Archivi autore: fabrizio centofanti

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Elegia Pasquale, di Andrea Zanzotto

di Giorgio Stella

Pasqua ventosa che sali ai crocifissi
con tutto il tuo pallore disperato,
dov’è il crudo preludio del sole?
e la rosa la vaga profezia?
Dagli orti di marmo
ecco l’agnello flagellato
a brucare scarsa primavera
e illumina i mali dei morti
pasqua ventosa che i mali fa più acuti.

E se è vero che oppresso mi composero
a questo tempo vuoto
per l’esaltazione del domani,
ho tanto desiderato
questa ghirlanda di vento e di sale
queste pendici che lenirono
il mio corpo ferita di cristallo;
ho consumato purissimo pane.

Discrete febbri screpolano la luce
di tutte le pendici della pasqua,
svenano il vino gelido dell’odio;
è mia questa inquieta
Gerusalemme di residue nevi,
il belletto s’accumula nelle
stanze nelle gabbie spalancate
dove grandi uccelli covarono
colori d’uova e di rosei regali,
e il cielo e il mondo è l’indegno sacrario
dei propri lievi silenzi.

Crocifissa ai raggi ultimi è l’ombra
le bocche non sono che sangue
i cuori non sono che neve
le mani sono immagini
inferme della sera
che miti vittime cela nel seno.

Lucerne nella luce, di Lucio Brandodoro

Pasqua di Resurrezione 2025

[Marco Beconcini, Resurrezione, acquerello]

«Il primo giorno della settimana, al mattino presto [le donne] si recarono al sepolcro, portando con sé gli aromi che avevano preparato. Trovarono che la pietra era stata rimossa dal sepolcro e, entrate, non trovarono il corpo del Signore Gesù.

Mentre si domandavano che senso avesse tutto questo, ecco due uomini presentarsi a loro in abito sfolgorante. Le donne, impaurite, tenevano il volto chinato a terra, ma quelli dissero loro: «Perché cercate tra i morti colui che è vivo? Non è qui, è risorto. Ricordatevi come vi parlò quando era ancora in Galilea e diceva: “Bisogna che il Figlio dell’uomo sia consegnato in mano ai peccatori, sia crocifisso e risorga il terzo giorno”».
Ed esse si ricordarono delle sue parole e, tornate dal sepolcro, annunciarono tutto questo agli Undici e a tutti gli altri. Erano Maria Maddalena, Giovanna e Maria madre di Giacomo. Anche le altre, che erano con loro, raccontavano queste cose agli apostoli.
Quelle parole parvero a loro come un vaneggiamento e non credevano ad esse. Pietro tuttavia si alzò, corse al sepolcro e, chinatosi, vide soltanto i teli. E tornò indietro, pieno di stupore per l’accaduto.»

[Lc 24,1-12] Continua a leggere→

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1

Giorgio Stella. Una poesia

Io volli i colori della morte nel gesso tricolore della fame di gesso, lo scudo l’ elmo e corazza nudi nel baule di Cassandra! La betoniera nell’ arco io volli che fosse ceramica nel volto di un altro specchio – (***) l’ anfiteatro di cerbottane come fontane che regalano neon al piegarsi nel flusso dello zero io volli. Io volli la betoniera, la betoniera di Cassandra, mutare il gesso di Marco Aurelio in arco di elmo e corazza come l’ uva fermenta il/nel cielo – la betoniera il cocco della palafitta volli io che volli – ora è finita, è finita la bottiglia, un preservativo nel letto che non ha seminato la creta nel vaso. La pietà non ha il pudore nell’ orrore del rimorso per l’ orrore figuriamoci nel rimpianto. Il suicidio è ridicolo la betoniera no! Essa riscatta la pietra dall’ angolo nella seta. Lo scudo la corazza dell’ Eden che passa la cifra non del sempre verde ma il verde per sempre . (Roma nn ricordo la data ore 4e40 dedicato a quello che io volli.) – cifrato in questo codice: 23&67+000043-53###.

La Vita Desta, di Giovanni Scarafile. 2

La preghiera come dialogo con l’invisibile

Come si trasforma la nostra esperienza del mondo quando ci rivolgiamo a ciò che non vediamo? Cosa accade nello spazio interiore quando le parole, anziché dirigersi verso un interlocutore tangibile, si aprono all’invisibile? E quale misteriosa alterità si fa presente in quell’attesa che non è semplicemente aspettare qualcosa, ma disporsi a ricevere ciò che non possiamo prevedere né controllare? Continua a leggere→

Edoardo Sant’Elia. Filosofia delle narrazioni contemporanee. La Solitudine 5

La Solitudine 5.   Lo spazio sotto

 A volte tiene caldi, la Solitudine. Ti circonda, ti avvolge, ti fa star bene; ti riporta ad un passato dai contorni soffusamente mitici, ti fa immaginare un futuro in fondo non spiacevole, ti estrae comunque dal presente, rimodulando il tempo. 
Anne-Marie Mille ha recitato tutta la vita, in ruoli secondari, senza mai diventare un’attrice di successo. Umile ragazza di provincia, ritagliava le foto di Brigitte Bardot incollandole su un album che poi mostrava orgogliosamente ai suoi ospiti invisibili, e già si trasformava, già si calava nella parte, divenendo lei la Bardot, lei la Diva: “Girando le pagine con aria modesta commentavo gli episodi della mia vita, perché naturalmente ero io quel prodigio di beltà. Anne-Marie la beltà”. È anziana adesso, Anne-Marie, ha una protesi di titanio nel ginocchio ed odia andare in giro col bastone, vive sola dopo la morte del marito – “Con mio marito mi annoiavo, ma sa, la noia fa parte dell’amore” –, ed è afflitta da un figlio ansioso quanto il padre, che le ha regalato un defibrillatore finito nel fondo dell’armadio e tirato fuori solo quando il ragazzo, ormai uomo di mezz’età – “Comincia ad avere la chierica. È diventato flaccido” –, viene a trovarla, incollandosi poi davanti al televisore. Continua a leggere→

Cristo in croce, di Jorge Luis Borges

di Giorgio Stella

Cristo in croce. I piedi toccano terra.
Le tre croci sono di uguale altezza.
Cristo non sta nel mezzo. Cristo è il terzo.
La nera barba pende sopra il petto.
Il volto non è il volto dei pittori.
È un volto duro, ebreo. Non lo vedo
e insisterò a cercarlo fino al giorno
dei miei ultimi passi sulla terra.
L’uomo martirizzato soffre e tace.
La corona di spine lo tormenta.
Non lo tocca il dileggio della plebe
che ha visto tante volte l’agonia.
La sua e di altri. È la stessa cosa.

Fernando Gioviale, La poetica narrativa di Pirandello (LIC)

di Fabrizio Centofanti

Fernando Giovale, La poetica narrativa di Pirandello, Bologna, Patron, 1984, pp. 216.

Il dramma di Pirandello teatrante è l’attore, che sconvolge la natura del testo, lo reinterpreta, lo riscrive, anzi, lo ridice. È il dramma di una paternità defraudata, derubata, che soffre per il figlio che gli viene sottratto e che tornerà inevitabilmente “cambiato”. Ma è Pirandello un padre che non vuol staccarsi dal figlio, che non vuol riconoscere la sua vitale e necessaria spinta autonomistica, o è semplicemente un artista e un pensatore che teme uno stravolgimento, una deformazione, o comunque una fruizione non corretta del suo messaggio e della sua visione del mondo e degli uomini? Continua a leggere→

Lucerne nella luce, di Lucio Brandodoro

Amor che per amore
illumini la notte
accendi la mia vita di dolce umanità” [antico inno]

«Prima della festa di Pasqua, Gesù, sapendo che era venuta la sua ora di passare da questo mondo al Padre, avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine. Durante la cena, quando il diavolo aveva già messo in cuore a Giuda, figlio di Simone Iscariota, di tradirlo, Gesù, sapendo che il Padre gli aveva dato tutto nelle mani e che era venuto da Dio e a Dio ritornava, si alzò da tavola, depose le vesti, prese un asciugamano e se lo cinse attorno alla vita. Poi versò dell’acqua nel catino e cominciò a lavare i piedi dei discepoli e ad asciugarli con l’asciugamano di cui si era cinto.
Venne dunque da Simon Pietro e questi gli disse: «Signore, tu lavi i piedi a me?». Rispose Gesù: «Quello che io faccio, tu ora non lo capisci; lo capirai dopo». Gli disse Pietro: «Tu non mi laverai i piedi in eterno!». Gli rispose Gesù: «Se non ti laverò, non avrai parte con me». Gli disse Simon Pietro: «Signore, non solo i miei piedi, ma anche le mani e il capo!». Soggiunse Gesù: «Chi ha fatto il bagno, non ha bisogno di lavarsi se non i piedi ed è tutto puro; e voi siete puri, ma non tutti». Sapeva infatti chi lo tradiva; per questo disse: «Non tutti siete puri».
Quando ebbe lavato loro i piedi, riprese le sue vesti, sedette di nuovo e disse loro: «Capite quello che ho fatto per voi? Voi mi chiamate il Maestro e il Signore, e dite bene, perché lo sono. Se dunque io, il Signore e il Maestro, ho lavato i piedi a voi, anche voi dovete lavare i piedi gli uni agli altri. Vi ho dato un esempio, infatti, perché anche voi facciate come io ho fatto a voi». [Gv 13,1-15]

[Marco Beconcini, Lavanda, acquerello] Continua a leggere→

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La poesia prima della fine del (o di un) mondo, a cura di Rita Pacilio. Giuseppe Vetromile

O Signore,
noi opera del Sesto Giorno
immeritati condomini del Tuo Eden
non comprendiamo ancora
l’unicità del nostro prezioso cuore
e inutili al Tuo Richiamo
sopravviviamo in silenzio…

Già verso la fine del secolo scorso, quando cominciavo a muovere i miei primi timidi passi nel mondo della creatività poetica, forse presagendo un vago declino umano, etico e sociale di una civiltà che sta ormai chiaramente disgregandosi in ogni ambito, ebbi a scrivere alcuni versi su tale argomento. Li riporto qui. Sono tratti da vecchie raccolte edite, ma che, rileggendoli e riproponendoli, mi sembrano ancora disperatamente attuali.
Avremo modo di superare tutte le evidenti negatività e brutture che minano, dall’esterno come dal nostro mondo interiore, lo splendore di noi Umani figli del Creatore?…
La Poesia e l’Arte, uniche attività ri-creative e plasmatrici del cuore dell’Uomo, forse ci salveranno! Continua a leggere→

Terra d’esilio, di Luca Pizzolitto 1. Yves Bonnefoy

“Porranno i fiori accanto allo specchio / che consuma, e forse salva”: Yves Bonnefoy

Scrive Bonnefoy, in una sua riflessione sul senso della poesia –
La parola poetica avvicina soltanto ma è, nello stesso tempo, quella parola che salva il mondo dall’abbandono, trasforma l’esilio in speranza, ritesse il filo spezzato della vita […] è una parola capace di essere civitas, luogo, dimora.

Di seguito, alcune poesie tratte da Quel che fu senza luce. Inizio e fine della neve (Einaudi, 2012) Continua a leggere→

L’arte dello scrivere, di Gualberto Alvino. 29

Anche un accapo deve avere il suo perché

Lo stile commatico, ossia la tendenza a far corrispondere frase e capoverso, non è più esclusivo delle sentenze giudiziarie: ormai impera nel web. Dove però — differenza di non poco conto — l’accapo non è solo senza motivo, ma viene fortemente enfatizzato da una doppia interlinea, come a dire: «Procedi con calma, sprovvisto e indolente lettore, goditi queste belle spaziature, digerisci per bene questa frase prima di mordere la successiva, altrimenti potresti confonderti».
Diritto e web: la singolare coincidenza merita studio.

Canti al tempo del metaverso

di Giampaolo Centofanti

Il vuoto pneumatico

Le sirene lontane chiamano al lavoro
ma il lavoro non c’è sono solo ricordi
che esalano dalle nubi d’amianto
di questa alba rossa e già grigia
che rimane dentro come una ferita.

Ma io che vedo ogni cosa straniata
in questo tempo da un pensiero malato,
io sento anche un invincibile canto,
come il fiore germogliato nella crepa del muro,
come il verso imperterrito del gallo… Continua a leggere→

Lucerne nella luce, di Lucio Brandodoro

Non mangerò più
Non berrò più

Quando venne l’ora,[Gesù]prese posto a tavola e gli apostoli con lui, e disse loro: «Ho tanto desiderato mangiare questa Pasqua con voi, prima della mia passione, perché io vi dico: non la mangerò più, finché essa non si compia nel regno di Dio». E, ricevuto un calice, rese grazie e disse:«Prendetelo e fatelo passare tra voi, perché io vi dico: da questo momento non berrò più del frutto della vite, finché non verrà il regno di Dio». [Lc22,14-23,56]

M. Rothko

 

Il compimento è sempre cesura.

Spazio per l’inesprimibile. Vuoto di senso. Abisso.

Ed è compimento. Pienezza di tempi. Fili che si riallacciano. Percorsi che si ricompongono.

Memoria.

«Ho desiderato ardentemente»

Giungere alle sorgenti del desiderio è compimento. Tèlos. Fine.

Ardere del desiderio è carnalità che cerca compimento.

È ripercorrere i rivoli del desiderio e lasciare che diventino fiume.

Non è tempo di nostalgia. È preziosità del presente.

«Ho desiderato…non mangerò più…non berrò più»

Oggi si compie ciò che era stato iniziato. Niente sarà come prima.

Nessuna Pasqua sarà più uguale a quelle vissute. Il rito non è più sufficiente a reggere l’urto. Il sangue preme. Inonda. Feconda.

Tutto è fatto nuovo. È l’ultima volta. Finché…

La fine è un fino a che. Non oggi. Non qui.

Il tempo è un fino a quando.

Sarò nuovo. Sarete nuovi.

Le costruzioni appartengono al passato.

L’ultima Pasqua. Poi, ognuno sarà erede del vissuto comune. E lo sarà in proprio.

Fino a che.

Fino a quando.

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Didattica della poesia, di Enrico Grandesso. 1

Insegnare la poesia: mala tempora currunt

Ricercare e scrivere sulla didattica della poesia nella scuola italiana, in una situazione un po’ “malmessa” come quella odierna – benché la poesia nel nostro paese proietti l’ombra lunga della sua antica tradizione – richiede tempo e  passione. Quella passione che alla fine del secolo scorso, quando ho iniziato a svolgere corsi d’aggiornamento su questo tema nelle scuole superiori, possedevo in misura maggiore d’oggi: negli anni l’ho in parte scambiata con alcune quantità di disincanto e con altre di ironia. Ma non l’ho del tutto abbandonata, visti anche alcuni validi risultati ottenuti. Continua a leggere→