarafile. 3
Non saprei dire esattamente da dove venga, ma c’è in noi una forma di stupore che non ci ha mai del tutto abbandonati. A volte, basta poco: un gesto spontaneo, una domanda che ci sorprende, una frase ascoltata per caso. Non è nostalgia. È, piuttosto, qualcosa che insiste dentro di noi. E forse resiste nel tempo, nonostante tutto.
L’infantile non è l’infanzia. Non è questione di età o tempo. È una crepa nell’armatura, una
disponibilità a lasciarsi toccare da ciò che non è ancora formato. In fondo, è quella parte di noi che si rifiuta di adattarsi al mondo circostante. Simile al margine, è ciò che rimane in disparte, che non si conforma, che non si rassegna. Ed è lì che si gioca, a volte, la possibilità di cambiare prospettiva.
Benjamin ne parla, ma senza mai renderlo concetto chiuso. Lo lascia affiorare nei frammenti, nei piccoli dettagli che sfuggono allo sguardo addestrato. Non c’è eroismo in questo sguardo infantile. Piuttosto una forma di disobbedienza quieta, che prende le distanze dall’utile, dal funzionale, dall’ovvio. Una crepa nel tempo, forse. O solo una pausa. Ma quella pausa basta a mettere in discussione il ritmo dominante.
Non si tratta di restare eternamente bambini. Ma neanche di diventare adulti a tutti i costi. Il punto è un altro: riconoscere il valore di ciò che rimane incompiuto. Accettare che esista in noi uno spazio non colonizzato, dove l’identità respira, dove il senso non è già stabilito. È lì che si nasconde, a volte, la libertà.
Chi riesce a custodire quell’apertura — non con ingenuità, ma con lucidità — forse intuisce qualcosa che sfugge a chi si è consegnato del tutto alla logica della prestazione: forse la maturità non è un traguardo, ma un equilibrio difficile tra il sapere e il non sapere, tra il costruire e il lasciare aperto.
E allora, torno a chiedermi: cosa resta in noi di quell’infantile?
Forse nulla di evidente. Solo quella piccola esitazione che spezza l’automatismo, quel momento di stupore che ci salva dalla tirannia dell’abitudine. Qualcosa si muove ogni volta che ci perdiamo, ogni volta che smettiamo di sapere troppo bene dove stiamo andando.
Quattro punti per il rinnovamento della Chiesa
Invocare, cercare, il sempre nuovo salvifico, venire di Gesù Dio e uomo, tornando sempre in modo nuovo ai vangeli
Lucerne nella luce, di Lucio Brandodoro
Domenica in Albis
La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: «Pace a voi!». Detto questo, mostrò loro le mani e il fianco. E i discepoli gioirono al vedere il Signore.
Gesù disse loro di nuovo: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi». Detto questo, soffiò e disse loro: «Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati».
Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Dìdimo, non era con loro quando venne Gesù. Gli dicevano gli altri discepoli: «Abbiamo visto il Signore!». Ma egli disse loro: «Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il mio dito nel segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo fianco, io non credo».
Otto giorni dopo i discepoli erano di nuovo in casa e c’era con loro anche Tommaso. Venne Gesù, a porte chiuse, stette in mezzo e disse: «Pace a voi!». Poi disse a Tommaso: «Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; tendi la tua mano e mettila nel mio fianco; e non essere incredulo, ma credente!». Gli rispose Tommaso: «Mio Signore e mio Dio!». Gesù gli disse: «Perché mi hai veduto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!».
Gesù, in presenza dei suoi discepoli, fece molti altri segni che non sono stati scritti in questo libro. Ma questi sono stati scritti perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome.
[Gv 20,19-31]
Gioia
Lirico terapia. Ghiorgos Markòpulos
Il senso
Didattica della poesia, di Enrico Grandesso
Dopo una rapida introduzione in classe, una poesia va letta. Come? A VOCE.
Chiariamolo una volta per tutte: la lettura muta delle poesie va bandita! E’ l’uovo di Colombo, certo: ma come nel celeberrimo racconto di Achille Campanile, sembra essere rimasto per lungo tempo nel cassetto del comandante. Chissà a chi mai, tanto tempo fa, è venuta in mente una turpitudine simile: a un pigrone? A chi soffriva di raucedine cronica? A un ipersensibile che avrebbe singhiozzato a dirotto leggendo “Sempre caro mi fu quest’ermo colle”? O è stata l’opera nascosta di un satanasso versicida? Continua a leggere
Il segreto
Luigi Maria Corsanico legge Pier Paolo Pasolini. 20
La poesia prima della fine del (o di un) mondo, a cura di Rita Pacilio. Monia Gaita
Ci sono mille cicatrici
sulla guancia sinistra dell’aria,
ignoro il loro nome e ne raccolgo il pianto mormorante
nella mano.
Lividi vecchi e nuovi,
tagli infossati nel tronco delle nuvole
coi lembi di fessura aperti e sanguinanti.
Escoriazioni, edèmi e strappi
che affondano con l’amo della rabbia nella pancia
e strisciano all’indietro come lucertole intontite
fino alla prima donna crudelmente assassinata. Continua a leggere
Giorgio Stella. Un haiku
Guarire
In preghiera
La scuola di Serena Bedini 4. Questione di pazienza
Questione di pazienza
Come si scrive un romanzo? Qual è il metodo migliore? Non esiste un sistema canonico, ognuno ha il suo. Anzi, a essere onesti, ogni romanzo si scrive in modo diverso, persino si utilizzano tempi diversi. Ci sono romanzi che si scrivono in una notte, altri che richiedono quindici giorni, altri ancora impegnano per un anno, altri infine necessitano di anni prima di essere conclusi. I fattori sono tantissimi: la trama più o meno complessa, la definizione dei personaggi, il messaggio che vogliamo trasmettere, la revisione, la nostra stessa capacità di impegnarci.
La scrittura è un atto creativo e come tale ha bisogno di libertà assoluta: non possiamo imporci di scrivere se non ce la sentiamo, se siamo stanchi, se non ne abbiamo voglia, se interviene in noi il famoso blocco dello scrittore che origina in larga parte da nostri blocchi mentali, da insicurezza, da stress. Dobbiamo accettare e conoscere la nostra fragilità e da questa consapevolezza costruire la nostra forza. Continua a leggere
Riposo
Symbolum, di Alida Airaghi
Symbolum
lo diede ai suoi discepoli Matteo 26,26
Nella notte, le strade dell’addio:
strade che portano a tacere
nel buio; al nascosto mistero.
Al dio vero e abbandonato,
a un amore lasciato cadere. All’altare
nei campi, appena schiarito
da fari di auto veloci
come lampi di luce,
o raggi pietosi penetranti.
Ma l’ostia spezzata chiude il gesto
per sempre, e tutto è compiuto
nella notte senza voci,
senza aiuto. Continua a leggere





















