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Archivi autore: fabrizio centofanti
Prospettiva
La parola ai poeti. Deborah Mega
La parola ai poeti. Deborah Mega
Ermes, io lungamente ti ho invocato.
In me è solitudine: tu aiutami,
despota, ché morte da sé non viene;
nulla m’allieta tanto che consoli.
Io voglio morire:
voglio vedere la riva d’Acheronte
fiorita di loto fresca di rugiada.
(Saffo, trad. di Salvatore Quasimodo)
Lessi questo frammento da adolescente, mi sembrò sublime e ne rimasi turbata. Lo trascrissi su un taccuino, lo memorizzai all’istante e nel corso degli anni mi è capitato spesso di ripeterlo a me stessa nei momenti di difficoltà e solitudine. Molto più tardi intrapresi gli studi umanistici, gli unici, oltre a quelli musicali, che avrei potuto perseguire con piacere e intima soddisfazione. Ricordo che fin da ragazza custodivo le antologie, i libri di letteratura e più tardi di critica, nel caso, un giorno, mi fossero tornati utili, se fossi riuscita a diventare un’insegnante. Ho raggiunto gli obiettivi che mi prefiggevo e devo dire che ancora oggi trasmettere ai miei ragazzi l’amore per la poesia e la letteratura ed educarli al bello, è qualcosa di gratificante e meraviglioso. Ogni giorno dunque sono a contatto con testi di grandi autori della letteratura italiana, esercito la memorizzazione e la declamazione di poesie sull’esempio di una zia paterna che conosce a memoria diversi canti della Divina Commedia, dell’Iliade e poesie di autori di tutti i tempi. Non ho avuto però la fortuna e il privilegio di imbattermi in docenti che amassero la poesia al punto da scriverne rispettando la metrica e trasmettendo tale passione a noi discenti. Molti anni dopo, l’incontro con i social mi ha dato modo di conoscere poeti veri, in carne e ossa, e ricordo che all’inizio, frequentare il mondo letterario, poter commentare e recensire testi altrui mi è sembrata un’opportunità straordinaria. Il poeta non era più lo studioso irraggiungibile che viveva nella sua torre d’avorio, la poesia non era più soltanto aulico appannaggio di pochi eletti. Continua a leggere
Vicino
Intervista a Franca Alaimo
di Luca Pizzolitto
“100 poesie”, la tua raccolta poetica, di imminente pubblicazione, racchiude poesie intense nella loro brevità, a differenza della tua opera precedente, in cui ti sei confrontata, da un punto di vista formale, con il poemetto. Quale di queste due modalità di scrittura senti più affine?
I “Sette poemetti” (l’opera che precede “100 poesie”) non costituiscono un caso isolato all’interno della mia scrittura poetica. Mi sono cimentata altre due volte nella forma del poemetto (“Samâdhi”, Bastogi 2000; “Giorni d’Aprile”, Fondazione Thule, 2002) e molte altre raccolte, in quanto ruotanti su un solo tema, possono definirsi poematiche, anche se composte da un certo numero di testi più o meno lunghi.
In altre raccolte, invece, sperimento la quartina o la folgorante forma compositiva degli haiku e dei tanka.
Mi piace, insomma, fare esperienza della parola. Però, non saprei dire quale delle due modalità di scrittura mi sia più congeniale. A pensarci bene, direi che è il mio ritmo interiore a dettare, pressoché inconsapevolmente, il respiro, sintetico o effuso, dei versi che scrivo. Continua a leggere
Prendimi per mano
L’arte dello scrivere, di Gualberto Alvino. 2
Al fine di equilibrare i ruoli di suono e senso nell’arte della parola si sarebbe fortemente tentati di affermare (come, per esempio, l’ultimo Montale) che lo stile non è la cosa, bensì “anche” la cosa.
Nossignori: in arte lo stile è l’unica realtà possibile.
La “cosa” della pagina gaddiana sarebbe forse la medesima se veicolata da una lingua referenziale, grigia e notarile, antipode allo spettacoloso plurilinguismo del gran lombardo e ai suoi sardonici, sprezzanti contrasti di registri?
E in Le donne, i cavallier, l’arme, gli amori qual è la “cosa”, se non quella forgiata dal chiasmo?
Ma attenzione: chi asserisce l’identità di stile e cosa non sancisce affatto la signoria del suono sul senso, dello stile sulle cose, divaricando i due termini; intende semplicemente che i contenuti-significati sono condizionati — ergo creati — dall’organizzazione formale del testo letterario.
Lucerne nella luce, di Lucio Brandodoro
[Gv. 12, 20-33]
«…se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto. Chi ama la propria vita, la perde e chi odia la propria vita in questo mondo, la conserverà per la vita per sempre.»
Che cos’è “perdere”? Che cos’è “trovare”? Che cos’è “perder-si”? Che cos’è “trovar-si”?
Posso perdere solo ciò che possedevo. Posso trovare solo ciò che non avevo o che avevo perso.
Come possono coincidere il perdere e il trovare?
Si deve operare un cambio di registro fra il perdere e il trovare, per comprendere la coincidenza dei due termini riguardo alla vita. Continua a leggere
Edoardo Sant’Elia. Filosofia delle narrazioni contemporanee. La Bellezza 2
Duemila. La tribù delle storie
La Bellezza 2. Lui, sempre lui
“Raccontare una storia non raccontandola”. Si può? Forse. Se a narrare, a riannodare i fili, a riesaminare i dettagli, ad unire i puntini visibili ma sparsi di un prolungato enigma è una donna che si esprime in versi taglienti come lame, versi intrisi di stupore e di rancore, versi messi su carta da una vittima d’amore cosciente e colta che si è arresa al proprio uomo fin dal primo incontro, in gioventù, e che di questo rapporto dà conto con smagata benché ancora romantica malizia. Continua a leggere
Una parola
Sono l’unico a parlare regolarmente di Cristo, in un blog letterario. Non lo considero un merito o un demerito. Mi piace l’idea che, in un contesto dove ciò non accade, emerga un tale paradosso, l’assurdo di una parola che non interessa quasi più, che anzi spesso è bestemmiata o irrisa, e che questa parola campeggi nonostante tutto – starei per dire in barba a tutto. Non so se serva a qualcosa, ma anche questo mi sembra un buon segno. La gratuità è scomparsa, nel nostro Occidente, e che nasca una pianta senza che nessuno abbia intenzione di acquistarla, è una notizia consolante. Il valore di una cosa, diceva qualcuno, dipende dalla cura che le viene dedicata. Vorrei che questa cura continuasse a esistere, finché le mie dita saranno in grado di battere sui tasti. Finché il Cristo lo permetterà.
L’Amico
Luce
Vincenzo Aveta
….dixitque Deus fiat lux et lux facta est (2023)
Per Fabrizio Centofanti
Tante volte o Vate mi dici che
Il Poeta vive l’esercizio del quotidiano
coi suoi miti profondi
ch’è sua proprio così
che egli è testimone di tutti i tempi
e di quelli ancora da venire,
ed io creerò la salvezza ed il mondo
così è ai poeti affidato
anche il canto della disfatta
e sarà risurrezione…..
e la poesia salverà il mondo !
Il nostro dharma è qui
fra i morti vivi e i nati morti
acchè io possa col Tuo potere
soccorrerli,sollevarli, sanarli, salvarli,servirli.
Ma per coloro morti due volte
osservo l’aria e vedo i colori
tesso le trame della nuova ontologia
respiro e serbo il dolore in ogni cuore
e così cammino ascoltando la Tua parola.
La gioia
Luigi Maria Corsanico legge William Shakespeare. 3
Prendimi per mano
Alba
L’ultima poesia di padre Elia (don Sergio Spezzano)

Alla mia morte (cuore Arbresh)
Io vorrei che non ci fosse silenzio
Alla mia morte, ma suono di flauti
Che sovrasta le grida delle donne
Con un tono acuto e struggente.
L’acqua e il sale delle lacrime,
Raccolti in piccoli recipienti,
Siano poi versate nel mare Ionio,
Mare della nostra separazione.
Seppellitemi in una foresta,
Sotto una quercia dalla cui cima
Si veda in dissolvenza col cielo
La patria lontana, cui appartengo.
E poi io sarò uno con la terra,
E le mie ossa terra nella terra,
E il mio cuore, il mio cuore Arbresh,
Pian piano si scioglierà nella terra.
Io non so se il cielo piange o ride
Di me e di questi miei desideri.
Ma so che veglia perché gli uomini
Siano uno in una sola patria.
*
Padre Elia (don Sergio, a destra nella foto, insieme con don Mario Torregrossa) ci ha lasciati oggi. Questo è l’ultimo testo che ha inviato nel gruppo “Il buongiorno in poesia”, che raggiungeva tanti di noi, come un segnale di vita intensa, la mattina. Non sto qui a fare l’elogio di un amico che ha vissuto col cuore in mano, in tempi di armi e di armature. Dico solo che è un uomo che ha amato, ha amato sempre e comunque. Il Signore lo ha voluto sacerdote e poi monaco, perché testimoniasse a tutti che solo Dio può riempire la vita. Abbiamo bisogno di Cielo: padre Elia-don Sergio ce lo ricordava ogni giorno, con una umanità da cui trasudava il divino. Che la gioia possa essere la tua ricompensa, amico mio.
La parola ai poeti. Marina Massenz

Scrivere poesie è stato il modo in cui, ancora ragazzina, ho scoperto la scrittura; era qualcosa di intimo e insieme rivolto ad altri, un linguaggio elettivo per la sua incisività ed essenzialità. Fu la lettura di alcune poesie di Leopardi che mi aprì questo mondo. Perduto per una certa parte della vita, è tornato poi ad essere necessario dal 1987 in poi; mi ricordo benissimo l’anno, perché coincise con la ripresa da parte mia non solo della scrittura ma anche di un processo di rielaborazione e di recupero di una parte di me, anch’essa in qualche modo perduta. Da allora il “laboratorio poesia” è stato sempre un cantiere aperto, una ricerca che è sfociata in diverse pubblicazioni. Continua a leggere











